Il logo Sony su uno sfondo che richiama un'aula di tribunale, a illustrare la causa sul possesso dei giochi digitali

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Sony di nuovo in tribunale: nessuno può davvero possedere un gioco digitale

Tempo di lettura: 3 minuti

Il possesso dei giochi digitali non è una cosa in cui un consumatore ragionevole possa credere di trovarsi. Lo ha scritto Sony il 21 agosto 2026, in un atto depositato alla Corte distrettuale federale della California settentrionale, e lo ha scritto per difendersi da una causa che le contesta proprio come vende sul PlayStation Store. Il documento è stato ottenuto e pubblicato il 28 agosto da Game File, la newsletter di Stephen Totilo, ex direttore di Kotaku.

Cosa contesta la causa depositata a giugno

Il 18 giugno 2026 quattro clienti PlayStation californiani hanno depositato una proposta di class action, cioè una causa collettiva che deve ancora essere ammessa da un giudice. La contestazione riguarda una legge dello stato della California in vigore dal gennaio 2025, il disegno di legge numero 2426. Chi vende beni digitali usando parole come “compra” o “acquista” deve dire in modo chiaro e ben visibile che quello che si sta comprando è una licenza. La norma era nata nel 2024 sull’onda dei casi di giochi e film spariti dalle librerie di chi li aveva pagati.

Secondo gli attori, il PlayStation Store non lo fa abbastanza. Nella schermata di pagamento compare una riga di testo che rimanda ai termini di servizio e all’accordo di licenza del software, entrambi linkati. I pulsanti però dicono “Buy Now” e “Confirm Purchase”, e la prima ricostruzione della causa l’ha pubblicata Aftermath a giugno.

La risposta di Sony, e l’esempio dei due acquirenti

Nell’atto del 21 agosto Sony sostiene che le informative attuali bastino, perché i documenti collegati contengono le frasi che servono: che il software è concesso in licenza e non venduto. Come nota Game File, quelle righe compaiono centinaia di parole dentro documenti lunghi migliaia di parole.

Il secondo argomento è quello che ha fatto il giro dei social. Gli avvocati dell’azienda scrivono che nessuno può ragionevolmente pensare di possedere un gioco digitale, perché se lo possedesse davvero nessun altro potrebbe comprarne una copia. L’atto porta l’esempio di due degli attori: uno ha comprato Resident Evil Requiem il 14 febbraio 2026, l’altro lo stesso gioco il 25 febbraio, a undici giorni di distanza. Entrambi lo hanno pagato 69,99 dollari. Se il primo ne fosse diventato proprietario, dice Sony, il secondo non avrebbe potuto acquistarlo.

La richiesta vera è l’arbitrato, non la filosofia

Prima di prendere la frase come una dichiarazione di guerra, conviene guardare cosa Sony sta chiedendo davvero al giudice. Come ricostruisce Decrypt leggendo lo stesso atto, la richiesta principale è mandare la controversia in arbitrato privato, perché i termini di servizio di PlayStation lo impongono e contengono una rinuncia esplicita all’azione collettiva. Gli argomenti sul possesso valgono solo se il giudice rifiuta di spostare la causa fuori dall’aula.

Detta così è meno clamorosa e più preoccupante: l’arbitrato toglie di mezzo il rischio di un verdetto pubblico e obbliga ogni cliente a farsi la sua causa da solo. La difesa sul possesso, in questo schema, è la seconda linea. È anche il motivo per cui Kotaku fa notare che il giudice, per ora, deve decidere soltanto sull’arbitrato, e che l’argomento potrebbe non essere nemmeno esaminato.

Perché la tempistica pesa più dell’argomento

Un’azienda che in tribunale sostiene di non aver mai venduto proprietà sta dicendo una cosa che il diritto d’autore digitale ammette da vent’anni. La differenza è che questa la dice mentre chiude il canale in cui la proprietà esisteva davvero: dal gennaio 2028 i nuovi giochi PlayStation si compreranno solo in digitale, e l’avviso è già stampato sulle scatole delle PS5 con lettore.

Nei Paesi Bassi una fondazione per la tutela dei consumatori ha portato Sony in giudizio per conto di 1,7 milioni di proprietari PlayStation, chiedendo oltre 400 milioni di euro. Il dato su cui poggia quella causa è che in media un gioco digitale è costato il 47% in più della copia fisica corrispondente.

Fino a quel momento il disco è la risposta pratica a tutta la discussione: chi non accetta la licenza compra il supporto. Dopo, l’unica cosa in vendita sarà quella che Sony descrive come non possedibile. Ad agosto Stop Killing Games e DoesItPlay si sono messi dietro alla causa olandese, che era partita ben prima dell’annuncio sui dischi.

La versione integrale dell’atto sta dietro il paywall di Game File; Insider Gaming ne ha ripreso i passaggi principali. Il giudice non si è ancora pronunciato su niente, nemmeno sull’arbitrato.

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