Riot Games ha colpito con il sistema anti boosting 296.416 account di League of Legends e Valorant, i suoi due giochi competitivi. Il boosting è la pratica di far salire di grado un account facendolo giocare a qualcuno più bravo del proprietario, spesso a pagamento. Il numero è stato pubblicato il 17 settembre in un post sul blog di Riot firmato da Phillip Koskinas, che dirige il settore anti imbrogli dell’azienda, e copre le sanzioni date dalla fine del 2025. Non sono tutti ban: la sanzione va dalla perdita del grado conquistato in modo irregolare alla sospensione temporanea, fino alla chiusura dell’account.
Come funziona il sistema Anti-Boost
Il controllo fa parte di Vanguard, il software anti imbrogli di Riot che lavora a livello del kernel, cioè con i privilegi più alti del sistema operativo, e che accompagna Valorant dal 2020. La funzione Anti-Boost cerca un andamento preciso: un account che guadagna molti punti in classifica in poco tempo, con un livello di gioco molto più alto del solito, spesso in partite giocate insieme ad altri account di grado basso. Secondo Dot Esports, il sistema è partito in forma riservata su League of Legends nel settembre 2025 ed è arrivato su Valorant nell’estate del 2026, dopo circa un anno di prova. La base era un canale di segnalazione dedicato alla manipolazione del grado, introdotto con un aggiornamento di agosto 2025.
Le definizioni vengono dal post Playing Fair pubblicato da Riot a luglio. Il “booster” è chi gioca sull’account di un altro per alzarne il grado. Il “boostee” è l’account che riceve il grado non guadagnato, perché il proprietario ha pagato o ha ceduto le credenziali. L'”hitchhiker”, l’autostoppista, è chi gioca in gruppo con un account gonfiato per salire a sua volta. Lo “smurf”, infine, per Riot è solo l’account senza un vero proprietario, comprato o creato in serie per finire contro avversari più deboli. Gli account secondari creati e giocati dalla stessa persona restano permessi: secondo i dati di Riot sono circa il 9% degli account che giocano ogni giorno in classificata.
Le sanzioni, dal grado revocato al ban
Le pene cambiano in base al ruolo: secondo Dexerto, Riot può annullare il grado, togliere le ricompense stagionali o sospendere l’account per almeno tre giorni, con durate che crescono a ogni recidiva. Gli account comprati o senza un proprietario legittimo vengono chiusi per sempre. Chi ha giocato in gruppo con un account gonfiato perde i punti guadagnati in quelle partite anche se dice di non sapere niente, e chi fa il booster in modo abituale rischia sanzioni anche sul proprio account principale.
Il giorno dopo l’annuncio lo streamer Trainwrecks ha detto in diretta che il suo grado su League of Legends era stato riportato indietro, e ha attribuito la cosa alle partite giocate con altri giocatori di livello professionistico. Aveva già ricevuto un ban di 31 giorni su Valorant a maggio per partite con giocatori di grado alto. Riot, in quel caso, aveva chiarito che nella partita c’erano account smurf veri e propri.
Nel post Koskinas spiega il motivo con un argomento da designer più che da poliziotto: il tempo che un giocatore mette in una partita classificata perde valore se le vittorie si possono comprare. Chiude con una battuta, invitando chi viene bannato per boosting a chiedere indietro i soldi al proprio booster “per servizio non reso”.
Autenticazione a due fattori e chip di sicurezza
La parte del post che avrà più effetto sui giocatori non riguarda i numeri. Riot ha annunciato che anticiperà due requisiti per giocare in classificata: l’autenticazione a due fattori obbligatoria, che chiede un secondo codice oltre alla password, e il TPM 2.0 (Trusted Platform Module), il chip di sicurezza della scheda madre. Con quel chip Vanguard può verificare che il gioco giri su un computer fisico e non su una macchina facilmente sostituibile o condivisa. Riot ha già una sperimentazione dell’autenticazione a due fattori attraverso la sua app per smartphone, Riot Mobile, e secondo Dot Esports quella prova ha mostrato che fra l’80 e il 90% degli account rubati non aveva il secondo fattore attivo.
Riot non ha dato date né ha detto da quali gradi in su i requisiti saranno obbligatori. Chi vuole può già attivare la verifica in anticipo con lo strumento Vanguard Pre-Check. L’azienda cita anche l’intelligenza artificiale fra i motivi della stretta: creare account nuovi in serie, scrive, è ormai questione di un comando.
Il requisito del TPM 2.0 non è nuovo per chi gioca su Windows 11, che lo chiede già per l’installazione, ma può escludere i computer più vecchi che non hanno il chip o che lo hanno disattivato nelle impostazioni della scheda madre.
Quanto vale il mercato degli imbrogli
Riot tratta il boosting come un servizio in vendita e ne parla con il lessico del commercio: nel messaggio pubblicato su X il 17 settembre definisce i sanzionati clienti di un servizio di grado in affitto. Il problema è simile a quello dei programmi per imbrogliare, che secondo una stima citata da Activision muovono fra 5,1 e 13,8 miliardi di dollari l’anno. Riot non ha detto quanti dei 296.416 account siano stati chiusi in modo definitivo e quanti abbiano solo perso il grado, né quanti fossero su League of Legends e quanti su Valorant. Il conteggio, scrive Koskinas, continuerà a salire nei prossimi mesi, quando la rimozione del grado verrà applicata in modo più severo.


