Anni fa ho ereditato una codebase in cui qualcuno aveva incapsulato ogni chiamata rischiosa in un try/except con dentro un pass. Tradotto per chi non programma: qualunque cosa andasse storta, il programma se la teneva per sé e proseguiva come niente fosse. Per settimane quel software è sembrato il più stabile su cui avessi mai messo le mani. Non lo era. Semplicemente aveva smesso di dirmelo.
Mi è tornato in mente guardando Sony, che dal 1° luglio non dice una parola sui dischi.
Il 22 luglio, Alanah Pearce ha pubblicato un video sul proprio canale YouTube in cui sostiene di aver saputo il perché. Secondo lei, persone che lavorano dentro gli studi first party di PlayStation le hanno riferito di aver ricevuto linee guida social fra le più severe mai viste su un singolo argomento. E aggiunge una cosa più interessante della prima: che l’azienda sapeva benissimo in anticipo come sarebbe andata a finire.
Prima di crederci, guardiamo lo stack trace
Qui serve fermarsi, perché la notizia è interessante ma la catena delle fonti è lunga e va detto al lettore quanto è lunga.
Pearce ha lavorato come autrice a Santa Monica Studio, lo studio di God of War, dal 2020 fino al 2024, e ha contribuito al prossimo capitolo della serie. Non è quindi una dipendente attuale: riferisce quanto le hanno detto persone che non nomina. Nessuno ha visto il documento. Sony non ha commentato. In termini di solidità siamo a un livello sotto la testimonianza diretta, ed è giusto che si sappia prima di rilanciarla, cosa che quasi nessuno ha fatto.
Detto questo, la ricostruzione è coerente con quello che si vede da fuori. Le regole su cosa i dipendenti possono dire pubblicamente non sono una novità in Sony, si applicano di routine attorno agli annunci: la tesi di Pearce non è che esistano, è che stavolta siano di un ordine di grandezza più rigide.
Quello che invece è documentato
Il resto del quadro non ha bisogno di condizionali. Il 1° luglio Sony ha annunciato sul PlayStation Blog che dal gennaio 2028 smetterà di produrre dischi per tutti i nuovi giochi PlayStation, e che i titoli già usciti o in arrivo prima di quella data non sono toccati.
Da quel giorno l’azienda non è più intervenuta sul merito. Nel frattempo la petizione Don’t Kill the Disc, che avevamo lasciato a 110.000 firme, ha superato le 330.000. Ci sono state disdette di massa di PS Plus e campagne di boicottaggio. E le azioni Sony, dall’annuncio, sono salite di circa l’8,6%.
Quell’ultimo numero spiega da solo perché nessuno risponde. Il silenzio non sta costando niente.
L’eccezione catturata non sparisce
Il punto tecnico che mi interessa è un altro, ed è quello che chiunque abbia gestito un sistema in produzione riconosce al volo. Sopprimere un errore non lo risolve. Lo sposta.
Se le cose stanno come le racconta Pearce, Sony ha fatto esattamente quello che aveva fatto il mio predecessore con quel try/except: ha chiuso il canale di output, non la causa. Gli sviluppatori che la pensano diversamente continuano a esistere, i rivenditori pure, e la petizione ha triplicato le firme mentre l’azienda taceva. L’unica cosa che il silenzio produce è che il problema smette di comparire nei log ufficiali, e ricompare altrove: in un video su YouTube di una che lì non lavora più, per esempio.
C’è una differenza però, e non è a favore di Sony. Il mio software, quando l’ho ripulito, ha ricominciato a lanciare eccezioni e le ho sistemate una per una. Qui non c’è niente da sistemare, perché la decisione non è un bug. È il comportamento previsto, e il grafico in borsa dice che sta funzionando come da specifiche.


