Il 10 luglio a Strasburgo, il commissario UE per la Protezione dei consumatori Michael McGrath ha dichiarato ai cronisti che l’Unione Europea non può obbligare Sony a continuare a stampare dischi per PlayStation: libertà commerciale, ha spiegato, finché i diritti dei consumatori restano tutelati dalle norme esistenti. Undici giorni prima, il 29 giugno, un tribunale di Utrecht aveva già iniziato a chiedersi esattamente il contrario: se il controllo totale di Sony sul proprio negozio digitale violi il diritto europeo della concorrenza. Bruxelles dice di non avere gli strumenti per intervenire. Un’aula di tribunale olandese, nel frattempo, sta già intervenendo.
Il paradosso di Strasburgo
La posizione di McGrath non è una sorpresa isolata. È la stessa logica con cui a giugno la Commissione europea ha liquidato Stop Killing Games, l’iniziativa che avevamo già raccontato aver raccolto 1,3 milioni di firme per obbligare i publisher a garantire la giocabilità dei titoli dopo lo spegnimento dei server: niente nuova legislazione, solo un codice di condotta concordato con l’industria. Sui dischi, McGrath ha citato esplicitamente quel precedente. Il messaggio politico è coerente: sulle scelte commerciali dei publisher, la Commissione preferisce non legiferare.
Il problema è che “commerciale” e “concorrenziale” sono due categorie giuridiche diverse, e la seconda ha un’aula di tribunale tutta sua.
Cosa sta succedendo a Utrecht
La causa che si sta discutendo alla Rechtbank Midden-Nederland è promossa dalla fondazione Stichting Massaschade & Consument attraverso la campagna Fair PlayStation, e usa il meccanismo olandese WAMCA (introdotto nel 2020) che permette a un’organizzazione no profit di agire per conto di un’intera classe di consumatori senza bisogno che ciascuno si costituisca parte civile. Rappresenta circa 1,7 milioni di utenti PlayStation olandesi e chiede oltre 400 milioni di euro di danni. L’udienza del 29 giugno ha affrontato solo le questioni preliminari, giurisdizione e legittimazione della fondazione a rappresentare la classe: una decisione è attesa entro pochi mesi, prima che il caso possa arrivare al merito.
Quello che rende la causa olandese diversa da tutto il resto è la base giuridica. Per la prima volta un tribunale europeo sta valutando se il controllo esclusivo di un produttore di console sul proprio negozio digitale costituisca abuso di posizione dominante ai sensi dell’articolo 102 TFUE, il trattato che regola la concorrenza nell’Unione. Se il tribunale accoglie la tesi dei ricorrenti, cioè che il PlayStation Store costituisce un mercato distinto dalla concorrenza tra console (Xbox, Nintendo), non solo una sua componente, la sentenza avrebbe conseguenze per qualsiasi piattaforma di gioco chiusa operante in Europa, non solo per Sony.
Il meccanismo del “Sony tax”
La tesi dei ricorrenti si basa su un dato preciso: in Olanda i giochi digitali costerebbero in media il 47% in più delle copie fisiche equivalenti, nonostante la distribuzione digitale non comporti costi di stampa o logistica. La fondazione fa risalire l’origine del problema al 29 novembre 2013, data in cui si è consolidato il modello di distribuzione chiusa di Sony, e soprattutto al 2019, quando Sony ha vietato ai rivenditori terzi di vendere codici digitali per i propri giochi, eliminando l’ultimo canale di pressione competitiva sui prezzi digitali. Da allora ogni publisher che vuole vendere su PlayStation Store deve accettare la commissione del 30% di Sony, che secondo i ricorrenti si traduce direttamente nel prezzo pagato dal consumatore finale.
La difesa di Sony, già testata per intero nel processo parallelo davanti al Competition Appeal Tribunal di Londra, è che PlayStation compete in un “mercato di sistema” più ampio che include Xbox e Nintendo, e che questa concorrenza a livello di console basta a tenere sotto controllo i prezzi digitali. I ricorrenti replicano che nessun consumatore, al momento di comprare una console, riesce a calcolare in anticipo il costo dell’intera libreria digitale che accumulerà negli anni successivi: la scelta della console e il prezzo dei giochi digitali sono, di fatto, due decisioni separate.
Non è solo l’Olanda
Il caso di Utrecht è un fronte di una battaglia legale che tocca cinque giurisdizioni. Nel Regno Unito, la causa You Owe Us promossa da Alex Neill per conto di circa 11 milioni di consumatori ha già concluso il processo (marzo-maggio 2026) davanti al Competition Appeal Tribunal, con un’esposizione stimata per Sony vicina ai 2 miliardi di sterline: la sentenza è ancora in attesa. Negli Stati Uniti, un accordo transattivo da 7,85 milioni di dollari ha ricevuto l’approvazione preliminare nell’aprile 2025, senza alcuna ammissione di responsabilità da parte di Sony. Australia e Portogallo sono a fasi più preliminari. La teoria legale che tiene insieme tutti i procedimenti è identica: rendere il proprio negozio digitale l’unico canale d’acquisto possibile crea un sotto-mercato immune dalla pressione competitiva sui prezzi.
Perché l’addio ai dischi cambia le carte
Fino a una settimana fa, questa era una battaglia legale sui prezzi del digitale con il fisico ancora presente come termine di paragone e valvola di sfogo: chi non voleva pagare il sovrapprezzo PlayStation Store poteva comprare il disco, rivenderlo, prestarlo. Con l’annuncio dello stop alla produzione di dischi dal gennaio 2028, di cui vi avevamo già parlato, quel termine di paragone sparisce, nello stesso momento in cui Sony ha già chiuso per sempre gli store digitali di PS3 e Vita, un promemoria di quanto sia fragile l’accesso a ciò che si è “comprato” su piattaforma chiusa. La presidente della fondazione olandese, Lucia Melcherts, lo ha messo esplicitamente agli atti in una dichiarazione a Wccftech: senza dischi non resta né un mercato dell’usato né un’alternativa al PlayStation Store, quindi dal 2028 sarà Sony da sola a decidere quanto costa un gioco e per quanto tempo se ne può disporre. La fondazione ha già aggiunto l’annuncio come prova a sostegno della propria causa.
Sony, dal canto suo, continua a descrivere la scelta come una “direzione naturale” dettata dalle preferenze dei consumatori, senza commentare nel merito l’udienza olandese. Ma è lo stesso argomento, spostato di un grado: se il possesso di un gioco si riduce sempre di più a una licenza revocabile, come avevamo già discusso parlando del confine tra acquisto e possesso, allora chi controlla l’unico negozio dove quella licenza si acquista controlla anche l’unico prezzo possibile.
Bruxelles ha già detto che non intende muovere un dito. La domanda a cui la politica non risponde, e che un giudice di Utrecht dovrà invece affrontare nei prossimi mesi, è se il diritto della concorrenza dell’Unione la pensi allo stesso modo.


