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Blackout PlayStation dal 23 al 30 agosto: sette giorni di console spente, ma nessuno disdice il PS Plus

Tempo di lettura: 4 minuti

La sera del 26 luglio 2026 l’account X di Does It Play?, una comunità internazionale di preservazione videoludica che dal 2019 testa i giochi in edizione fisica per verificare se funzionano senza connessione, ha pubblicato una data e una richiesta. Dal 23 al 30 agosto, sette giorni di #PSBlackout: console spente, nessun accesso al PlayStation Network, nessun acquisto sulle piattaforme Sony. Dopo un mese di commenti sotto i trailer e di petizioni, è la prima iniziativa che chiede ai giocatori un comportamento invece di una firma.

Nella stessa dichiarazione c’è però la frase che ne definisce il perimetro. Gli organizzatori spiegano di aver scelto una finestra di una settimana perché dia a publisher e sviluppatori un impatto minimo, lasciando comunque una voce ai giocatori. È una protesta costruita per non fare male, ed è una scelta difendibile sul piano politico: il bersaglio è Sony Interactive Entertainment, non gli studi che pubblicano sulla sua piattaforma. Sul piano economico, però, sposta il problema.

Cosa chiede esattamente il blackout

Il messaggio di lancio è secco: Sony vuole abbandonare i fan, e allora restituiamole la stessa medicina. La finestra parte domenica 23 agosto alle 19 locali e si chiude domenica 30 agosto alla stessa ora. Chi partecipa spegne la console o esce dall’account per l’intero periodo, senza sessioni di gioco, senza acquisti, senza rinnovi.

Il comunicato non parla solo di dischi. Elenca la chiusura di studi come Bluepoint Games, autore dei remake di Demon’s Souls e Shadow of the Colossus, la strategia live-service, gli eventi per il pubblico cancellati, il visore PS VR2 lasciato senza software, e la sparizione di serie come Twisted Metal, SOCOM, Sly Cooper e Resistance. La fine dei dischi, si legge, è l’ultima goccia. Al 29 luglio Sony non ha risposto né al blackout né alla petizione che lo ha preceduto, come registrava anche EGW.News.

Vale la pena sapere chi c’è dietro, perché cambia il peso della cosa. Does It Play? non è un account improvvisato attorno a un hashtag. Nel 2021 fu il gruppo che verificò come il problema della batteria CMOS, la pila che tiene l’orologio interno della console, colpisse anche PS5 dopo che era stato scoperto su PS4. In quello scenario, battezzato CBOMB, una pila scarica bloccava l’avvio dei giochi finché la console non si risincronizzava con i server. Sony rimosse quel controllo con il firmware 9.00 nel settembre 2021, e sistemò PS5 in novembre. Quel gruppo, su un problema tecnico, ha già fatto cambiare idea a Sony una volta.

I numeri che Sony guarda quando decide sui dischi

Il punto debole del blackout non è la partecipazione, è il bersaglio. La decisione sui dischi non nasce da un sondaggio di gradimento ma da una tabella di vendite. Secondo i dati della Circana Retail Tracking Service, la società di ricerca che misura le vendite al dettaglio negli Stati Uniti, nel primo semestre 2026 solo sette giochi PlayStation hanno superato le 100.000 copie fisiche vendute nel mercato statunitense, e nessuno dei sette ha raggiunto le 275.000.

Il confronto storico lo ha diffuso il senior director Mat Piscatella: nella prima metà del 2008 i giochi PlayStation oltre le 100.000 copie fisiche erano cento. Il mercato fisico americano nel suo complesso è passato da 292 milioni di unità nei dodici mesi chiusi a giugno 2009 a 37 milioni in quelli chiusi a giugno 2026. Nella settimana finita l’11 luglio 2026, due soli titoli PlayStation hanno superato le 10.000 copie fisiche. Piscatella ha precisato che i suoi numeri valgono per gli Stati Uniti e non per il resto del mondo, il che lascia aperto uno spiraglio su Europa e Giappone, ma la direzione è quella.

Sette giorni di logout non toccano nessuno di questi indicatori.

Toccano le ore di gioco, che Sony misura ma non fattura, e gli acquisti sullo Store, che nel periodo scelto si rimandano al 31 agosto invece di svanire. La leva che inciderebbe davvero sul conto economico, cioè la disdetta degli abbonamenti PlayStation Plus, il blackout non la chiede: è una richiesta che era già circolata nelle prime settimane di protesta ed è rimasta fuori dalla piattaforma di questa.

La settimana che hanno scelto

C’è un dettaglio di calendario che il comunicato non menziona e che conta più della durata. La finestra del blackout copre la gamescom, la fiera di Colonia che è il più grande evento pubblico del settore in Europa: si tiene dal 26 al 30 agosto, con l’Opening Night Live la sera del 25. Sono i giorni dell’anno in cui l’attenzione della stampa videoludica europea è concentrata e in cui un hashtag ha la massima probabilità di finire in un articolo. Come operazione di pressione economica il blackout è debole; come operazione di visibilità è piazzato nella settimana giusta.

Il calendario dice anche un’altra cosa. Marvel’s Wolverine di Insomniac Games, l’esclusiva PS5 su cui Sony ha costruito il proprio autunno, esce il 15 settembre 2026, con i preordini già aperti sullo Store. Il blackout finisce il 30 agosto, cioè due settimane prima del lancio e ben dentro la finestra in cui i preordini si raccolgono. Chi partecipa spegne la console nella settimana in cui Sony non vende, e la riaccende in quella in cui vende.

La domanda che resta è se una pressione di questo tipo abbia mai funzionato con questa azienda, e la risposta è sì, almeno una volta. Nel 2021 Sony annunciò la chiusura dei negozi digitali di PS3, PSP e PS Vita, poi tornò sui suoi passi per PS3 e Vita dopo le proteste. Il 1 luglio 2026 ha annunciato di nuovo la chiusura di quegli stessi due negozi, con le prime scadenze fissate ad agosto, e stavolta non ha aperto alcuna trattativa. Ne avevamo scritto insieme all’annuncio sui dischi, di cui qui trovate i dettagli.

La petizione Don’t Kill the Disc, aperta il 1 luglio dal titolare della catena canadese PNP Games, ha superato le 332.000 firme verificate, controllate oggi: erano circa 120.000 il 6 luglio. Finora non hanno prodotto nessuna dichiarazione da parte dell’azienda. Il blackout di agosto verificherà quanti di quei firmatari sono disposti a rinunciare a qualcosa, e non solo a cliccare. Sarà un dato utile a chiunque, dentro e fuori Sony, debba valutare quanto pesa davvero questa community.

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