Una scena di RetroSpace, l'immersive sim spaziale di The Wild Gentlemen

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L’immersive sim spaziale RetroSpace è disponibile, e ha un’idea che gli altri non hanno

Tempo di lettura: 3 minuti

Gli immersive sim sono tutti nipoti degli stessi due nonni, e la metà si presenta con la stessa chiave inglese in mano. Poi ogni tanto ne esce uno con un’idea sua, e RetroSpace ce l’ha. Il genere continua a promettere libertà e poi consegna le solite tre soluzioni per lo stesso corridoio, condotto di aerazione compreso: questo almeno ci prova da un’altra parte.

RetroSpace è uscito il 1 ottobre 2026, lo ha fatto The Wild Gentlemen, lo pubblica Kwalee, costa 17,99 euro in questi giorni invece di 19,99 e sta solo su Windows. Niente italiano, nove lingue, e una demo per chi vuole provarlo prima. Sulla pagina Steam ha il 93 per cento di recensioni positive su 130, che è un campione piccolo ma non pessimo per un indie alla prima settimana, e intanto ci stanno giocando poco più di trecento persone in contemporanea.

Il concetto è questo: siete l’addetto alle pulizie di un’arca interstellare anni Settanta, la Aurora 5, finita dentro un buco nero che nella descrizione ufficiale viene definito senziente. L’astronave non è esplosa, si è slogata nel tempo: intere sezioni oscillano fra linee temporali diverse e l’equipaggio è diventato una collezione di aberrazioni genetiche. Gli autori sono gli stessi di Chicken Police, il noir con gli animali antropomorfi che ha avuto anche un seguito, quindi l’umorismo da pubblicità grottesca e da messaggio registrato è di casa.

Un corridoio della stazione Aurora 5 in RetroSpace
Interi settori dell’arca oscillano fra linee temporali diverse

Cosce di cavalletta, orecchie di falena e un DNA che si sporca

Mutamod è il nome della cosa che distingue RetroSpace dal resto della cucciolata: innesti genetici che cambiano quello che il corpo sa fare. Cosce di cavalletta per saltare più in alto, orecchie di falena per rigenerarsi stando nella luce, e via di questo passo. È il tipo di sistema che negli immersive sim di solito viene chiamato albero delle abilità e qui invece è un armadio di pezzi di ricambio biologici.

Il sistema della morte è la cosa che mi ha fatto alzare un sopracciglio. Clonarsi non costa niente, ma ogni ritorno in vita porta con sé un’afflizione genetica casuale: starnuti incontrollabili, attacchi di imprecazioni. Provate voi a fare la fase furtiva con un personaggio che bestemmia a intervalli. Per ripulire il codice genetico bisogna prelevarlo da cadaveri umani ancora integri, che a bordo non scarseggiano. È una penalità che funziona perché non toglie progressi: cambia il modo in cui si gioca il quarto d’ora successivo.

Una creatura mutata di RetroSpace vista in prima persona
L’equipaggio dell’arca è diventato materiale genetico da saccheggiare

Dal lato esplorazione, nella prova pubblicata da Rock Paper Shotgun la stazione viene descritta come un intreccio di scorciatoie, leve dietro le casse e cornicioni che portano da qualche parte, con una monorotaia che gira davvero intorno alla struttura invece di nascondere un caricamento. C’è anche un rifugio interdimensionale creato dai sindacati degli spazzini, dove si potenzia il personaggio e si parla con un’intelligenza artificiale senziente e un uomo-maiale. Detta così sembra un elenco di stranezze, e in parte lo è.

Il problema, sempre secondo quella prova, sta negli strumenti. Pistole, fucili a pompa, armi a raggi, dispositivo di occultamento, estintore usato come propulsore: funzionano, ma li abbiamo già tutti in casa. Bagnare il pavimento e manomettere un quadro elettrico per folgorare qualcuno era già un classico vent’anni fa. Finché la roba davvero strana resta nei Mutamod e il resto è un campionario di cose viste, il rischio è che il giocatore smetta di inventare e torni a sparare, che è sempre la soluzione più rapida e la più noiosa.

Vale la pena dire una cosa sulla descrizione che gli autori hanno messo sulla scheda del negozio, che si chiude con tre parole: realizzato da esseri umani. In un periodo in cui su Steam sta arrivando di tutto, e in cui perfino i mod si costruiscono dando ordini a un modello di linguaggio, è una dichiarazione commerciale prima che etica. Funziona perché c’è un pubblico disposto a pagarla.

Se il genere vi interessa, nei prossimi mesi la fila è lunga: c’è Tokyo Walled City che punta dichiaratamente a Dishonored 2, e c’è lo studio nuovo di Harvey Smith, che dopo il disastro di Redfall è tornato a fare quello che sa fare. Nel frattempo RetroSpace ha il vantaggio di esistere adesso e di costare meno di venti euro.

Il verdetto: un parco giochi spaziale con un’idea vera, i Mutamod, infilata dentro una cassetta degli attrezzi presa in prestito dal 2007: se nelle ore avanzate quelle mutazioni diventano abbastanza assurde da cambiare davvero come si affronta una stanza, ci sarà da divertirsi, altrimenti resterà il più bel museo di System Shock mai costruito.

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