Il boicottaggio PlayStation organizzato a fine agosto contro la fine dei dischi fisici non ha lasciato segni misurabili negli Stati Uniti. Lo ha scritto il 14 settembre Mat Piscatella, analista di Circana, la società di ricerche di mercato che negli USA traccia vendite e abitudini di gioco. A un utente che gli chiedeva se avessero notato un calo attribuibile alla protesta, ha risposto su Bluesky che nel tracciamento di Circana non c’è stato nessun cambiamento significativo, né nel numero di giocatori né nel loro coinvolgimento.
Il giorno dopo la risposta è stata ripresa dalla testata britannica VGC e da GamesRadar+. VGC ricorda anche il limite più grosso del dato: Circana copre solo il mercato statunitense, quindi non dice nulla di quanto è successo in Europa o in Giappone, dove la protesta potrebbe aver raccolto più adesioni.
Cosa misura il dato di Circana
Piscatella ha risposto nello stesso filo di messaggi in cui pubblicava le classifiche del Player Engagement Tracker, lo strumento con cui Circana conta ogni settimana gli utenti attivi sui giochi più giocati negli Stati Uniti. Come spiega tbreak, le tabelle di quel giorno riguardavano la settimana chiusa il 5 settembre e coprivano i dieci e i venti titoli più giocati del mercato americano. Sono utenti attivi nell’arco di sette giorni, non persone collegate nello stesso momento.
Il dettaglio serve a capire cosa il dato può dimostrare e cosa no. Un tracciamento di questo tipo segnala se la base di giocatori si sposta in modo visibile. Non conta i singoli partecipanti alla protesta, non registra chi ha rinunciato a un acquisto sul PlayStation Store e non dice niente sugli abbonamenti a PlayStation Plus. C’è anche una questione di date: la settimana chiusa il 5 settembre è in gran parte successiva alla fine ufficiale del blackout, e la frase di Piscatella parla in generale del tracciamento della società, senza indicare una settimana precisa.
La domanda rivolta a Piscatella, però, riguardava proprio la protesta, e la sua risposta è stata un no senza condizioni.
Com’era nata la protesta
Il 1° luglio Sony ha annunciato sul PlayStation Blog che da gennaio 2028 i nuovi giochi per le console PlayStation usciranno solo in formato digitale, sul negozio online e nei negozi fisici sotto forma di codice. I giochi già usciti su disco, e quelli che ci usciranno prima di quella data, non sono toccati. Sotto l’annuncio si contano oltre 9.200 commenti.
Il 26 luglio Does It Play, un collettivo che si occupa di preservazione dei videogiochi e di diritti dei consumatori, ha lanciato il #PSBlackout. La richiesta: dalle 19 del 23 agosto alle 19 del 30 agosto, ora locale, niente accessi, niente partite e niente acquisti sui servizi Sony. Ne avevamo raccontato obiettivi e limiti il 2 agosto, notando che nel comunicato la settimana era stata scelta proprio per pesare il meno possibile su editori e sviluppatori.
Il 24 agosto, dopo il primo giorno, gli organizzatori hanno cambiato le regole. La settimana è diventata un requisito minimo e chi poteva era invitato a restare scollegato a tempo indeterminato, finché Sony non avesse cambiato idea, come riporta Push Square. Anche quel passaggio lo avevamo seguito, e il 5 settembre avevamo scritto che la prova vera sarebbe arrivata con le grandi uscite dell’autunno: il test vero, per usare le nostre parole di allora.
Cosa aveva detto Sony
La posizione dell’azienda non si è spostata. A luglio, nella sessione di domande sui conti trimestrali, la direttrice finanziaria Lin Tao aveva riconosciuto per la prima volta le critiche. Secondo la ricostruzione di VGC, aveva detto che sulla decisione erano arrivate opinioni forti e che l’azienda capiva il legame affettivo dei giocatori con i dischi. L’obiettivo, aveva aggiunto, restava capire come coinvolgerli in un futuro tutto digitale. Nella stessa occasione, stando a Push Square, Tao aveva detto agli investitori di non vedere nessun impatto sul business legato alle proteste. Per l’anno fiscale in corso, intanto, Sony prevede risultati da record.
Il problema della scala
Nell’ultimo resoconto finanziario Sony dichiarava circa 125 milioni di utenti attivi al mese, in crescita sull’anno precedente. Perché una protesta si veda in un dato aggregato di quelle dimensioni serve un’adesione molto larga, e non soltanto rumorosa sui social.
Un indizio di quanto fosse ristretto il pubblico coinvolto arriva dallo stesso Push Square, che durante la protesta ha chiesto ai propri lettori se avessero staccato la console. Su 6.795 voti, il 44% ha risposto di sì e il 47% ha detto che avrebbe giocato come sempre. Il sondaggio era aperto solo ai lettori di un sito specializzato su PlayStation, cioè alle persone più informate sulla vicenda, e quindi vale come indizio e non come stima. Anche in quel pubblico, meno della metà dichiarava di partecipare.
Secondo VGC, alcuni sostenitori hanno contestato anche la scelta del periodo, perché la settimana del blackout cadeva in un momento con poche uscite importanti. Nella settimana successiva sono usciti The Blood of Dawnwalker e Onimusha: Way of the Sword, e il 15 settembre è arrivata l’esclusiva PS5 Marvel’s Wolverine. Grand Theft Auto VI esce il 19 novembre.
Cosa non si sa ancora
Mancano tre informazioni per chiudere il discorso. La prima riguarda il resto del mondo: i dati Circana non coprono l’Europa e il Giappone. La seconda riguarda quante persone siano rimaste scollegate dopo il 30 agosto, come chiedevano gli organizzatori, e nessuno ha pubblicato numeri su questo. La terza è la più concreta: Push Square fa notare che la prossima trimestrale di Sony riporterà di nuovo gli utenti attivi mensili, e sarà il primo dato ufficiale che copre agosto. Al momento Sony non risulta aver commentato la risposta di Piscatella, e la fine della produzione dei dischi per i nuovi giochi resta fissata a gennaio 2028.


