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I fan di Mass Effect portano la petizione per BioWare alla Camera dei Comuni canadese

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I fan di Mass Effect portano la petizione per BioWare alla Camera dei Comuni canadese

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Quando un colosso dell’editoria decide di staccare la spina a uno studio storico, la reazione immediata della community segue sempre lo stesso copione fatto di petizioni online e sfoghi sui social. I tentativi disperati dei giocatori di salvare BioWare hanno preso una piega istituzionale che va ben oltre i soliti appelli digitali senza valore legale. Dopo l’annuncio con cui il 22 ottobre 2026 Electronic Arts ha confermato la chiusura definitiva della sede canadese, i sostenitori della saga fantascientifica Mass Effect hanno deciso di bussare direttamente alle porte della politica. Secondo l’articolo di Kotaku pubblicato il 4 novembre 2026, la mobilitazione nata sotto l’insegna dell’hashtag #SaveMassEffect ha superato i confini delle piattaforme private trasformandosi in una petizione ufficiale depositata presso la Camera dei Comuni, il ramo parlamentare elettivo del Canada.

La petizione, patrocinata dal deputato Don Davies, nasce dalle sollecitazioni del politico canadese Avi Lewis, che aveva invitato il governo federale a intervenire per aiutare i dipendenti a rilevare la società e riconquistare l’indipendenza. Per approdare in aula, una petizione formale richiede almeno 500 firme convalidate di cittadini canadesi, un filtro che secondo Kotaku serve a evitare lo spam dall’estero. Il testo ha superato quella soglia minima e verrà presentato formalmente alla Camera, costringendo l’esecutivo a fornire una risposta ufficiale. Nel documento i firmatari descrivono lo sviluppatore come una delle esportazioni culturali più importanti del Paese e sostengono che la chiusura decisa dalla casa madre americana sia una perdita enorme per l’eredità culturale nazionale. Tra le richieste spicca la proposta di fornire il capitale necessario affinché il team possa ricomprare sia il marchio sia la propria autonomia societaria (traduzioni nostre).

Questo tentativo nelle aule parlamentari fa seguito a una mobilitazione di massa partita sui canali tradizionali del dissenso online subito dopo l’annuncio dello smantellamento. Una delle raccolte firme lanciate sulla piattaforma Change.org, quella dell’utente Joe Smith, ha registrato numeri imponenti: il 24 ottobre 2026 la pagina contava già oltre 124.000 firme registrate dal portale MP1st, mentre il 26 ottobre 2026 il resoconto economico diffuso da Yahoo Finance certificava il superamento di quota 200.000 adesioni. Il testo chiedeva a Electronic Arts di garantire risorse, personale e tempi adeguati per sviluppare il prossimo capitolo, oppure di concedere la licenza a un altro studio disposto a portare avanti le vicende del comandante Shepard e dell’equipaggio della Normandy. Numeri ragguardevoli per una protesta di videogiocatori, ma del tutto privi di qualsiasi effetto vincolante per le scelte della dirigenza.

Non è l’unica raccolta firme nata in queste settimane: il 27 ottobre la community BigBusterSword ha aperto su Change.org Bring Back Anthem, che chiede a EA di rimettere in vita lo sparatutto online di BioWare spento il 12 gennaio 2026. Il 31 ottobre contava 6.025 firme, più di ciascuna delle due petizioni nate per salvare Dragon Age.

La dura realtà dei bilanci e i diritti sulle IP

Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la gestione dei marchi nell’industria tripla A sa bene che le speranze di un riscatto guidato dallo Stato sfiorano la pura fantasia burocratica. A prescindere da qualunque presa di posizione del governo canadese, la proprietà intellettuale di Mass Effect appartiene legalmente a Electronic Arts, che storicamente non cede i propri marchi né vende i propri studi dopo le riorganizzazioni interne. Secondo Kotaku, molti ritengono che il colosso statunitense non abbia venduto la sussidiaria dopo l’acquisizione tramite private equity avvenuta nel corso del 2026, preferendo chiuderla del tutto. Pretendere che un ministero stacchi un assegno per ricomprare un franchise milionario e che un editore quotato accetti di venderlo per fare un favore agli appassionati significa ignorare come funzionano i contratti societari.

La decisione di chiudere i battenti e cancellare il progetto noto come Mass Effect: Universe, annunciato nel 2020 e rimasto in cantiere per anni senza mostrare dettagli concreti di gioco, risponde a una fredda logica di allocazione dei fondi. Diverse ricostruzioni giornalistiche mostrano come la dirigenza abbia soppesato i costi operativi decidendo di dare priorità a un nuovo capitolo di Battlefront 3, uno sparatutto multiplayer la cui produzione non è ancora nemmeno partita, a discapito del seguito del gioco di ruolo fantascientifico. La strategia aziendale privilegia produzioni orientate ai servizi continuativi e marchi consolidati con forte ritorno commerciale immediato, sacrificando le campagne per giocatore singolo ad alto costo che richiedono cicli di sviluppo lunghi e complessi.

Il tracollo finale non è arrivato all’improvviso, ma rappresenta l’ultimo atto di uno smantellamento progressivo che noi avevamo già intuito guardando i movimenti societari degli ultimi mesi. Già nel 2025 lo studio aveva affrontato una pesante ondata di licenziamenti dopo il debutto sul mercato di Dragon Age: The Veilguard, riduzioni di personale che, secondo la cronaca di Yahoo Finance, l’editore aveva giustificato sostenendo che il team assegnato al nuovo capitolo non necessitasse dell’intero organico. La successiva riorganizzazione ha colpito anche altri team interni, compresi i tagli a Full Circle al lavoro su Skate, per convogliare le risorse su serie remunerative come Battlefield, Apex Legends e i giochi sportivi annuali.

La petizione depositata alla Camera dei Comuni verrà presentata o messa all’ordine del giorno e riceverà una risposta ufficiale, ma l’esito del procedimento istituzionale non cambierà il destino dei lavoratori licenziati né riavvierà i server dello studio. La mobilitazione dei fan testimonia l’attaccamento viscerale a un universo narrativo che ha segnato un’epoca, ma si scontra con la freddezza di un mercato in cui le firme digitali non hanno mai salvato un bilancio aziendale in perdita. Il tentativo promosso attraverso le iniziative della community resterà agli atti come un gesto di protesta contro le logiche predatorie delle grandi multinazionali, senza però scalfire di un millimetro i piani di chiusura già approvati.

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