Il PS5 Blackout ha esaurito la sua settimana il 30 agosto 2026 alle diciannove ora locale. Che poi la protesta contro Sony proseguisse a oltranza era già stato deciso prima ancora che partisse, quindi la scadenza non ha chiuso niente: ha solo tolto di mezzo l’unico elemento misurabile che la campagna avesse, cioè una data di fine.
Da qui in avanti nessuno è in grado di dire quante console siano ancora staccate. Il conto arriverà nella prossima trimestrale, quando Sony pubblicherà il numero di utenti attivi mensili.
Una settimana con la spina staccata
La campagna era partita il 23 agosto su iniziativa dell’account Does it play?, un progetto nato per verificare quali giochi su disco funzionino davvero senza scaricare aggiornamenti. Le regole erano tre e valevano per una settimana intera: nessun accesso al PlayStation Network, nessuna sessione di gioco, nessun acquisto sullo store. La ricostruzione è di Tom’s Hardware.
Il 24 agosto gli organizzatori avevano corretto il tiro, definendo quella settimana un minimo e invitando a proseguire senza scadenza. Il 30 agosto l’aggiornamento finale ha confermato la linea: console spente fino a un cambio di rotta dell’azienda.
Il motivo dichiarato è la decisione di Sony di interrompere la produzione di dischi da gennaio 2028, annunciata a luglio 2026 e accompagnata da una petizione che a fine luglio aveva superato le 345.000 firme. Nelle motivazioni dei promotori compare anche un’accusa più generica, quella di un’azienda che si è allontanata dal proprio pubblico.
Sony ha già risposto, e la risposta è che non se ne accorge
Alla chiamata degli analisti sui conti trimestrali, la direttrice finanziaria Lin Tao aveva detto che l’azienda non vede impatti negativi sul proprio business derivanti dalla fine dei dischi. Aggiungeva che i giocatori hanno un legame affettivo con il supporto fisico e che bisogna riflettere su come rispondere a quel riscontro. Sulla linea, nessuna apertura: si procede con cautela, ma si procede.
I numeri le danno ragione nel breve periodo. PlayStation dichiarava circa 125 milioni di utenti attivi al mese nell’ultima rilevazione pubblica, in crescita anno su anno, e le azioni Sony erano salite del 3,2 per cento dopo l’annuncio sui dischi. Perché un boicottaggio di appassionati si veda in quella cifra servirebbe un calo di milioni di utenti, non di decine di migliaia.
Questo non rende la protesta inutile, la rende difficile da misurare. Ed è esattamente la condizione in cui un’azienda può permettersi di non rispondere.
Il malcontento, però, non riguarda solo i dischi. In un sondaggio di Push Square chiuso pochi giorni prima del blackout, il 92 per cento dei lettori si è detto convinto che PlayStation Studios trarrebbe beneficio da una dirigenza diversa. Il sondaggio era arrivato dopo le notizie sul rifacimento in corso di Horizon Hunters Gathering, uno spin-off della serie. Un campione autoselezionato di appassionati non è un dato di mercato, ma dice a quale temperatura sia il pubblico più esposto.
Il test è il calendario, e comincia adesso
La settimana scelta per il blackout era la meno costosa dell’anno per chi partecipava, perché non usciva niente. Le due settimane successive sono l’opposto. The Blood of Dawnwalker è arrivato il 3 settembre e Onimusha: Way of the Sword il 4; il 15 settembre esce Marvel’s Wolverine, il gioco PlayStation più atteso dell’anno, che peraltro avrà ancora una edizione su disco. Il 19 novembre tocca a Grand Theft Auto VI.
Chiedere a un pubblico di appassionati di saltare quattro uscite in tre mesi è una richiesta diversa da chiedergli di stare fermo una settimana d’agosto. La tenuta della campagna si misura lì, e si misura in acquisti mancati, non in messaggi di adesione.
Nel frattempo il malumore continua a comparire dove Sony pubblica: sotto l’annuncio dello State of Play di settembre, nota Kotaku, i commenti sul PlayStation Blog erano pieni di gente che chiedeva quando tornano i dischi. Nell’ora di trasmissione del 3 settembre, di dischi non si è parlato.
Cosa resta di una settimana di console spente
Il risultato concreto della campagna, per ora, è di avere tenuto il tema sui giornali per un mese, in una fase in cui la copertura poteva esaurirsi con l’annuncio di luglio. Non è poco: le proteste dei consumatori nel settore videoludico si spengono quasi sempre nel giro di giorni, e questa ha prodotto una data, una regola condivisa e un aggiornamento pubblico alla scadenza.
Il risultato che non c’è è un cambio di posizione dell’azienda, che a oggi non ha modificato di una virgola il piano annunciato. Chi ha staccato la console per una settimana lo ha fatto sapendo che la leva era simbolica; chi la lascia staccata mentre esce Marvel’s Wolverine sta usando l’unica leva che nei bilanci si vede davvero.


