Asmongold, lo streamer che ha rilanciato la tesi sul Blizzardgate smentito

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No, il Blizzardgate non è stato “smentito”. Cosa dice davvero l’accordo da 250 milioni con Microsoft e le fesserie degli streamer

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Il solito Asmongold. Il video si intitola IT Was ALL LIES, era tutto una bugia, ed è arrivato su YouTube il 4 agosto 2026, quando una clip di meno di due minuti tratta dalla diretta del giorno prima aveva già fatto il giro di X: prima il pubblico si scalda, poi lui ci mette il cappello sopra. Il bersaglio è il Blizzardgate, lo scandalo per molestie e discriminazioni che nel 2021 travolse Activision Blizzard. Secondo il post che lo streamer commenta, pubblicato il 27 luglio da un utente di X, quelle accuse erano “interamente false” e la California stessa avrebbe ammesso di non avere prove; la conclusione che lui ne trae in diretta è che i giocatori siano il gruppo discriminato per eccellenza, davanti a donne, persone LGBT+ e disabili.

Cinque anni fa era lui a darle per vere. Il 27 luglio 2021, una settimana dopo il deposito della causa californiana, Blizzard annunciò che avrebbe rimosso dal gioco i riferimenti non più appropriati, a partire dai personaggi non giocanti intitolati ad Alex Afrasiabi, l’ex creative director di World of Warcraft che quella causa citava come esempio di molestatore lasciato agire grazie alla propria posizione in azienda. Asmongold liquidò la mossa come un “virtue signal”, una posa da ufficio stampa, e in diretta si rivolse a Blizzard così: “sapevate che molestava le persone e le toccava in modo inappropriato, perché è uno dei motivi per cui ha lasciato l’azienda”. Su X, quello stesso giorno, chiedeva meno gesti simbolici e azioni vere.

Il repertorio è quello di sempre, e nella prima settimana di agosto lo ha esibito su tre fronti. Il 6 agosto Twitch gli ha sospeso il canale: tre giorni prima, commentando in diretta la crisi migratoria di Ceuta, aveva detto che su quei migranti si dovrebbe sparare e basta, bambini compresi. Negli stessi giorni ha rilanciato su X quelle che lui stesso chiamava voci non confermate di licenziamenti a Halo Studios, dentro l’ondata sul presunto flop woke del remake, salutandole come un’altra vittoria dei “CHUD”, l’insulto che la destra online anti woke ha adottato come bandiera. Il 7 agosto una fonte interna a Xbox ha detto a GamesBeat che licenziamenti non ce n’erano stati, solo la fine di contratti esterni come capita dopo ogni uscita. Microsoft non ha mai commentato ufficialmente, e tra chi ha lasciato lo studio in quei giorni c’era un producer che ci lavorava da sei anni e mezzo.

Come avevamo ricostruito un anno e mezzo fa, però, le cose sono parecchio più complicate di così. Nessuna sentenza ha mai dichiarato false le accuse del 2021, e l’accordo di fine maggio da cui tutto questo è partito, letto per intero e non per estratti, dice l’esatto contrario di quello che gli si fa dire.

L’accordo da 250 milioni non parla di molestie

Il 22 maggio 2026 è diventato pubblico un preaccordo da 250 milioni di dollari, depositato alla Corte della Cancelleria del Delaware, per chiudere una causa aperta nel 2022 dal fondo pensione svedese Sjunde AP-Fonden, noto come AP7. L’oggetto della causa non erano le molestie, ma il prezzo di vendita dell’azienda: secondo AP7, l’allora CEO Bobby Kotick avrebbe accelerato la cessione a Microsoft per 95 dollari ad azione pur di conservare il proprio incarico e i circa 400 milioni di dollari legati alla clausola di cambio di controllo, sottopagando così gli azionisti. Se la giudice approverà l’intesa, chi ha detenuto azioni Activision Blizzard tra l’annuncio dell’acquisizione, nel gennaio 2022, e la sua chiusura, nell’ottobre 2023, riceverà altri 30 centesimi per azione. Dei 250 milioni Microsoft ne versa il 40 per cento e il resto lo copre la polizza assicurativa di amministratori e dirigenti, e nessuna delle parti ammette colpe, come da prassi in questi accordi: lo ricostruisce con dovizia di documenti Game File, il sito del giornalista Stephen Totilo che segue la causa fin dal suo deposito.

Perché il testo tira in ballo le molestie

Il motivo per cui un accordo sul prezzo delle azioni è finito al centro di un dibattito sulle molestie sta in due frasi della documentazione depositata. Microsoft dichiara di non riconoscere alcuna condotta scorretta sistemica ad Activision, né che i vertici l’abbiano tollerata. AP7, dal canto suo, ammette che le proprie accuse originarie si basavano in parte su resoconti giornalistici delle affermazioni del California Civil Rights Department (CRD, l’ex DFEH che aveva avviato la causa del 2021), le quali secondo il CRD stesso non sarebbero mai state “sostanziate da un tribunale o da un’indagine indipendente” e sarebbero ora ritirate. È quasi la stessa formula dell’accordo da circa 54 milioni di dollari con cui il CRD chiuse, nel dicembre 2023, la causa originaria su disparità salariali e promozioni: là lo Stato riconosceva che nessun tribunale e nessuna indagine indipendente avevano comprovato l’esistenza di molestie sessuali sistemiche o diffuse in azienda, né che i vertici le avessero ignorate, avallate o tollerate. Quel linguaggio, per Kotick, è diventato negli ultimi anni un vero e proprio mantra legale, ripreso quasi testualmente in ogni accordo successivo, come si vede più avanti.

“Non sostanziato” non vuol dire “smentito”

È qui che il thread virale salta un passaggio decisivo. Un’accusa “non sostanziata da un tribunale o da un’indagine indipendente” non è un’accusa dichiarata falsa: è un’accusa che non è mai arrivata a processo, perché le parti hanno preferito patteggiare. Nessun giudice, in nessuna delle cause del 2021, ha mai valutato le prove e stabilito che i fatti non fossero accaduti. Lo ha scritto nero su bianco la stessa AP7, in una memoria di febbraio 2026 depositata mentre ancora trattava con Kotick: quel testo del 2023, sostenevano i suoi legali, non è una sentenza che afferma l’assenza di molestie diffuse in Activision, ma solo l’assenza, fino a quel momento, di un’opinione del tribunale o di una conclusione formale in tal senso da parte di un’indagine indipendente. Un mese dopo i legali di Kotick hanno risposto che il testo restava comunque inequivocabile. Alla fine, con l’accordo di maggio, è stata proprio AP7 ad accogliere quella lettura, non perché un giudice le abbia dato torto sul merito delle molestie, ma perché ha chiuso una causa che riguardava tutt’altro.

Da dove è partita davvero l’ondata

Il detonatore non è stato l’accordo di maggio, rimasto per settimane confinato alla stampa finanziaria. Il 22 luglio City Journal, la rivista del Manhattan Institute, think tank conservatore di New York, ha pubblicato un lungo articolo firmato da Christopher Rufo, l’attivista che ha costruito le campagne americane prima contro la teoria critica della razza e poi contro le politiche di diversità aziendale, e dal cronista Kenneth Schrupp. Vale la pena leggerlo davvero, perché non sostiene affatto che le molestie non ci siano state: sostiene che l’agenzia californiana per i diritti civili usi le cause discriminatorie per estrarre accordi milionari, e prende Activision come caso di studio. Tra i documenti su cui si regge, lo scrivono gli autori stessi, c’è una segnalazione penale depositata da un gruppo legato a Kotick.

Cinque giorni dopo, il 27 luglio, quell’argomento è diventato su X un altro argomento: che le accuse di molestie, il presunto furto di latte materno e persino il suicidio di una dipendente fossero una messinscena orchestrata dalla California. Sull’ultimo punto va detto che una risposta netta non ce l’ha nessuno: riguardava Activision e non Blizzard, i genitori della donna avviarono una causa per morte ingiusta e poi la ritirarono, e Schreier stesso ha spiegato di non trattarlo perché non è in grado di documentarlo. Il thread è rimbalzato per giorni su decine di account. A intervenire è stato anche Chris Kaleiki, ex designer di World of Warcraft, secondo cui il libro Play Nice di Jason Schreier ammetterebbe che la “Cosby Suite” fosse una bufala, tesi ripresa nei giorni successivi anche dal suo principale interlocutore critico in materia, l’ex producer di StarCraft e Diablo II Mark Kern.

Quella riga, però, Schreier non l’ha scritta nel 2024 per correggersi a posteriori. Che il soprannome venisse dal tappeto della stanza, che a qualcuno ricordava i maglioni del comico, sta già dentro l’inchiesta per Bloomberg dell’agosto 2021, quella in cui documentava le molestie, attribuito a ex dipendenti e messo tra parentesi in mezzo al racconto di come le dipendenti evitassero il bar dell’hotel vicino al centro congressi e di come l’azienda mandasse email per dire di smetterla di portare le fan nella suite dei dirigenti. Kaleiki, in un messaggio successivo, ha precisato che il suo bersaglio non era Schreier ma il pezzo di Kotaku.

Cosa è successo davvero in quella stanza

Vale la pena ricostruirla per intero, perché è il punto su cui si regge tutta l’ondata di questi giorni. La festa nella suite è dell’autunno 2013, durante il BlizzCon. La routine del comico Hannibal Buress che riportò in circolazione le accuse di violenza sessuale contro Bill Cosby è dell’ottobre 2014: un anno dopo. La foto e la chat di gruppo non erano nemmeno un materiale trafugato: stavano su Facebook, pubblicate dai diretti interessati, e da lì un ex sviluppatore le passò a Kotaku.

Su come sia nato quel soprannome, però, le due ricostruzioni del 2021 non coincidono, ed è onesto dirlo invece di scegliere quella comoda. Gli ex dipendenti sentiti da Bloomberg parlano del tappeto. Kotaku, che quelle immagini le ha pubblicate per prima, riportò entrambe le letture: una fonte dava la stessa versione del tappeto, altre dicevano che il punto fosse proprio la reputazione di Cosby, e il giornale annotava che nelle foto la stanza era bianca e spoglia e il tappeto non somigliava per niente a quei maglioni. Nessun tribunale ha mai deciso quale delle due versioni sia quella giusta, e chi oggi ne cita una sola come verità accertata sta facendo esattamente quello che rimprovera agli altri.

Quello su cui invece non c’è disaccordo è il contenuto della chat, perché quello si legge. Nel gruppo, che si chiamava “BlizzCon Cosby Crew”, il game designer Dave Kosak scriveva “sto radunando le gnocche per il Coz” e Afrasiabi rispondeva “portamele”. Nel libro c’è la testimonianza di Michelle Morrow, attrice e presentatrice che lavorava agli eventi Blizzard, ed è la parte che nessuno dei due schieramenti cita volentieri. Morrow racconta che quella sera nella suite dovette respingere le avance di Afrasiabi, come già la sera prima a cena; il resto della serata, dice, non ebbe niente di losco, e quelle “gnocche” erano lei e la moglie di Kosak, lo stesso che a cena l’aveva tolta dall’imbarazzo portando via il proprio superiore. Sotto una foto di alcune donne sul letto della stanza, però, Kosak aveva commentato “#CozApproved“, e una fonte dello stesso articolo lo indica al tempo stesso come una delle poche persone che erano intervenute quando un altro sviluppatore molestava qualcuno.

Kosak nel 2021 non lavorava più in Blizzard: era passato a Deviation Games, lo studio californiano poi chiuso nel 2024. Secondo la ricostruzione che Schreier ha fatto nel suo video di risposta, dopo l’uscita dell’articolo due studi terzi allontanarono persone che comparivano in quella foto senza avere alcuna parte nel procedimento californiano: oltre a Kosak, il designer di ZeniMax Online Paul Cazares, contro cui non è mai stata mossa alcuna accusa. Nessuna delle due aziende era parte in causa: hanno deciso guardando un’immagine.

Il problema è che il simbolo sbagliato ha finito per coprire quello vero. Perché su Afrasiabi le testimonianze ci sono: la causa californiana lo indicava come il caso esemplare, le fonti di Kotaku parlavano del suo comportamento predatorio come di una cosa nota in azienda, e la sua uscita è arrivata solo nella primavera del 2020, sette anni dopo quella festa. Quando il giornale chiese conto delle foto, un portavoce rispose che le vicende del 2013 erano state segnalate all’azienda da un dipendente nel giugno 2020, che era stata aperta un’indagine interna, e che a quel punto Afrasiabi era già stato licenziato per la propria cattiva condotta nel trattamento dei colleghi. Non è la versione dei giornali: è quella dell’azienda. Il punto vero, quello su cui nessuno ha mai patteggiato niente, è che tutti sapevano di lui e per sette anni nessuno ha fatto niente.

Cosa non è mai stato ritirato

Mentre il dibattito online si concentra sul linguaggio di un accordo civile su un prezzo per azione, restano sul tavolo elementi che nessuna transazione ha cancellato. L’accordo separato con l’Equal Employment Opportunity Commission, l’agenzia federale statunitense per le pari opportunità sul lavoro, riguardava proprio le molestie sessuali: 18 milioni di dollari, approvati il 29 marzo 2022 dalla giudice federale Dale Fischer, che li definì equi, ragionevoli e adeguati all’interesse pubblico. Quel testo non contiene nulla di simile alla formula californiana: le cause erano due, statale e federale, e la clausola diventata virale appartiene a una sola delle due. Il post rilanciato da Asmongold quei 18 milioni li cita, ma li descrive come una multa pagata per adottare pratiche di assunzione sfavorevoli agli uomini bianchi. Erano invece un fondo per risarcire chi, tra il settembre 2016 e quella data, avesse subito molestie sessuali, discriminazione per gravidanza o ritorsioni per averle denunciate, dentro un decreto di conciliazione triennale che imponeva all’azienda un consulente esterno concordato con l’agenzia.

A salutare pubblicamente il via libera del giudice, all’epoca, fu lo stesso Kotick, che lo definì un passo importante perché i dipendenti avessero strumenti di tutela nel caso avessero subito molestie o ritorsioni. Un’azienda che considerasse false quelle accuse non firma un decreto federale triennale e non lo saluta come una conquista.

Il presunto furto di latte materno risale a una testimonianza diretta, quella dell’ex producer Stephanie Krutsick, che nel dicembre 2021 raccontò un episodio del 2008: la stanza per l’allattamento non aveva ancora un frigorifero, lei lasciava le sacche, etichettate e riconoscibili, in quello della sala pausa, e un giorno sparirono. Il racconto arrivò in risposta al thread di un’altra dipendente sulle condizioni di quella stanza, come riportato all’epoca da Inven Global. Nessuno di questi due elementi compare nel decreto di conciliazione che il thread virale cita come prova d’innocenza, semplicemente perché riguardano procedimenti diversi.

E il racconto non si regge su una firma sola. Nel febbraio 2022 Fortune pubblicò una propria inchiesta costruita su ventinove interviste a dipendenti ed ex dipendenti di Blizzard e della capogruppo, e non l’ha mai ritirata. Fu in quell’occasione che l’azienda mise agli atti il proprio bilancio interno: dal luglio precedente, disse, trentasette persone avevano lasciato l’azienda e altre quarantaquattro erano state sanzionate.

Nel 2021 Asmongold diceva l’esatto contrario

La frecciata sull’NPC non fu un’uscita isolata. Il 16 novembre 2021, il giorno in cui il Wall Street Journal scrisse che Kotick sapeva delle molestie e non era intervenuto e centinaia di dipendenti uscirono dagli uffici per chiederne le dimissioni, lo streamer riassunse la propria posizione su X in tre parole: “fuck Bobby Kotick”. Il post raccolse quasi ventimila like in meno di ventiquattro ore, e in diretta aggiunse che quell’uomo aveva creato da solo tutti i guai dell’azienda, ma le faceva guadagnare troppi soldi perché venisse licenziato. Due mesi dopo, all’annuncio della vendita a Microsoft, lo definì il “cattivo perfetto”, uno senza nemmeno un tratto riscattabile.

La documentazione, in cinque anni, non si è mossa: è la stessa del 2021 e nessuno l’ha smontata. Il pubblico a cui Asmongold parla invece sì, e la svolta ha delle date precise. All’inizio del 2024 è tra i creator che rilanciano la campagna contro Sweet Baby Inc., la società di consulenza narrativa canadese accusata sui forum di imporre agende progressiste agli studi che la assumono. Il 14 ottobre dello stesso anno definisce i palestinesi “persone terribili” appartenenti a una “cultura inferiore”, si prende due settimane di sospensione da Twitch e in un video di scuse dice di essersi lentamente trasformato nella versione più meschina, sgarbata, sgradevole, insensibile e psicopatica di sé stesso, promettendo di cambiare. Dal 2025 il commento politico è la componente principale delle sue dirette, e il resto è la cronaca degli ultimi mesi.

Nel 2021 le molestie di Blizzard erano un fatto acquisito anche per lui, e il bersaglio della sua insofferenza per i gesti simbolici era l’azienda che quelle molestie le aveva coperte. Cinque anni dopo il bersaglio sono le donne che le hanno denunciate, e gli stessi documenti diventano una montatura della California. In mezzo non è arrivata nessuna prova che rovesci quelle accuse. È cambiato chi lo guarda.

Una campagna che dura da anni

Che il linguaggio del 2023 tornasse a circolare non è una sorpresa per chi segue la causa AP7 da vicino. Il precedente più diretto è del marzo 2025, quando Kotick ha citato in giudizio G/O Media, editore di Kotaku e Gizmodo, per gli articoli sulle accuse di molestie e discriminazione. Almeno dall’autunno 2025 i suoi legali dello studio Clare Locke chiedono alle testate di inserire quella formula ogni volta che il suo nome compare accanto alla parola “molestie”: nell’ottobre 2025 una loro lettera ha portato Reuters ad aggiornare un pezzo sullo stato della causa, e dopo un articolo del gennaio 2026 Totilo ha raccontato di aver ricevuto la stessa richiesta, salvo sentirsi rispondere con delle scuse quando ha fatto notare che quella formula il suo pezzo la conteneva già. All’inizio del 2026 Kotick ha anche fatto causa ad AP7 per abuso del processo, sostenendo che la vertenza servisse a fare spazio a un concorrente europeo e annunciando l’intenzione di smascherare gli attivisti che, secondo lui, si sono inventati la storia delle molestie in Activision. Il thread di fine luglio, in questo senso, non ha inventato niente: ha preso una frase che la macchina legale di Kotick ripete da tre anni e l’ha spogliata di ogni distinzione tra “mai portato davanti a un giudice” e “falso”. Quando è arrivata su un canale da milioni di iscritti, quella distinzione era già sparita.

Schreier ha risposto con un video intitolato The Truth Behind Sexual Harassment At Blizzard, in cui legge per intero la clausola incriminata e poi elenca cosa resta in piedi attorno a essa. La sua tesi è che più cose possano essere vere insieme: la causa californiana era fuorviante e piena di imprecisioni, tanto che sbagliava perfino il cognome di Cosby, e allo stesso tempo molte donne che hanno lavorato in Blizzard raccontano episodi reali di molestie, disparità salariale e segnalazioni finite nel nulla. Fa anche notare che gli stessi ambienti che ora lo accusano di aver inventato lo scandalo, negli anni precedenti lo accusavano dell’esatto contrario: di averlo taciuto.

Ai suoi critici che gli rimproverano di reggersi su fonti anonime, la risposta migliore sta in quello che aveva pubblicato nell’agosto 2021. Delle oltre cinquanta persone che parlarono con Bloomberg la maggioranza chiese l’anonimato per timore di ritorsioni, ma non tutte. Cher Scarlett, in azienda per un anno a partire dal 2015, raccontò di essere stata palpeggiata da colleghi a due feste aziendali. La project manager Nicki Broderick raccontò il commento di un collega sui suoi pantaloncini, dopo il quale in ufficio non li indossò più: a segnalarlo all’ufficio del personale fu un’amica, senza che succedesse niente. La community manager Christina Mikkonen descrisse la mentalità da rockstar che rendeva certi sviluppatori intoccabili. Sono nomi e cognomi, pubblicati cinque anni fa, dentro un’inchiesta in cui sei donne raccontavano di aver segnalato episodi all’ufficio del personale senza vedere alcun risultato. Nessuna di loro ha ritrattato, e nessun accordo firmato da Microsoft o dallo Stato della California ha il potere di ritrattare al posto loro.

Il Blizzardgate è stato patteggiato, più volte, da un’azienda che aveva tutto l’interesse a evitare un processo pubblico: nessun tribunale l’ha riaperto, nessuna sentenza l’ha chiuso. Scambiare quel silenzio giudiziario per un’assoluzione è un errore che si ripete identico ogni volta da quando il berlusconismo ci ha abituati a scambiare per assoluzione qualunque cosa, partendo dalle prescrizioni fino, appunto, ai patteggiamenti. Ma che Silvio abbia fatto scuola negli USA lo abbiamo capito da quando è saltato fuori Trump, nulla di nuovo sotto il sole.

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