Vi è mai capitato di scoprire che il backup automatico del vostro hard disk esterno si era silenziosamente disattivato tre anni prima, proprio nel momento esatto in cui il disco ha deciso di smettere di girare? Quella sensazione, la spia rossa che lampeggia quando ormai è troppo tardi, è più o meno quello che sta vivendo l’intera libreria PlayStation in questi giorni. Il 1° luglio Sony ha confermato sul PlayStation Blog che dal gennaio 2028 smetterà di stampare dischi fisici per i nuovi giochi, e nello stesso comunicato ha annunciato la chiusura globale degli store digitali di PlayStation 3 e PlayStation Vita. Due settori dello stesso disco che vanno in end of life nella stessa release notes.
Formattare l’hardware e sperare nel backup di qualcun altro
Fin qui, per chi segue la rubrica, non è una sorpresa: ne avevamo già parlato quando il web ha risposto come sempre, cioè a colpi di meme, e quando la petizione anti-dischi ha superato le 110.000 firme in pochi giorni. La parte che interessa a me oggi, da sviluppatrice scarsa ma con un minimo di rispetto per l’integrità dei dati, è cosa succede quando il settore fisico viene deprecato e lo store digitale che dovrebbe sostituirlo va in manutenzione permanente: un gioco pubblicato solo su PS3 o Vita, senza disco e senza store, diventa un file orfano, un puntatore che non punta più a niente.
Ed è qui che entra in scena Frank Cifaldi, direttore della Video Game History Foundation (VGHF), rispondendo a un post su Bluesky secondo cui la pirateria sarebbe ormai l’unica forma di conservazione videoludica ancora funzionante: lui, che di mestiere fa l’archivista, ha confermato che è così, ammettendolo con un certo disagio, come riportato da PC Gamer. Non è un endorsement alla pirateria, è un log di errore puntato dritto contro l’industria: Cifaldi accusa apertamente la Entertainment Software Association (ESA), la lobby che rappresenta gli editori, di essersi opposta per anni ai tentativi di musei e biblioteche di ottenere una deroga legale al DMCA per conservare e studiare i titoli solo digitali. Tradotto in termini che capiamo qui: l’unico repository che regge nel tempo è quello che nessuno ha autorizzato.
Il paradosso è quasi elegante, se non fosse tragico. Un file system funziona bene finché qualcuno mantiene attivi indice e permessi. Togli il supporto fisico, cioè il settore su cui il dato era scritto in modo stabile, e chiudi pure lo store, l’unico posto dove quell’indice viene ancora aggiornato: quello che resta non è conservazione ufficiale, è un backup fatto da chi si è preso la briga di farlo senza permesso. Come raccontavamo parlando di acquisto non possesso, il numero fa più male dei meme: secondo lo studio della VGHF del 2023, l’87% dei videogiochi classici usciti negli Stati Uniti prima del 2010 è oggi fuori catalogo, legalmente irreperibile in qualunque forma, e la tendenza da allora non è certo migliorata.
Il verdetto: Se il settore ufficiale continua a trattare l’archiviazione come un problema di qualcun altro, l’unico backup davvero affidabile per i prossimi trent’anni di storia videoludica resterà quello scaricato di nascosto da chi, almeno, un piano di conservazione ce l’ha per davvero.


