Schermata di errore di rete su una console PlayStation, con il codice CE-33743-0

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Grazie Sony: con il down del PSN ci hai mostrato la vera natura del futuro only digital

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Nel mio palazzo hanno chiuso l’acqua per lavori dalle nove alle quattro. Sei ore in cui ho scoperto quante cose davo per scontate al rubinetto: il caffè, i piatti, il fatto stesso di poter decidere quando lavarmi le mani. L’acqua nel mondo c’era ancora: a saltare era un pezzo di tubatura che non avevo mai visto e che non è mia.

Venerdì 24 luglio è successa la stessa identica cosa a qualche milione di persone con una PlayStation accesa. Il PlayStation Network è caduto per oltre sei ore, in tutto il mondo, e non a metà: la pagina di stato di Sony dava problemi su tutti i servizi, gestione account, PlayStation Store, streaming e perfino PlayStation Direct, il negozio hardware. Giù PS5, PS4, PS3 e pure la Vita. Il disservizio ha rinviato la finale di EA Sports FC 26 all’Esports World Cup, che è il modo più imbarazzante di scoprire di avere un single point of failure. La causa risalirebbe a un incidente ad Amazon Web Services, cioè a un fornitore che con i videogiochi non c’entra niente.

Il guaio grosso stava sotto il multiplayer. Chi aveva giochi digitali installati sul disco fisso, già scaricati, già pagati, in diversi casi non è riuscito ad avviarli, perché la console non riusciva a validare la licenza. Il file c’era. Il permesso di aprirlo stava altrove.

Comprare un gioco digitale significa comprare un puntatore

Chi programma conosce la differenza tra un dato e un riferimento a un dato. Il disco in mensola è il dato: sta a casa vostra, ce l’avete in mano, si degrada con i vostri tempi. L’acquisto digitale è un puntatore a un oggetto che vive sull’heap di qualcun altro. Finché quell’oggetto esiste ed è raggiungibile, dereferenziare funziona e voi giocate. Il 24 luglio l’oggetto esisteva ma non era raggiungibile: sei ore di attesa e poi tutto è tornato.

Il caso brutto è l’altro, quello in cui l’oggetto viene liberato mentre voi tenete ancora il puntatore in mano. In C si chiama dangling pointer e di solito finisce con il programma che si schianta. Sul PlayStation Store si chiama scadenza di licenza e finisce con una riga di comunicato.

Non è teoria. Ad agosto 2022 Sony ha rimosso 314 titoli Studio Canal in Germania e 137 in Austria. A dicembre 2023 ha annunciato la cancellazione di circa 1.200 serie Discovery già acquistate, poi rientrata dopo la rivolta degli utenti con un accordo aggiornato con Warner Bros. che garantiva l’accesso per almeno trenta mesi. Trenta mesi da dicembre 2023 sono scaduti a giugno 2026, e cosa succeda dopo non lo ha mai chiarito nessuno. Nel frattempo a giugno 2026 è arrivato il turno del Regno Unito: 551 film e serie Studio Canal spariranno dalle librerie il 1° settembre 2026, senza rimborso. Ne abbiamo scritto quando è stato annunciato.

La parte che dovrebbe far incazzare è che tutto questo è perfettamente regolare. I termini del PlayStation Network dicono nero su bianco che l’uso di parole come “acquista” o “compra” non implica alcun trasferimento di proprietà, e che quanto ottenuto dallo store è concesso in licenza non esclusiva e revocabile. La documentazione è corretta. È l’interfaccia utente che dice “Acquista” con un bottone grande e blu.

Ventitré giorni prima Sony aveva annunciato di togliere il piano B

Il tempismo del down è la parte che fa ridere amaro. Il 1° luglio 2026 Sony ha annunciato sul proprio blog che la produzione di dischi finisce a gennaio 2028: da quella data ogni nuovo gioco PlayStation esce solo in digitale, sullo store e nei negozi fisici sotto forma di codice. I giochi usciti prima restano su disco. Nello stesso giorno, con un secondo annuncio, è arrivata la chiusura del PlayStation Store su PS3 in alcuni mercati entro fine anno e la chiusura globale degli store PS3 e PS Vita l’anno prossimo. Due console che, guarda un po’, il 24 luglio erano nell’elenco dei servizi fuori uso.

Le reazioni non sono arrivate solo dai forum. Hideo Kojima, da un festival cinematografico in Italia, ha definito “frightening” le implicazioni della decisione, e Shawn Layden, che PlayStation l’ha presieduta, ha detto di non essere d’accordo. La petizione Don’t Kill the Disc ha superato le 110.000 firme e Sony non ha risposto, come avevamo raccontato.

Il disco non è perfetto, è solo vostro

Qui va detta la cosa scomoda per chi tifa mensola, me compresa. Il supporto fisico si rovina: i dischi si graffiano, i lettori Blu-ray muoiono, le custodie di cartucce si perdono in viaggio (chiedete alla mia collezione Game Boy, o a quello che ne resta). Un gioco su disco del 2026 senza patch è spesso un gioco a metà, e installarlo richiede comunque una connessione. Nessuno qui vi vende l’idea che il 2004 fosse il paradiso.

La differenza sta nel tipo di guasto. Un disco che si degrada è un problema vostro, con tempi vostri, su un oggetto che potete duplicare, prestare, rivendere o mettere in un cassetto per quindici anni. Una licenza revocata è una decisione di qualcun altro, presa per ragioni che non vi riguardano, applicata a distanza e senza rimborso. Nel primo caso siete voi a gestire la memoria. Nel secondo c’è un garbage collector che non avete scritto, che gira su una macchina che non vedete, e che a un certo punto libera l’oggetto perché un contratto tra due aziende è scaduto.

Il caso in cui il disco non è servito a niente

La domanda successiva se l’è già posta un giudice. The Crew, uscito nel 2014 anche su disco, richiedeva la connessione perfino per giocare da soli: Ubisoft lo ha tolto dalla vendita a dicembre 2023 e ha spento i server il 31 marzo 2024, rendendolo ingiocabile per chiunque. Per The Crew 2 e Motorfest è poi arrivata una patch offline, per il capostipite no. Due acquirenti californiani hanno fatto causa, e la difesa dell’azienda sostiene che nessuno poteva aspettarsi la proprietà perpetua di un gioco online, nemmeno chi aveva comprato la copia fisica: quello che si acquistava era una “limited license to access the game”, con l’avviso in maiuscolo sulla confezione che l’accesso poteva essere revocato con trenta giorni di preavviso.

Sul piano politico la partita si è chiusa cinque settimane fa. L’iniziativa dei cittadini europei Stop Killing Games ha raccolto 1.294.188 firme verificate, e il 16 giugno 2026 la Commissione europea ha risposto che non può imporre alle aziende l’obbligo di lasciare i giochi giocabili dopo la fine del supporto commerciale, promettendo al suo posto un codice di condotta volontario entro fine 2026. Tradotto nella metafora di prima: il disco vi consegna il dato, ma se il gioco continua a dereferenziare un puntatore remoto, in mano non avete niente.

Un down di sei ore si risolve aspettando. La cosa che dovrebbe restare, quando la corrente torna e il puntatore ricomincia a risolvere, è che per sei ore la vostra libreria è stata a disposizione di un guasto altrui, e che dal 2028, per i giochi nuovi, quella sarà l’unica modalità disponibile. Quindi grazie, Sony: sei ore di anteprima gratuita del pacchetto completo, con un anno e mezzo di anticipo sulla data di uscita.

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