Eccoci a sbrogliare la matassa più asfissiante della settimana. Oggi parliamo di Mixtape, l’avventura narrativa dei Beethoven & Dinosaur pubblicata da Annapurna Interactive che ha appena scatenato un polverone transoceanico senza alcun fondamento logico. La critica specializzata lo loda per la superba direzione artistica e la colonna sonora su licenza, mentre una fetta rumorosa dell’utenza grida allo scandalo alimentando una campagna di indignazione culturale grottesca e spaventosamente rumorosa.
Il peccato originale: un 10 su IGN
Tutto è esploso quando il giornalista Simon Cardy ha assegnato a Mixtape un rarissimo 10/10 su IGN. Apriti cielo. L’utenza si è indignata paragonando questo voto a recensioni meno lusinghiere riservate a colossi con budget faraonici come Crimson Desert (6/10) e Pragmata (8/10). L’accusa mossa alla stampa è la solita, stantia cantilena: disconnessione dal pubblico e palese corruzione. Eppure, le testate non sono monoliti, ma collettivi di recensori che valutano un’opera in base agli obiettivi del suo genere e al suo specifico UX flow narrativo. Mixtape eccelle nel suo essere un racconto di formazione adolescenziale, non un open world con mille indicatori a schermo e hitbox calcolate al millimetro. La presunta disconnessione è smentita dai freddi dati di mercato: su Steam il gioco vanta una media di recensioni “Molto Positive”, oscillando tra l’89% e il 93% da parte di chi lo ha effettivamente comprato, esplorato e vissuto. E per chi urla alla mazzetta facile: vi svelo un segreto, il catalogo storico di Annapurna è pieno di giochi che non hanno minimamente sfiorato il perfect score, smontando sul nascere la teoria di un editore che compra i voti a tavolino.

L’ossessione per l’industry plant e l’astroturfing
La gerarchia del complotto si arricchisce con le accuse di “industry plant”. Numerosi creator, tra cui @BlueThunderReal che ha mostrato su X un pacchetto promozionale con cuffie e lettore CD retrò omettendo di dichiarare l’adv, hanno gridato all’astroturfing. Le critiche puntano il dito contro Annapurna, fondata da Megan Ellison, figlia del multimiliardario fondatore di Oracle Larry Ellison. Secondo questa narrazione sbilenca, le costosissime licenze musicali anni ’80 e ’90 dei Devo, Joy Division e Smashing Pumpkins sarebbero la prova schiacciante di consensi comprati a peso d’oro. L’idea che un gioco indie debba essere per forza povero per risultare autentico è pura idiozia analitica. Il marketing e l’investimento nei diritti sono i normali compiti di un publisher il cui scopo è proprio finanziare il talento creativo. Stiamo parlando dei Beethoven & Dinosaur, che non sono una multinazionale occulta, ma un piccolissimo team indipendente australiano che si ritrova incastrato in un tritacarne mediatico assurdo. La stessa Annapurna ha foraggiato in passato capolavori amati da tutti come Outer Wilds, Stray e What Remains of Edith Finch senza che nessuna frangia tossica sollevasse accuse di nepotismo. La Ellison e sia CEO che fondatrice (nel 2016, ndr) e questo è il primo gioco da loro prodotto ad essere accusato di essere spinto con i soldi del padre. Strano che tutto sia successo dopo che i soliti noti hanno deciso che era il nuovo bersaglio, forse perché non potevano più prendersela con Subnautica 2 che gli ha sbattuto 1 milione di copie in faccia vendute in un giorno.

La dittatura del gameplay e il dramma della Streamer Mode
Con una durata compatta di 3-4 ore, Mixtape è un’esperienza fortemente guidata, priva di vere sfide o schermate di Game Over punitive. Questo ha scatenato i detrattori che lo definiscono sbrigativamente un “walking simulator” da 20 dollari. Virali sono diventati i video di furbetti da social che deridono la mancanza di un gameplay muscolare o i minigiochi bizzarri, come quello in cui si controllano le lingue di due adolescenti durante un bacio. Un minigioco nato per ricreare umoristicamente l’imbarazzo del primo bacio che alcuni estremisti hanno etichettato come “pedofilo”, distorcendo ogni basilare sceltanarrativa. A far esplodere definitivamente la tossicità è stata l’assenza di una Streamer Mode per disattivare la musica coperta da copyright, mossa che rende il gioco non monetizzabile su Twitch o YouTube. Gli sviluppatori hanno chiarito una scelta di puro game design: dialoghi e livelli sono modellati attorno a quelle precise canzoni. Sostituirle significherebbe distruggere l’anima dell’opera, dimostrando un’integrità artistica che preferisce la coerenza cromatica e uditiva alle asettiche logiche di mercato degli streamer.

Ragebait e guerra culturale
A chiudere il cerchio ci pensa la solita cassa di risonanza del cosiddetto Gamergate 2.0. Figure influenti come quel cesso Asmongold, Lady Decade o il solito EndymionTV (che accusa il gioco di wokeness perché il genitore di uno dei protagonisti è un poliziotto ritratto in chiave negativa) hanno stroncato pesantemente il gioco, aizzando la propria vasta fan-base a riempire di bile forum e subreddit. Canali conservatori anti-woke accusano Mixtape di prendere voti alti solo in quanto compiacente con la comunità LGBTQ+, offrendo una narrativa inclusiva e definendo il gioco come puro “slop” nostalgico per eterni adolescenti millennial. Il gioco in sé non è un manifesto politico, non ha neanche particolare diversity tra i protagonisti o riferimenti LGBTQ+ particolarmente invasivi, racconta semplicemente l’ultima estate di tre liceali prima di separarsi.
Intanto il gioco oltre ad aver fatto innamorare la critica ha recensioni degli utenti stratosferiche su tutti gli store. E ricordo che quelli sono gli unici posti dove le recensioni degli utenti contano, perché le possono lasciare solo quelli che ci hanno effettivamente giocato. Se badate ancora ai review bombing su Metacritic ho pessime notizie per il vostro analista.
Quindi cosa è successo di preciso? Tempo fa parlavamo qui della nostra dipendenza dall’odio, e alla fine credo si possa ridurre tutto a quello. Questa cultura tossica della mente alveare che vive una shitstorm alla volta nata su 4chan e discesa nei social come locuste ipodotate è ormai al centro di un meccanismo di mercato che non ci leveremo dalle scatole per molto tempo ancora. C’è gente che ha bisogno di sentirsi nella squadra giusta e il modo migliore per dimostrarlo (a sé stessi prima di tutto, perché di base non frega niente a nessun altro) è trovare un bersaglio facile da attaccare e c’è chi su queste cose ci monetizza, come i creator che ho citato prima e tanti piccoli cloni puzzolenti in giro che al posto di sviluppare skill vere e trovarsi un lavoro si improvvisano opinionisti su Youtube o TIktok, sperando di superare la manciata di visualizzazioni a cui sono abituati. Queste sono le cose che fanno engagement adesso. Per fortuna però i gamer veri il tempo lo passano giocando e non ripetendo a pappagallo sui social quello che gli viene infilato in testa dai loro alpha.


