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EA paga 38,6 milioni al suo capo per Battlefield 6 dopo aver licenziato chi lo ha fatto, e martedì esce dalla borsa

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Andrew Wilson ha incassato 38.649.984 dollari nell’anno fiscale 2026. Il documento che lo dice, depositato alla SEC (l’autorità che vigila sulla borsa americana) negli ultimi giorni di luglio, è con ogni probabilità l’ultimo del suo genere: martedì 4 agosto Electronic Arts esce dal Nasdaq e torna una società privata.

La cifra ha fatto il giro di tutte le testate come lo scandalo della settimana, ed è la parte meno interessante della faccenda. Quella che conta è la motivazione, che nel documento sta scritta per esteso: il bonus è agganciato a Battlefield 6, che secondo EA ha centrato tutti gli obiettivi fissati per un lancio riuscito. Il compenso di Wilson sale così di circa 8,1 milioni rispetto ai 30,5 dell’anno prima, e nel dettaglio del pacchetto il grosso sono 28,48 milioni in azioni, più 6,5 di bonus in contanti e 1,3 di stipendio base. Nello stesso schema di premi compare anche l’adozione dell’IA generativa dentro gli studi, messa nero su bianco tra gli obiettivi strategici della dirigenza.

Il 9 marzo, cinque mesi dopo il lancio

Battlefield 6 è uscito il 10 ottobre 2025, ha venduto sette milioni di copie in tre giorni ed è stato il gioco più venduto del 2025 negli Stati Uniti. Il 9 marzo 2026 EA ha licenziato nei quattro studi che lo avevano costruito: DICE, Criterion, Ripple Effect e Motive. Quante persone non lo ha mai detto, e le stime di stampa si fermano intorno alle trecento. La formula ufficiale parlava di modifiche selettive per allineare meglio i team a quello che conta per la community.

Non è una novità del settore: a luglio abbiamo raccontato la stessa sequenza a Ubisoft Barcellona, licenziamenti nello studio che aveva firmato il titolo più venduto della serie. La differenza è che qui, per una volta, la cifra pagata a chi decide e la sorte di chi esegue stanno dentro lo stesso fascicolo, a poche pagine di distanza.

Cosa smette di essere pubblico martedì

Il consorzio guidato dal PIF, il fondo sovrano dell’Arabia Saudita, insieme a Silver Lake e ad Affinity Partners di Jared Kushner, ha ottenuto il 30 luglio l’ultimo via libera regolatorio, dopo il passaggio europeo di cui abbiamo scritto il 28 luglio. Al PIF andrà oltre il 93% della società. L’operazione vale 55 miliardi di dollari e poggia su 20 miliardi di debito messi da JPMorgan, che finiranno sui conti di EA. Wilson resta amministratore delegato, e alla chiusura incassa oltre cento milioni di dollari per le sue azioni e stock option, secondo il documento di fusione depositato alla SEC.

Una società fuori dal listino non convoca l’assemblea degli azionisti e non pubblica il fascicolo in cui vivono le tabelle dei compensi. Sparisce anche il rapporto che quelle tabelle sono obbligate a calcolare: 305 a 1 tra i 38,6 milioni di Wilson e i 126.612 dollari del dipendente mediano di EA. Fino a martedì quel numero lo si legge in un file scaricabile da chiunque; da mercoledì è materia di chi presta i soldi, e i creditori non pubblicano.

La prossima ristrutturazione, con venti miliardi di debito da servire, è la previsione meno azzardata che si possa fare sull’EA privata. Sarà anche la prima raccontabile solo a metà: sapremo che qualcuno è stato licenziato, non sapremo più quanto è valso, quell’anno, il lavoro che stava facendo.

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