Enormous Morrowind mod Tamriel Rebuilt just got even bigger with new expansion

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id Software perde il 75% dello staff, il producer Willis: “Un altro Morrowind in questo scenario è impossibile”

Tempo di lettura: 3 minuti

Il weekend scorso ho provato a resuscitare un vecchio backup di un progetto abbandonato nel 2019, sperando di recuperare qualche libreria utile. Ho ripristinato tutto: cartelle, commit, perfino i README pieni di buoni propositi mai mantenuti. Risultato: metà dei file punta a dipendenze che nessuno aggiorna più da anni, l’altra metà si apre e basta, guscio vuoto senza l’ambiente che lo faceva girare. Il codice sorgente c’era tutto. Quello che mancava era tutto il resto.

È più o meno la lezione che sta imparando id Software, lo studio dietro Doom, in questi giorni. Fondata nel 1991 da John Carmack, John Romero, Tom Hall e Adrian Carmack e passata sotto controllo Microsoft nel 2021 con l’acquisizione di ZeniMax Media, id Software ha perso oltre il 75% del proprio organico nei licenziamenti Xbox del 6 luglio 2026, secondo quanto riportato da TheGamer. Il codice sorgente, il marchio, i motori grafici sono ancora lì. L’ambiente che li faceva funzionare, molto meno.

Restore completato, dipendenze introvabili

Ad accorgersene per primo è stato Andrew Willis, produttore ancora attivo in id Software, che nei giorni successivi ha pubblicato su LinkedIn una serie di post furiosi. La diagnosi di Willis è netta: gli attuali proprietari dell’industria sono “custodi terribili e manager finanziari anche peggiori”, e l’unica strada percorribile è quella di studi di proprietà degli sviluppatori che rinascano dalle chiusure, con crescita sostenibile come conseguenza del successo e non come obiettivo a sé. La sintesi più tagliente arriva in chiusura di uno dei post, ripresa da PC Gamer: “non avrete mai un altro WoW o Morrowind in questo clima”.

Willis non è un osservatore esterno che grida al lupo da fuori dal repository. È stato tra i protagonisti del tentativo di sindacalizzazione di id Software nel 2025, quindi quando parla di chi controlla l’industria senza aver mai spedito un gioco, sa esattamente a quali dirigenti si riferisce. E il memo con cui la CEO di Xbox Asha Sharma ha annunciato il taglio di 3.200 posti, spiegando che la divisione stava perdendo 64 centesimi per ogni dollaro investito, promette comunque un ritorno alla crescita nel 2027. Come dire: abbiamo cancellato mezzo database, ma il backup ripartirà da solo.

Anche chi la storia di id Software l’ha scritta di persona fatica a difendere lo stato dei lavori. Il 9 luglio 2026, cinque giorni prima dei post di Willis, il cofondatore John Carmack ha ammesso su X che la sua vecchia previsione ottimista non ha retto: la sua frase secondo cui Microsoft sarebbe stata un buon custode del marchio non sta invecchiando bene, dice, e la reunion dei fondatori al QuakeCon del mese prossimo ne risentirà. Anche Carmack, però, si ferma prima di indicare un colpevole preciso: sospetta solo che id Software fosse un business marginale nei conti di Microsoft, tenuto in piedi dagli incassi di Minecraft più che dai propri.

Qui la mia metafora del backup smette di reggere, ed è proprio questo il punto.

Un progetto software morto lo si può anche accettare: si archivia e si passa oltre. Ma Doom è un franchise che vende ancora, gestito da una squadra che lo conosce meglio di chiunque altro sia mai stato assunto per sostituirla. Ridurre l’organico dopo aver spremuto trent’anni di credibilità non è un ripristino da backup fallito: è cancellare la directory apposta, e poi stupirsi che il prossimo restore non trovi niente da recuperare. Lo stesso copione lo abbiamo già visto su Elder Scrolls Online, ed è lo stesso allarme che Sasko aveva lanciato dopo i licenziamenti in Bungie: cambiano i loghi, la struttura del disastro resta identica.

Il modello che propone Willis è concreto, non un’aspirazione vaga: è letteralmente l’unico in cui chi scrive il codice ha anche voce sulle sue dipendenze. Il problema è che per arrivarci serve prima sopravvivere al prossimo giro di garbage collection aziendale, e i dirigenti che decidono cosa va in memoria e cosa va liberato, per ora, restano gli stessi.

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