La realtà che emerge dai documenti rilasciati delinea uno scenario comunque complesso. Epstein non ha inventato una tecnica di monetizzazione (già presente in titoli come Call of Duty: Black Ops 2), ma sembra aver individuato nel gaming un bacino di utenza strategico. A giudicare dalle sue stesse email, e in concerto con figure vicine all’alt-right come Steve Bannon, vedeva nei giovani videogiocatori non dei clienti, ma una possibile massa di manovra politica: una lettura che, per quanto inquietante, resta un progetto discusso via posta elettronica, non un piano dimostrato nei suoi effetti concreti.
La rete di contatti con l’industria del gaming: Kotick, Houser e Benzies
I file rendono pubblica una serie di contatti, aperti perlopiù da Epstein, con alcuni nomi noti dell’industria: Bobby Kotick (ex CEO di Activision Blizzard), Sam Houser (Rockstar Games) e Leslie Benzies (ex Rockstar North, oggi a capo di Build A Rocket Boy). Va detto con precisione cosa significhi, in questo caso, “essere nei file”: nessuno dei tre risulta accusato di alcun coinvolgimento nei crimini per cui Epstein è stato condannato.
Houser e Kotick non hanno commentato pubblicamente, mentre la reazione del team di Benzies è stata immediata. Mark Gerhard, co-CEO di Build A Rocket Boy, ha inviato diffide (cease and desist) su Discord per silenziare i video che collegavano Benzies ai file di Epstein. I nomi di Houser e Benzies compaiono in una dichiarazione di 62 pagine firmata da Sarah Ransome, sopravvissuta agli abusi di Epstein, che accusa Benzies di averla aggredita sessualmente durante una relazione avuta con lui nei primi anni 2000 e sostiene che Houser fosse al corrente di quanto, a suo dire, accadeva internamente a Rockstar North. È una distinzione importante da fare con cura: la testimonianza di Ransome riguarda la sua esperienza personale con Benzies e con l’ambiente di lavoro Rockstar, non una conoscenza diretta dei crimini di Epstein, e al momento non risulta che le sue affermazioni siano state verificate da alcuna autorità inquirente federale, come segnalato anche da Insider Gaming. Benzies ha negato categoricamente ogni accusa a Kotaku, ammettendo solo una relazione consensuale di tre mesi con la persona in questione e negando di aver mai incontrato Epstein, visitato la sua isola, le sue proprietà o viaggiato sul suo aereo. Houser non ha replicato pubblicamente.
Le email tra Epstein e Kotick restano comunque numerose: più di una dozzina tra il 2012 e il 2013. Nel novembre 2012, in un’email a Faith Kates (allora co-fondatrice di Next Model Management, dimessasi a fine 2025 proprio a causa dei suoi legami con Epstein), il finanziere scriveva che Kotick era passato a trovarlo la sera prima e lo definiva “fantastico“. Il mese successivo, rispondendo a una domanda di Epstein sulla sua vacanza ai Caraibi, Kotick scriveva di essersi pentito di non essere passato dall’isola. Un portavoce di Kotick ha dichiarato a più testate che i due “non sono mai stati amici né colleghi” e che Kotick “era ovviamente ignaro dei crimini di Epstein”: se ne fosse stato a conoscenza, sostiene, non avrebbe mai avuto alcun contatto con lui. Non è una giustificazione per la contiguità sociale documentata nelle email, ma è un elemento che una ricostruzione onesta non può omettere.
L’interesse per il settore aveva anche un risvolto finanziario. Nel 2018, i consulenti di Epstein gli suggerirono di investire in azioni Activision, scommettendo che Call of Duty: Black Ops 4 avrebbe retto il confronto con Fortnite. Le email successive suggeriscono che l’idea fu presa sul serio, anche se non è chiaro se l’investimento sia mai stato eseguito.
Il “manifesto” sull’edutainment, e cosa non dimostra davvero
Il tassello più citato online arriva da uno scambio del maggio 2013, innescato da un accenno di Epstein a Pablos Holman (che si definisce “hacker e futurista”) su un incontro imminente con Joel Klein, ex Cancelliere del Dipartimento dell’Educazione di New York. Holman rispose con uno sfogo lungo e sopra le righe, sostenendo che l'”edutainment” fosse inutile e che servissero invece “tette, armi e profitto”, fino a proporre “principesse sexy in perizoma” come incentivo per far imparare ai bambini i kanji giapponesi. Epstein girò a Kotick solo un frammento più moderato, legato all’idea di un X Prize per l’istruzione; Kotick rispose limitandosi a osservare che la chiave, più che gli incentivi astratti, erano le ricompense concrete: minuti di telefono, credit iPhone, oggetti virtuali nei giochi.
Qui però va fatta una precisazione che diverse testate specializzate hanno già messo nero su bianco e che il pezzo, nella sua prima versione, non riportava: Kotick non ha mai fatto parte dello scambio diretto con Holman, un portavoce ha dichiarato che Kotick “non conosce e non ha mai incontrato né parlato” con lui, e che Kotick “non ha mai discusso con Epstein di Call of Duty o di alcun gioco Activision Blizzard”. Leggere in questo scambio la prova che Epstein abbia plasmato le microtransazioni dei videogiochi, come ha fatto una parte della rete in questi giorni, è un salto logico che le fonti primarie non permettono di fare: a maggio 2013 Black Ops II aveva già introdotto le microtransazioni da mesi.
L’ossessione per il controllo: donne, Bitcoin e “inferiorità universale”
Nel 2016, Epstein discute con Jeremy Rubin, all’epoca contributor di Bitcoin Core, della creazione di un gioco “intellettualmente stimolante dove le donne superano gli uomini”. L’idea, e la sua logica agghiacciante, sono di Rubin, non di Epstein: se l’esperimento fosse fallito, avrebbe fornito “prove di un’inferiorità universale” utili a giustificare il non investire nella diversità di genere; se fosse riuscito, avrebbe insegnato “come ottenere valore dalle dipendenti donne”. La risposta di Epstein fu più laconica: “gioco della maternità? carte, videogiochi = hacking. tutti sono giochi“. Misoginia trattata come materiale da laboratorio, non come problema.
Bannon, Thiel e la politica come laboratorio
Per comprendere il disegno politico, bisogna guardare a Steve Bannon e Peter Thiel. Di come abbiano usato la rete per destabilizzare le democrazie ho scritto su Valigia Blu.
Steve Bannon, prima di arrivare a Trump, era a capo della IGE, azienda di gold farming su World of Warcraft di cui aveva preso il controllo nel 2007. Nelle mail del 2018, Bannon ed Epstein discutevano di usare le criptovalute per finanziare una “coalizione populista/nazionalista” capace di “tenere a bada per il prossimo decennio abbondante” il movimento Time’s Up, l’omologo americano del #MeToo; Epstein arrivò a proporsi come tramite per un incontro tra Bannon e i vertici dello stesso movimento, con lo scienziato del MIT Joi Ito come mediatore. Epstein immaginava inoltre “ventimila hacker” pronti a colpire gli exchange di criptovalute, i sistemi di voto e le cartelle cliniche: un progetto che, per stessa ammissione di chi ha analizzato questi file, resta più vicino a una fantasia di potere condivisa via email che a un piano operativo dimostrato nei fatti.
Infine Peter Thiel, il miliardario dietro Palantir (software oggi usato anche da ICE), finanziò la causa legale che portò al crollo di Gawker Media, proprietaria di Kotaku, colpendo una delle voci critiche più esposte durante Gamergate. Epstein si offrì di contribuire alle spese legali di Thiel. Nel giugno 2016, all’indomani del referendum sulla Brexit, gli scrisse che era “solo l’inizio” di un “ritorno al tribalismo“, teorizzando che individuare sistemi in via di collasso fosse più facile che trovare il prossimo affare.
Conclusioni: un’eredità da maneggiare con cura, non da gonfiare
Alla luce di quanto emerge, le attuali guerre su “woke” e DEI nel gaming appaiono comunque grottesche: da anni influencer ripetono narrative sulla “mascolinità sotto attacco” che, a quanto pare, circolavano già in forma simile nelle conversazioni private di un condannato per abusi sessuali e dei suoi interlocutori miliardari. È un’ironia amara, ma non equivale a dire che quelle conversazioni abbiano causato o orchestrato ciò che è venuto dopo: restano, per la maggior parte, progetti discussi via email, non piani di cui sia stata dimostrata l’esecuzione.
Chi oggi urla contro la “cultura woke” convinto di essere un libero pensatore difficilmente sa che alcuni di quei temi circolavano già, anni fa, in scambi privati come questi. Il sistema che per anni ha chiuso un occhio su Epstein sembra oggi più interessato a perseguitare gli innocenti nelle strade che a indagare su chi compare in questi file.


