Un account che si firma Anonymous ha pubblicato su X un testo intitolato The End of Owning Your Games is Coming, e nel giro di quattro giorni quel testo è diventato, nei titoli in giro per la rete, una dichiarazione di guerra a Sony e forse anche la spiegazione del down del PlayStation Network. Non è nessuna delle due cose: è un vademecum su cosa si compra davvero quando si compra un gioco digitale, e quello che chiede ai lettori è di comprare dischi finché ci sono e di archiviare quelli che hanno già.
Il primo a riprenderlo è stato TweakTown, il 27 luglio, seguito da TheGamer il 28 e dal sito messicano LEVEL UP il 30. Il post originale arriva dall’account @YourAnonOne, uno dei profili storicamente associati al marchio Anonymous.
Il down del PSN del 24 luglio non c’entra niente
L’equivoco più diffuso è anche il più facile da smontare. Nel passaggio sulle interruzioni del servizio il documento richiama, stando alla ricostruzione di LEVEL UP, il blackout di PSN del 7 e 8 febbraio 2025, durato quasi ventiquattro ore e liquidato da Sony come un “operational issue” con cinque giorni di PS Plus in regalo. Del down del 24 luglio, quello che ha rimesso in circolo il tema del possesso digitale, nessuna delle tre testate che l’hanno letto riporta un riferimento.
La vicinanza tra le due date ha fatto il resto. TheGamer la nota e mette le mani avanti scrivendo che non sta suggerendo nessun collegamento; LEVEL UP ci ha costruito il titolo, chiedendo se sia stata Anonymous a causare il down, salvo scrivere nel corpo del pezzo che non esiste alcuna prova e che la sovrapposizione è casuale. Nel testo non c’è nessuna minaccia a Sony, nessuna operazione annunciata, nessuna rivendicazione.
“Il collettivo” non esiste come soggetto che parla
Il secondo equivoco è nella parola collettivo. Anonymous non ha una struttura, un portavoce o un organo che deliberi comunicati: è un marchio ad accesso libero, usato da chiunque decida di usarlo. Quello che abbiamo è un account con un seguito enorme che pubblica un testo lungo, e sotto il pezzo di TheGamer ci sono già lettori che contestano la paternità. Chiunque scriva di questa storia dovrebbe attribuirla all’account, non a un soggetto collettivo che in quanto tale non prende decisioni.
Dentro il testo non c’è niente di nuovo
Letto per quello che è, il documento è una sintesi ordinata di cose già note. Cita i Software Usage Terms di Sony, dove parole come “own”, “purchase” e “buy” non implicano che la proprietà passi all’acquirente; cita The Crew, spento da Ubisoft e sparito dalle librerie di chi lo aveva pagato a prezzo pieno; cita la legge californiana AB 2426, firmata dal governatore Newsom il 24 settembre 2024 ed entrata in vigore il 1 gennaio 2025, che obbliga i negozi digitali a dire chiaramente che stanno vendendo una licenza. Cita infine la chiusura degli store di PS3 e Vita, annunciata il 1 luglio insieme alla fine dei dischi, con cui secondo Anonymous diventeranno irraggiungibili oltre duemila titoli mai usciti in edizione fisica.
I consigli finali sono quattro: comprare fisico finché è possibile e tenersi una console col lettore, preferire i negozi che dichiarano se stanno vendendo un acquisto o una licenza, scaricare e archiviare quello che si possiede già, sostenere le leggi che tutelano il possesso digitale.
Un numero però va corretto. Lo stesso resoconto attribuisce al documento una quota digitale che arriverebbe all’85% delle vendite di giochi completi, portata a giustificazione della scelta di Sony. Il dato ufficiale uscito con la trimestrale del 31 luglio è l’82%, in calo di un punto rispetto all’83% dello stesso trimestre dell’anno prima. La differenza è di tre punti, ma la cifra che circola nei commenti resta più alta di quella che Sony ha messo a bilancio, e chi contesta l’azienda ha tutto l’interesse a citare il numero giusto.
Perché la notizia esiste comunque
Se il contenuto è noto, il valore del testo è tutto nel mittente. Un mese dopo l’annuncio del 1 luglio, la protesta sui dischi ha superato il recinto di chi gioca: ci sono passate una petizione con oltre 110.000 firme, cause legali, proposte di legge e, a fine luglio, un soggetto che di solito si occupa di tutt’altro. È un indicatore di quanto la storia si sia allargata, non un nuovo fronte.
Il paradosso è che la parte utile del testo, quella con i consigli pratici sul backup e sulle licenze, è finita sotto i titoli sull’attacco che non c’è stato. Sony non ha risposto ad Anonymous, e non ha nessun motivo di farlo: non le è stato chiesto niente.


