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Un politico francese vuole obbligare Sony a rimettere i dischi su PS5

Tempo di lettura: 6 minuti

Bastano un tweet e un annuncio aziendale per far entrare PlayStation nel dibattito elettorale francese. Ci voleva Sony a spegnere la produzione dei dischi dal 2028 per convincere un candidato alla presidenza a scoprire che i giocatori, sorpresa, sono anche elettori.

Riassunto per chi arriva tardi: dischi PS addio dal gennaio 2028, GTA 6 già orientato al codice nella scatola, community in rivolta, azioni Sony in salita perché agli investitori il possesso dei consumatori non interessa granché. Fin qui, la solita liturgia del capitalismo digitale: annuncio asettico, petizione, meme, e la vita continua.

Poi arriva Jean-Luc Mélenchon, leader de La France Insoumise, con un post su X che mette insieme GTA 6 e l’annuncio Sony e li traduce in una frase a effetto: domani si paga senza possedere niente, né prestito, né rivendita, né garanzia di conservare quello che si è comprato. Aggiunge che il videogioco è un bene culturale, non una merce qualsiasi, e promette di aprire il dossier nel 2027 (leggasi: se eletto), con tanto di ipotesi di un Centro nazionale del videogioco.

Va detto per onestà: nel merito, la domanda non è stupida. Sul fondo del problema, però, ci arriviamo dopo. Prima il contesto, che qui conta quanto la sostanza.

Aggiornamento (7 luglio): la storia si è mossa su tre fronti da quando l’abbiamo raccontata la prima volta. Mélenchon ha rincarato la dose il 3 luglio con un secondo post, più duro: parla apertamente di “trionfo della mercificazione totale” e invita a non farsi confiscare il patrimonio culturale. Lo streamer Sardoche, che di simpatie per La France Insoumise non ne ha mai avute, gli ha risposto con una battuta diventata virale (oltre 7.000 like): l’unico momento in cui il leader insoumis si scopre garantista della proprietà privata è quando deve corteggiare i gamer. E mentre in Francia ci si accapiglia sui social, in Austria la fabbrica Sony di Thalgau, che sforna 600.000 dischi al giorno tra giochi, Blu-ray e CD, ha già avviato la riconversione verso le microlenti ottiche: la transizione non è più solo un annuncio su un blog aziendale, è una linea di produzione che sta letteralmente cambiando faccia.

La politica scopre i joypad

Mélenchon è, al momento, l’unico politico francese ad aver aperto bocca sul dossier Sony, e non è un dettaglio da poco: sul suo curriculum videoludico torniamo in chiusura, perché aiuta a distinguere la posizione dalla posa. Il tempismo, intanto, resta quello che è: piena campagna presidenziale, un tema virale già confezionato, una frase pronta per la citazione. Su X la reazione degli utenti si è divisa in due: chi trova la posizione condivisibile e chi grida alla pura recupero elettorale, Sardoche in prima fila. Entrambi hanno ragione, il che è il modo elegante per dire che nessuno ha completamente torto. Ma per capire chi ha ragione sul serio bisogna smettere di guardare il tweet e aprire il codice civile europeo.

Tre cose diverse, tre muri diversi

Nel tweet Mélenchon impacchetta tre pretese che il diritto tratta in modo completamente separato, e conviene smontarle una per una invece di bocciarle o applaudirle in blocco: obbligare Sony a rimettere i dischi, garantire il diritto di rivendere e prestare il digitale, garantire il diritto di conservare ciò che si è pagato. Ognuna sbatte contro un ostacolo diverso, e solo l’ultima ha un vero sbocco. Vale la pena essere precisi, perché la posta in gioco lo merita.

Rimettere i dischi per legge è la parte più debole. Costringere Sony a stampare supporti ottici in Francia si scontra con la libertà d’impresa, principio di valore costituzionale riconosciuto dal Conseil constitutionnel dal 1982, e con le regole del mercato unico. Nessun presidente può riaccendere per decreto una filiera globale di dischi, tanto più che la fabbrica austriaca di Thalgau si sta già riconvertendo alle microlenti. Con Nintendo che resta l’unico grande produttore ancora legato al supporto fisico, il mercato ha già scelto la direzione. Su questo, chi accusa Mélenchon di vendere fumo ha ragione.

Perché l’usato esiste (e perché col digitale muore)

La domanda giusta la pone chi chiede: se il digitale toglie il diritto di rivendere, perché esistono ancora GameStop e le catene dell’usato? La risposta è il cuore di tutta la faccenda, e non è nostalgia, è diritto positivo europeo.

Il meccanismo si chiama principio di esaurimento. L’articolo 4 della Direttiva InfoSoc (2001/29) stabilisce che il diritto di distribuzione su una copia si esaurisce alla prima vendita fatta nell’Unione col consenso del titolare. Tradotto: Sony vende il disco al negozio, il negozio lo vende a te, e da quel momento Sony perde ogni controllo su quella copia. La puoi rivendere, prestare, regalare, lasciare in eredità, e nessun publisher può opporsi. Il diritto d’autore resta intatto (non puoi duplicare il disco), ma il potere sulla circolazione dell’oggetto è esaurito. È lo stesso principio che tiene in piedi le librerie dell’usato e i mercatini di vinili. L’usato non è una concessione di Sony: è un tuo diritto, e si appoggia a un pezzo di plastica.

Col digitale, quel diritto evapora. E qui la giurisprudenza è netta, non opinabile. Sembrava esserci una porta aperta: nel 2012, con la sentenza UsedSoft contro Oracle, la Corte di Giustizia UE stabilì che il software scaricato si può rivendere, perché l’esaurimento vale anche per le copie immateriali. Ma la porta è stata richiusa. Nel 2019, con Tom Kabinet, la Corte ha detto che per gli e-book non esiste alcun esaurimento digitale: scaricare un’opera è “comunicazione al pubblico”, non “distribuzione”, e la comunicazione non si esaurisce mai. Lo stesso ragionamento si estende a musica, film e videogiochi.

Il chiodo definitivo, peraltro, l’aveva già piantato una causa partita dal Tribunale di Milano: Nintendo contro PC Box (2014). La Corte ha stabilito che un videogioco non è un semplice programma per computer ma un’opera complessa, fatta anche di grafica, suono e narrazione, e quindi ricade nella Direttiva InfoSoc e non nel regime del software. Conseguenza: il gioco digitale segue Tom Kabinet, non UsedSoft. Il diritto di rivenderlo, sotto la normativa vigente, semplicemente non c’è.

Ecco allora cosa fa davvero Sony togliendo il disco. Non cambia solo formato di distribuzione: sposta l’intera libreria di ogni giocatore da un regime giuridico all’altro, dall’articolo 4 (esaurimento, usato, prestito, un oggetto tuo) all’articolo 3 (nessun esaurimento, licenza revocabile, zero mercato secondario). Il diritto di rivendita non viene abolito con una legge, viene fatto sparire per via tecnologica, sfruttando una distinzione che i giudici hanno costruito quando il download era l’eccezione. L’abbiamo già visto con i 551 film cancellati dalle librerie PlayStation e con la petizione Don’t Kill the Disc oltre le 110.000 firme: è sempre lo stesso bug di fondo.

Questo, va detto con onestà, è l’argomento più forte a favore di Mélenchon nel merito. Il problema è che il rimedio giusto non è “stampate i dischi”, è “estendete l’esaurimento al digitale”. E quello, come ha scritto quasi esplicitamente l’avvocato generale Szpunar in Tom Kabinet, può farlo solo il legislatore dopo una valutazione politica, non un giudice e tantomeno un decreto nazionale: il copyright è materia armonizzata a livello UE, e una legge francese non può scavalcarlo.

Dove la battaglia si può davvero vincere

Resta la terza pretesa, il diritto di conservare ciò che si è pagato, ed è l’unica con un binario reale. Un impianto esiste già. La Direttiva sui contenuti digitali (2019/770, in vigore dal 2022) dà al consumatore diritti di conformità, garanzia di due anni e rimedi (riparazione, riduzione, rimborso) per contenuti difettosi, e prevede tutele quando una restrizione dovuta a diritti di terzi limita l’uso. Ma non impone di tenere un gioco giocabile per sempre, e lascia al diritto nazionale perfino la questione se comprare sia una vendita o una licenza. Insieme alle direttive su pratiche sleali e clausole abusive, colpisce soprattutto l’ambiguità del tasto “Compra” più che garantire la proprietà eterna.

Il veicolo vero è il Digital Fairness Act, la cui proposta è attesa dalla Commissione entro fine 2026. E qui la storia diventa interessante: la consultazione pubblica è stata inondata da migliaia di risposte di videogiocatori che chiedevano di vietare ai publisher di “uccidere” i giochi già acquistati. È lo stesso fronte di Stop Killing Games, il movimento nato dal caso The Crew di Ubisoft, che con 1,3 milioni di firme si era visto rispondere di no dalla Commissione il 16 giugno 2026: niente obbligo vincolante, per gli stessi motivi di proprietà intellettuale su cui inciampa la rivendita. Un no motivato, non un’alzata di spalle, ma con la porta socchiusa: tavolo per un codice di condotta entro fine anno, e 45 eurodeputati che spingono per inserire la tutela proprio nel Digital Fairness Act. C’è pure un dettaglio che vale la pena tenere a mente: tredici giorni prima del no, il CEO di Ubisoft aveva avuto un incontro a porte chiuse con la Commissione, organizzato dalla lobby dei publisher, senza gli attivisti nella stanza. Ne abbiamo scritto nel dettaglio.

Il punto obiettivo è questo: il livello dove la partita si può vincere è quello europeo, non quello francese, e passa dal Digital Fairness Act e dal rafforzamento delle direttive esistenti, non da un “Centro nazionale del videogioco”. Un presidente francese che volesse davvero incidere dovrebbe spingere dentro il processo legislativo europeo, non promettere una legge nazionale destinata a schiantarsi contro l’armonizzazione. Cosa molto meno telegenica di un tweet.

La posizione, non la posa

Resta da chiudere il conto sospeso: Mélenchon che scopre i videogiochi il giorno prima del voto, o Mélenchon che sul tema c’è da tempo? La cronologia dice la seconda. Già nel 2017, su Europe 1, proponeva un centro nazionale del videogioco per tutelare gli sviluppatori indipendenti. Nel 2022 li definiva una forma d’arte totale. E nel 2014 aveva criticato la ricostruzione storica della Rivoluzione Francese in Assassin’s Creed Unity, uscita all’epoca letta più come interesse genuino che come excusatio elettorale. Non basta a cancellare il tempismo elettorale, ma toglie l’alibi facile del candidato che improvvisa.

Sul fondo, allora, ha ragione: il tasto “Compra” accanto a un file ti vende un permesso revocabile spacciato per proprietà, e la fine del disco toglie l’ultimo appiglio a chi voleva davvero possedere ciò che paga. Sul metodo, molto meno: la rivendita del digitale la sblocca solo Bruxelles, non Parigi, e conservare ciò che si è pagato passa dal Digital Fairness Act, non da un decreto francese. Sony, dal canto suo, non sta uccidendo il fisico: ne sta solo firmando il certificato di morte, con qualche anno di ritardo sul decesso reale.

Il punto, se proprio serve tirarne uno: la politica arriva sempre dopo l’industria, mai prima. La differenza tra una battaglia vinta e un tweet la fa il tavolo a cui ti siedi. E quello giusto, stavolta, non è all’Eliseo.

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