Il logo PlayStation, al centro di cinque azioni antitrust in altrettanti paesi

Offerte in questo articolo

Nessuna offerta correlata trovata. Vedi tutte le offerte

Cinque cause antitrust contro PlayStation: eliminando i dischi Sony ha perso la sua difesa migliore

Tempo di lettura: 4 minuti

Nei primi giorni di agosto il senatore Luis Donaldo Colosio e la deputata federale Iraís Reyes, entrambi di Movimiento Ciudadano, hanno depositato una denuncia contro Sony Interactive Entertainment davanti alla Comisión Nacional Antimonopolio, l’autorità antitrust messicana, chiedendo un’indagine per pratiche monopolistiche. Lunedì 3 agosto l’hanno spiegata in conferenza stampa. Con questa, i paesi in cui Sony deve rispondere di concorrenza sul PlayStation Store diventano cinque: Stati Uniti, Regno Unito, Portogallo, Paesi Bassi e Messico.

Il numero cinque è la parte meno interessante della storia, ed è quella che tutti hanno titolato dopo la ricognizione di Kotaku del 6 agosto. Quattro di quelle cinque azioni esistevano già prima che Sony annunciasse la fine dei dischi, e la più vecchia ha cinque anni. Quello che è cambiato il primo luglio non è il conteggio: è che Sony ha smesso di poter usare l’argomento con cui si era difesa fino a quel momento.

Le cinque azioni, e quante sono davvero aperte

La prima è statunitense. Il 5 maggio 2021 il giocatore Agustin Caccuri ha depositato una class action alla corte federale della California del Nord contestando la decisione, presa nell’aprile 2019, di togliere ai rivenditori i codici download dei giochi PlayStation. Da quel momento il PS Store è rimasto l’unico posto dove comprare un gioco PlayStation in digitale. Nell’atto di citazione gli avvocati sostenevano, dati alla mano, che il prezzo medio di un gioco sul PS Store fosse del 74% più alto del corrispondente disco al dettaglio, e che con quel differenziale il sovrapprezzo da monopolio potesse arrivare a 7 miliardi di dollari l’anno. Sony ha sempre negato. La causa si è chiusa con una transazione da 7.850.000 dollari, approvata in via preliminare l’8 aprile 2026 dopo che il giudice aveva respinto due proposte precedenti. L’udienza che deciderà l’approvazione definitiva è fissata al 15 ottobre 2026. Come fronte aperto, insomma, questo non conta più.

La seconda è britannica, si chiama PlayStation You Owe Us ed è quella con i numeri grossi. Depositata il 19 agosto 2022 al Competition Appeal Tribunal da Alex Neill con lo studio Milberg London, contesta la commissione del 30% che Sony trattiene su ogni transazione del suo negozio e sostiene che ne derivino prezzi eccessivi e ingiusti per i consumatori britannici. Il processo si è chiuso a maggio, con un valore della domanda vicino ai due miliardi di sterline, e il tribunale sta decidendo. La sentenza è attesa entro l’anno.

La terza è portoghese: Ius Omnibus v. Sony, depositata il 3 agosto 2023 al Tribunale della concorrenza da un’associazione di tutela dei consumatori e ancora in corso. La quarta è olandese e si chiama Fair PlayStation: Milberg Amsterdam assiste la fondazione Stichting Massaschade & Consument, che chiede circa 400 milioni di euro per 1,7 milioni di giocatori olandesi. È la stessa architettura giuridica della causa contro Valve di cui abbiamo scritto a giugno. Milberg ha fatto sapere a Kotaku che il procedimento è ancora alla fase preliminare, quella su giurisdizione e ammissibilità della fondazione, con un ulteriore scambio di memorie previsto a ottobre e il merito atteso nel 2027.

La quinta è quella messicana, ed è l’unica nuova. È anche l’unica che non è una class action: due parlamentari chiedono a un’autorità di aprire un’istruttoria, non un risarcimento per una classe di consumatori. Ed è l’unica delle cinque che usa la fine dei dischi come argomento. Secondo LEVEL UP, Colosio ha messo l’accento sulla scomparsa del mercato dell’usato e sul danno alle catene che vendono giochi, da Liverpool a GamePlanet.

La difesa che Sony si è tolta da sola

Tutte queste cause si giocano su una domanda sola: qual è il mercato rilevante. Se è il mercato dei videogiochi in generale, Sony compete con Xbox, Nintendo e Steam e non è dominante da nessuna parte. Se è l’ecosistema PlayStation, dentro quel recinto la concorrenza non esiste. Finora Sony ha risposto indicando gli scaffali dei negozi: c’erano i dischi, c’era l’usato, c’era chi faceva sconti, quindi il prezzo del PS Store non era l’unico prezzo possibile.

Andrew Ching, che studia la domanda di videogiochi alla Johns Hopkins Carey Business School, ha spiegato a Fortune perché quella difesa poggiava su una differenza reale e non retorica: il 30% si applica solo ai download venduti sul PS Store, mentre i rivenditori fisici pagano a Sony una royalty fissa più bassa, calcolata sulle copie prodotte e non su quelle vendute. È da lì che nasceva il divario di prezzo tra disco e digitale. Tolto il disco, secondo Ching, Sony distrugge il proprio argomento difensivo, perché il consumatore attento al prezzo non ha più nessun posto dove andare.

È lo stesso ragionamento che ha fatto l’avvocato olandese René Otto parlando con Kotaku: la scomparsa dei dischi non rende automaticamente anticoncorrenziale il comportamento di Sony, ma rende molto più convincente la ricostruzione dei ricorrenti. Il che significa che il primo luglio Sony non ha aggiunto una causa al mucchio. Ha tolto una prova alla propria difesa nelle quattro che aveva già.

Una promessa nell’annuncio che nessuno ha ancora sciolto

C’è un dettaglio del post di Sid Shuman sul PlayStation Blog che nella lettura corrente sparisce quasi sempre. Il direttore delle comunicazioni di Sony non ha scritto che dal 2028 i giochi si compreranno sul PS Store. Ha scritto che saranno disponibili sul PS Store e presso i rivenditori, in formato digitale. Lo abbiamo riportato il giorno stesso.

Preso alla lettera, quel passaggio è l’unica cosa che potrebbe smontare l’intera impalcatura delle cause: se un rivenditore può vendere il codice di un gioco nuovo, può anche scontarlo, e la concorrenza al dettaglio sul digitale torna a esistere. Il problema è che vendere codici di giochi completi al dettaglio è esattamente quello che Sony ha vietato ai rivenditori dal primo aprile 2019, con un memo interno che escludeva i codici dei giochi completi e lasciava solo le ricariche del portafoglio PSN. È anche il divieto da cui nasce la causa Caccuri.

Delle due l’una: o Sony ha annunciato senza dirlo un ritorno sui propri passi del 2019, oppure per rivenditori intende scatole con dentro un codice vendute a prezzo imposto, che è la forma con cui GTA 6 arriverà su PS5. Sono due scenari con conseguenze antitrust opposte, e a cinque settimane dall’annuncio l’azienda non ha chiarito quale sia. Nella call con gli analisti del 31 luglio, la prima risposta pubblica al malcontento, la questione non è stata toccata.

Le cinque cause andranno avanti per anni e nessuna di esse rimetterà i dischi negli scaffali. Ma da qui al 2028 c’è una riga del post del primo luglio che Sony dovrà spiegare a tre tribunali e a un’autorità antitrust, e le converrebbe spiegarla prima ai giocatori.

offerte in questo articolo

Nessuna offerta correlata trovata. Vedi tutte le offerte

Potrebbero interessarti