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Don’t Kill the Disc: la petizione contro Sony vola oltre le 110.000 firme (e Sony non risponde)

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Ti è mai capitato di aprire una segnalazione di bug su un progetto, spiegare per bene cosa si è rotto, vedere altri centomila utenti scrivere “confermo, succede anche a me”, e poi guardare il maintainer che legge tutto e non risponde una riga? Ecco, la petizione Don’t Kill the Disc è esattamente questo: il progetto è PlayStation, il bug che nessuno aveva chiesto è l’annuncio di Sony, e il maintainer è in silenzio radio da cinque giorni.

Il 1° luglio Sony ha comunicato, sul PlayStation Blog, lo stop alla produzione di dischi fisici per tutti i nuovi giochi PlayStation a partire da gennaio 2028: da quella data in poi si comprerà solo su PS Store o in scatole con dentro un codice. L’abbiamo già raccontato quando il web ha risposto come sempre, cioè memando. Poche ore dopo l’annuncio, Jade Pearce, CEO del rivenditore canadese PNP Games, ha aperto la petizione su Change.org. E qui il contatore è partito come una fork bomb: 12.000 firme il primo giorno, oltre 40.000 in 48 ore, il superamento delle 90.000 riportato sabato da Tech4Gamers, e mentre scrivo ha già passato le 110.000 (più una seconda petizione minore, ferma intorno alle 3.000).

La richiesta non è “abolite il digitale”. È l’opposto preciso: non trasformare il digitale nell’unica opzione. Pearce mette in fila l’argomento della proprietà: un disco lo presti, lo rivendi, lo regali, lo collezioni, lo lasci in eredità; una scatola con dentro solo un codice è una licenza in confezione di plastica, accesso che qualcuno può revocarti. La petizione insiste anche su un punto che di solito si dimentica: non è solo nostalgia, sono posti di lavoro, perché il fisico regge rivenditori, distributori, produttori e tutto il mercato dell’usato. E poi c’è il pezzo che fa più male, l’ironia: nel 2013, all’E3, Sony vinse una generazione promettendo che i giochi PlayStation li avresti potuti scambiare e prestare, sfottendo la concorrenza che provava a impedirlo. Tredici anni dopo, la concorrenza è lei.

wontfix (per ora)

Sony, dal canto suo, non ha ancora risposto: nessun post, nessun commento, il silenzio di un maintainer che ha letto la issue e ha spostato la milestone. La lettura realistica è che sia una decisione pianificata da mesi, con la PS6 ormai data per interamente digitale, e che 110.000 firme rischino di finire archiviate come closed as wontfix. Però il precedente esiste: Sony fece parziale marcia indietro sulla chiusura dello Store PS3 dopo l’ondata di proteste del 2021, e nel 2012 una petizione da quasi centomila nomi convinse Bandai Namco a portare Dark Souls su PC. Le issue abbastanza rumorose, ogni tanto, qualcuno le riapre.

L’annuncio, poi, non è nemmeno un caso isolato: è l’ennesimo commit nella stessa branch. C’è GTA VI che esce col codice nella scatola invece del disco, ci sono i 551 film cancellati dalle librerie PlayStation di chi li aveva pagati, c’è la battaglia europea di Stop Killing Games con oltre un milione di firme certificate, c’è la legge in California che vuole obbligare gli editori a rimborsare o rilasciare versioni offline quando spengono i server. Pezzi diversi dello stesso bug di fondo: chiami “acquisto” una cosa che, nel contratto, è “accesso revocabile”.

Firmate, se vi va: io l’ho fatto. Non perché mi aspetti che il maintainer risponda, ma perché una regressione segnalata da 110.000 persone è più difficile da chiudere fingendo che non esista. Il resto lo capiremo tutti insieme, nell’istante preciso in cui proveremo a rivendere, prestare o anche solo riavviare un gioco che credevamo nostro, e scopriremo di aver comprato soltanto il permesso di aprirlo.

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