Ci sono giornate in cui l’Italia sembra impegnata a spiegarti gratis la differenza tra “digitale” e “funzionante”: provate a rinnovare la carta d’identità sull’app del Comune mentre lo SPID si impunta proprio come il router di casa quando gli gira storto. Tenete a mente quella sensazione, perché questa settimana Sony ha deciso che anche il futuro del gaming deve somigliarle: tutto bellissimo sulla carta, finché non ti serve davvero.
Partiamo dai fatti, che qui non sono opinabili quanto un firmware beta. Il PlayStation Blog ha confermato che dal gennaio 2028 la produzione di dischi fisici per i nuovi titoli PlayStation verrà interrotta: i giochi già usciti o in uscita prima di quella data non sono toccati, ma da lì in poi sarà solo PlayStation Store o codici digitali nei negozi. Sony parla di un adeguamento “naturale” alle abitudini di acquisto, che ormai pendono in modo netto verso il digitale. La chiusura degli store PS3 e Vita viaggia su un changelog scaglionato: si parte ad agosto 2026 con Messico, Honduras e Nicaragua, poi entro fine anno tocca ad altri mercati latinoamericani e mediorientali, prima della chiusura globale nel 2027. In pratica: due formati storici della libreria digitale che vanno in end of life nello stesso comunicato in cui muore anche il disco, mentre restano ancora aperte le ferite dei 551 film cancellati dalle librerie StudioCanal.
Il tutto arriva a ridosso della vicenda GTA 6, la cui edizione fisica conterrà solo un codice di download nella scatola, niente disco. Coincidenze che si accumulano come processi zombie in un task manager mai chiuso.
La rete, va detto, ha reagito con la compostezza abituale, cioè zero. Il primo a intervenire è stato Domino’s Pizza UK, che ha risposto al post ufficiale di Sony dicendo che la mossa ha lo stesso senso di noi che passiamo alle pizze digitali
. Da lì in poi l’account ha rincarato la dose citando Blockbuster e il destino dello scaffale videoludico, per poi pubblicare un finto comunicato stampa aziendale in cui annunciava lo stop alle pizze fisiche dal 2027 in favore di “codici pizza” da scaricare e gustare con la sola forza dell’immaginazione. Un pezzo di ironia da manuale, verificato da più testate tra cui ComicBook.com, che con ottime probabilità ha generato più engagement del trailer di qualche tripla A recente.

KFC, tramite il suo account spagnolo, non poteva restare a guardare: ha annunciato che anche i suoi prodotti sarebbero passati al formato digitale, consumabili solo tramite app “in fake PNG format”, per poi promettere ironicamente DLC di salse vendute separatamente. Il paragone tra pollo fritto e libreria di giochi funziona esattamente come funziona ogni buon meme: perché sotto la battuta c’è un problema vero, quello della roba che compri e che poi, tecnicamente, non possiedi.
Chi invece ha risposto sul serio, mascherando la preoccupazione da battuta, è GameFly: il servizio di noleggio ha ribadito il proprio impegno verso i supporti fisici promettendo di continuare a noleggiare giochi e film finché non ci strapperanno i dischi dalle nostre mani morbide e idratate
, per poi, con la stessa naturalezza con cui un tecnico ti propone l’upgrade mentre ti ripara il PC, lanciare una promozione di riattivazione abbonamento. GameStop, dal canto suo, ha scelto la strada dell’aneddoto: un cliente di Columbus, Ohio, che ha permutato un’intera collezione Xbox 360 ottenendo oltre mille dollari di credito da spendere in giochi PS5, diventato in poche ore il simbolo involontario di chi il fisico continua a usarlo davvero, verso qualsiasi piattaforma.
Sotto la superficie ironica, però, c’è la parte che a un certo punto smette di far ridere. La Video Game History Foundation, per bocca del direttore Frank Cifaldi, ha spiegato che l’impatto sulla conservazione professionale dei videogiochi è in realtà meno drammatico di quanto sembri: la maggior parte dei titoli usciti negli ultimi vent’anni non è mai stata pensata per un supporto fisico dedicato, e anche quando lo era, la patch del day one rendeva comunque il disco un’istantanea parziale del gioco reale. Il problema vero, dice Cifaldi, è un altro: chiedere ai musei di scaricare una copia di Grand Theft Auto VI e sperare che funzioni ancora tra cinquant’anni
non è una soluzione di conservazione, secondo quanto riportato da GamesRadar+. E qui arriva il colpo vero: la Entertainment Software Association, l’associazione di categoria dell’industria, si è storicamente opposta ai tentativi di musei e archivi di ottenere deroghe legali al DMCA per preservare e studiare legalmente i giochi solo digitali. Risultato: in America, oggi, l’unico metodo di conservazione che funziona davvero è la pirateria, non perché qualcuno la incoraggi, ma perché nessuno ha mai voluto costruire un’alternativa legale.
E qui il ciclo si chiude su se stesso come una macchina che fa il proprio backup e poi lo cancella per errore. Perché era proprio Sony, nel 2013, a mettere in scena il video dell’E3 in cui un dipendente porgeva semplicemente un disco fisico a un altro per prendere in giro le restrizioni always-online e il DRM sui giochi usati che Microsoft voleva imporre con Xbox One. Tredici anni dopo, quella pubblicità da manuale di marketing anti-DRM è invecchiata come una batteria al litio dimenticata in un cassetto: ancora lì, ma completamente scarica.
Morale della patch: il digitale non è il nemico, lo dice una che colleziona ancora hardware vecchio per hobby. Il problema è chi lo usa come scusa per staccare la spina alla proprietà, alla rivendita, al prestito e, in fondo, alla memoria stessa di quello che abbiamo giocato. Se devo scegliere tra un futuro fatto di codici da immaginare e uno scaffale pieno di dischi impolverati, scelgo lo scaffale. Almeno quello, quando si blocca, basta soffiarci sopra.


