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Se l’acquisto non è più possesso la pirateria è ancora furto?

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Il settore, nel giro di poche settimane, ha sfornato tre notizie che sembrano scollegate e sono la stessa frase detta tre volte cambiando la punteggiatura. Sony ha cancellato 551 film e serie dalle librerie di chi li aveva pagati, zero rimborsi, per scadenza degli accordi di licenza. Sony ha annunciato l’addio ai dischi per i nuovi giochi PlayStation dal gennaio 2028. E Stop Killing Games, con 1.294.188 firme verificate alle spalle, non ha strappato un solo obbligo legale né a Bruxelles né in California. Ha vinto il digitale, ed è colpa vostra.Tre fatti, una posizione sola. Quando premi “ACQUISTA” non stai comprando niente: ottieni una licenza revocabile, e chi decide quando revocarla non sei tu. Almeno da parte loro, l’ambiguità è finita.Se questa è la regola, dichiarata da chi la scrive, la domanda con cui l’industria vi ha fatto la morale per vent’anni smette di funzionare. Non “la pirateria è furto”, ma: furto di che cosa, se la vendita non vi ha mai trasferito niente?


Il furto che non è mai stato furto

“Pirateria uguale furto” non è mai stata una definizione tecnica. È stata una campagna pubblicitaria, quella dello spot che vi diceva che scaricare un film è come rubare un’automobile. Il dato giuridico, quello che si preferisce dimenticare, dice altro.

Nel 1985 la Corte Suprema degli Stati Uniti, nel caso Dowling, aveva già chiuso la questione: la violazione del copyright non rientra nella legge federale sui beni rubati, perché chi copia un’opera non priva nessuno dell’originale. Manca la sottrazione, cioè l’ingrediente che definisce il furto. Resta l’illecito, resta l’eventuale danno economico. Il furto in senso tecnico no.

Non è un cavillo, è una leva. Per decenni all’industria è servito che il pubblico mandasse giù un’equazione falsa, perché quell’equazione ne trascinava con sé una seconda, opposta e speculare: se copiare è come rubare, allora comprare è come possedere. Furto e proprietà, le due facce della stessa moneta retorica. Oggi una delle due facce è stata ritirata dalla circolazione, e a ritirarla è stato lo stesso conio che l’aveva battuta.

Poi è arrivata la legge a dare ragione ai “pirati”

Il ribaltamento non l’ha imposto l’utente incazzato. L’ha imposto il legislatore. Nel settembre 2024 la California ha approvato la AB 2426, in vigore dal primo gennaio 2025. Vieta ai negozi digitali di usare le parole “compra” o “acquista” per un contenuto a licenza revocabile, a meno che non avvisino il consumatore, in chiaro e separato dal resto delle condizioni, che sta ricevendo un permesso d’accesso e non una proprietà, e che quell’accesso glielo possono togliere. La deputata firmataria, Jacqui Irwin, ha citato i casi di chi aveva perso contenuti che credeva propri.

Pesate la frase. Uno Stato che ospita metà dell’industria dell’intrattenimento mondiale ha stabilito per legge che chiamare “acquisto” la vendita di una licenza revocabile è pubblicità ingannevole, sanzionabile in sede civile e, al limite, penale. Non è la lagna di quattro nostalgici del disco. È il diritto positivo che certifica quello che i cosiddetti pirati dicono da vent’anni: quel tasto mente.

E non è un caso isolato. Il Maryland ha varato una norma analoga, in vigore da ottobre 2025. New York ci sta lavorando. Valve, mesi prima della scadenza californiana, aveva già piazzato nel carrello di Steam l’avviso che quello che stai comprando è una licenza. A gennaio 2026 GameStop è finita in una class action federale proprio su questo.

Il quadro ricomposto è questo. Da un lato lo Stato che ti obbliga a scrivere “stai licenziando, non possedendo”. Dall’altro Sony che, con coerenza glaciale, prima spegne 551 film “acquistati”, poi elimina pure il disco, l’ultimo oggetto fisico che restava in mano come prova d’acquisto. Che tenersi il fisico finché si può non fosse nostalgia ma autodifesa, ve l’avevamo detto. La coerenza è tutta dalla loro parte. L’incoerenza è di chi continua a comportarsi come se stesse comprando, e nel frattempo dà del “ladro” a chi non lo fa.

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Chi deve rispettare la proprietà, e chi no

L’asimmetria è tutta qui, ed è il punto in cui il diritto d’autore diventa una questione di potere. Verso il basso, verso chi paga, l’etica della proprietà si applica al massimo grado: non copiare, non condividere, non aggirare la protezione, non tenere un backup, perché quella roba non è tua. Verso l’alto, verso il titolare dei diritti, la stessa etica va in pausa: incasso il prezzo pieno di un possesso, ti consegno la sostanza di un affitto, e mi tengo il diritto di riprendermi il bene quando un accordo con un terzo scade. Tengo i soldi, mi riprendo la merce. Nella stanza di Bruxelles del 4 giugno, dove si è deciso il destino di Stop Killing Games, l’asimmetria aveva pure una forma fisica: da una parte i publisher convocati su invito, dall’altra un milione e trecentomila cittadini con la porta chiusa in faccia.

È la recinzione dei beni comuni riscritta in digitale. Ciò che circolava, si prestava, si rivendeva usato, si ereditava, sta dietro un cancello che il proprietario del cancello apre e chiude a piacimento. In Europa il principio di esaurimento, cioè il diritto a rivendere l’usato, per il digitale è stato svuotato: vale per il libro di carta, non per l’ebook; per la cartuccia, non per il download. La proprietà piena, quella che ti lascia dare, vendere, conservare, risale la scala del mercato e si accumula in cima. In fondo resta l’accesso, che per definizione controlla qualcun altro. Dare del “ladro” a chi sta in fondo, mentre chi sta in cima trattiene il prezzo e si riprende il bene, è un’operazione ideologica prima ancora che giuridica.

Il pirata come archivista

I numeri, sul piano della conservazione, fanno ancora più male. La Video Game History Foundation ha misurato il buco: l’87% dei videogiochi “classici” usciti negli Stati Uniti prima del 2010 è fuori catalogo, legalmente irreperibile in qualsiasi forma. La storia di un medium che oggi fattura più di cinema e musica messi insieme si sta cancellando più in fretta di quella del cinema muto. Non per un incendio o una guerra: per accumulo di decisioni aziendali “razionali”, difendibili una a una a bilancio.

In questo scenario la parola “pirata” cambia segno. Quando il mercato legale si rifiuta di venderti un’opera in modo stabile, si rifiuta di conservarla, e in più si mette di traverso, come ha fatto la lobby statunitense nel 2024 all’Ufficio Copyright, perché biblioteche e musei non ne diano accesso nemmeno a fini di ricerca, allora chi tiene una copia funzionante non sta sottraendo niente a nessuno. Sta facendo il lavoro che i titolari hanno deciso di non fare. La copia “illegale” di un gioco assente da ogni listino non toglie una vendita, perché quella vendita non esiste. Toglie l’oblio.

Non è un liberi tutti, ed è proprio questo il punto

Niente di tutto questo significa “tanto è gratis”. Significa l’esatto contrario. Lo sviluppatore indipendente che ti vende il suo gioco DRM-free su GOG e te lo lascia scaricare per tenertelo ti consegna esattamente quello che promette. Copiarglielo sottrae davvero qualcosa a qualcuno che ha un nome e un affitto da pagare. Vale per la piccola etichetta, per la casa editrice indipendente, per l’autore che campa di diritti. Con loro il patto regge, perché ti danno possesso in cambio del prezzo del possesso, e la questione morale resta intatta.

Il crollo dell’equazione non li riguarda. Riguarda il rentier della piattaforma: quello che incassa il prezzo di una vendita e ti consegna un affitto, quello che dallo stesso tavolo lobbistico difende su due continenti gli stessi tre argomenti (costi, sicurezza, proprietà intellettuale) e poi cancella Terminator 2 da una libreria senza degnarti di un messaggio d’errore decente. Con lui il patto è già rotto, e a romperlo è stato lui per primo, davanti a un notaio californiano.

La domanda giusta

A questo punto il titolo si è ribaltato da solo. “Se l’acquisto non è più possesso, la pirateria è ancora furto?” continua a mettere sul banco degli imputati chi paga. La domanda simmetrica, quella che la California ha già cominciato a fare e che il tribunale francese sul caso The Crew potrebbe formalizzare, è molto più scomoda per chi ha girato lo spot dell’auto rubata: se ciò che chiami “acquisto” non trasferisce alcuna proprietà, se incassi il prezzo di una cosa e ne consegni un’altra, da quale lato del tavolo sta avvenendo la sottrazione?

Non è un invito a scaricare. È un invito a smettere di usare una parola sbagliata. Finché al momento dell’acquisto non ci sarà trasparenza vera, finché non esisterà un ruolo protetto per chi conserva ciò che il mercato svaluta, e per i giochi almeno l’obbligo di lasciarli in uno stato eseguibile a fine vita, “furto” resterà quello che è sempre stato: non una descrizione, ma un’arma retorica. E funziona solo finché nessuno chiede di vedere il contratto. Il contratto dice “licenza revocabile”. Il tasto sopra diceva un’altra cosa. Per vent’anni ci hanno convinto che i bugiardi fossimo noi.

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