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PlayStation Store sotto processo: le cause (fino a 2,7 miliardi di dollari) che mettono Sony nei guai

Tempo di lettura: 4 minuti

Avete presente quel processo che gira silenzioso in background per anni, non dà segni di vita, e poi una mattina lancia un’eccezione che manda in crash l’intero sistema? Sta succedendo qualcosa di molto simile a Sony, solo che il processo non gira su un server ma in tre tribunali diversi, e il crash rischia di costare miliardi. Il PlayStation Store è finito sotto processo (nel senso giuridico, ma anche un po’ in quello informatico) in Regno Unito, Paesi Bassi e Stati Uniti, con l’accusa condivisa di essere un monopolio che gonfia i prezzi dei giochi digitali attraverso una commissione del 30%.

Tecnicamente, quello che sta succedendo a Sony ha un nome preciso: una race condition. Tre thread giudiziari diversi stanno cercando di acquisire lo stesso lock, la stessa risorsa condivisa, cioè il monopolio sulla vendita dei giochi digitali PlayStation, e nessuno dei tre vuole cedere il turno.

Regno Unito: il thread principale, quasi 2 miliardi di sterline in ballo

Il processo più corposo dei tre gira al Competition Appeal Tribunal di Londra, dove la causa PlayStation You Owe Us rappresenta circa 12,2 milioni di consumatori britannici. Guidata dalla paladina dei consumatori Alex Neill, l’azione (un opt-out, quindi automaticamente valida per chiunque non si sia tirato fuori) chiede quasi 2 miliardi di sterline, circa 2,7 miliardi di dollari secondo Reuters. Il processo si è tenuto a marzo 2026, le arringhe finali si sono chiuse a maggio, e ora il thread è in stato di attesa: la sentenza non è ancora arrivata. Se Neill vince, ogni consumatore britannico potrebbe incassare intorno alle 162 sterline (216 dollari).

La difesa di Sony, qui come altrove, è sempre la stessa funzione richiamata tre volte: la commissione riflette gli investimenti nell’ecosistema PlayStation, esiste concorrenza da Xbox e Nintendo, e il margine non sarebbe eccessivo rispetto ai costi e al valore del marchio.

Stati Uniti: il garbage collector raccoglie solo 7,85 milioni di dollari

Negli Stati Uniti il caso Caccuri v. Sony Interactive Entertainment LLC è già arrivato a un’approvazione preliminare da parte di un giudice federale californiano: un accordo transattivo da 7,85 milioni di dollari, riferito alle vendite PlayStation Store tra il 1° aprile 2019 e il 31 dicembre 2023 e legato a condizioni molto specifiche sui prezzi rispetto ai voucher fisici. L’udienza finale è fissata per il 15 ottobre 2026. È il classico garbage collector che passa e ripulisce solo una piccola porzione di memoria, lasciando intatto il resto dell’heap: la cifra, rispetto ai miliardi chiesti altrove, è stata definita da più osservatori decisamente risicata.

Nello stesso paese gira anche un secondo processo, aperto a giugno 2026, che punta dritto al tasto “Acquista ora” dello store: secondo l’accusa, quel pulsante è ingannevole perché il cliente crede di comprare il gioco quando in realtà sta solo affittando una licenza revocabile. Un tema che avevamo già trattato qui parlando della cancellazione di 551 film dagli account digitali: il concetto di “possesso” su PlayStation Store è sempre stato più simile a un puntatore che a un file salvato davvero sul disco.

Paesi Bassi: il memory leak dei prezzi, fino al 47% in più

La fondazione olandese Stichting Massaschade & Consument, dietro la campagna Fair PlayStation, costruisce questo caso dal 2013 e ora chiede oltre 400 milioni di euro (circa 457 milioni di dollari) per circa 1,7 milioni di utenti PlayStation olandesi. I danni vengono calcolati a partire dal 29 novembre 2013, data in cui sono entrate in vigore le attuali condizioni dello store europeo. La tesi è semplice: la commissione del 30%, ribattezzata “Sony Tax”, è un memory leak che si accumula silenziosamente sul prezzo finale, con i giocatori olandesi che pagherebbero fino al 47% in più per un titolo digitale rispetto alla stessa copia fisica.

La presidente della fondazione, Lucia Melcherts, ha sintetizzato così il problema: “Un prezzo non può essere equo quando chi compra resta senza possesso e senza alternative.” Una frase che si commenta da sola, soprattutto ora che l’alternativa fisica sta per sparire davvero.

Il file di log si allunga: Australia e Portogallo in coda

Oltre ai tre processi principali, altre due class action antitrust sono ancora in fase iniziale in Australia e Portogallo. Non sono ancora thread attivi, più che altro processi in coda che aspettano risorse per essere eseguiti, ma il pattern comincia a essere geograficamente troppo diffuso per essere liquidato come rumore statistico.

Il commit che ha acceso la miccia

Il 1° luglio 2026 Sony ha annunciato lo stop alla produzione di dischi fisici per tutti i nuovi giochi PlayStation a partire da gennaio 2028. Un commit pesante, che la fondazione olandese ha subito incluso come nuova prova a sostegno della propria causa: senza dischi, sparisce anche il mercato dell’usato, l’ultima valvola di sfogo rimasta contro il prezzo pieno dello store.

Due giorni dopo, il 3 luglio, un dettaglio che ha fatto notare più di un osservatore: il presidente e CEO Hiroki Totoki ha venduto 225.000 azioni Sony, circa il 56,5% della sua quota in quella classe di titoli, per 4,73 milioni di dollari, mentre lo stesso giorno anche il presidente del cda Kenichiro Yoshida ha ceduto 400.000 azioni. Va detto per correttezza che più dirigenti hanno venduto nello stesso giorno, il che suggerisce più una scadenza di piano azionario pianificata che una fuga improvvisa, e che Sony ha in corso un programma di buyback tutt’altro che timido. Coincidenza probabile, quindi, ma il tempismo resta quello di una funzione che lancia un warning proprio mentre il resto del sistema va in eccezione.

Il verdetto: tre giurisdizioni, un solo colpevole designato e una commissione del 30% che, comunque vada a finire in tribunale, i giocatori hanno già imparato a chiamare col suo nome giusto: una tassa.

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