Offerte in questo articolo

Nessuna offerta correlata trovata. Vedi tutte le offerte

Per non dimenticare il Blizzardgate: anatomia dello scandalo che ha travolto Activision Blizzard

Tempo di lettura: 10 minuti

La facciata dorata e quello che c’era dietro

Activision Blizzard, Inc., il gigante nato nel 2008 dalla fusione di Activision e Vivendi Games, ha regnato per anni sull’industria videoludica globale. Con sede a Santa Monica, California, la holding gestiva Activision Publishing, Blizzard Entertainment e King Digital Entertainment, e con loro franchise da miliardi di dollari che hanno definito generazioni di giocatori: Call of Duty, World of Warcraft, Diablo, Overwatch, Candy Crush Saga. Un impero costruito su successi commerciali enormi e su un marketing che sbandierava valori di diversità. Dietro quella facciata c’era una cultura aziendale problematica, soprattutto per le donne, in un settore storicamente dominato da dinamiche maschiliste.

Mentre il movimento #MeToo costringeva altri settori a una resa dei conti, anche il mondo dei videogiochi cominciava a mostrare le sue crepe. Il terreno era stato preparato anni prima da un’altra campagna d’odio online, il Gamergate. Emerso nel 2014, fu una campagna di molestie coordinate alimentata da una reazione conservatrice e misogina contro la crescente presenza femminile nell’industria. Ammantato da una pretestuosa crociata per l’etica nel giornalismo videoludico, nei fatti colpì Zoë Quinn, sviluppatrice indipendente diventata bersaglio dopo che un ex compagno pubblicò un lungo post sulla loro relazione, e Anita Sarkeesian, la critica culturale che nella serie Tropes vs Women in Video Games analizzava gli stereotipi femminili nei videogiochi: entrambe furono sommerse di minacce di morte e di stupro, e costrette a lasciare casa. Quel precedente normalizzò tattiche di abuso online come il doxing e le minacce, e contribuì a un clima in cui la misoginia veniva tollerata.

Segnali allarmanti erano emersi anche prima dell’esplosione dello scandalo. Nell’agosto 2020 la condivisione anonima di fogli di calcolo salariali rivelò percezioni diffuse di disparità retributive, che colpivano in particolare i tester, spesso trattati come manodopera precaria. Era il sintomo di una gerarchia in cui l’80% della forza lavoro era maschile e i vertici erano quasi interamente composti da uomini bianchi. La distanza tra il marketing inclusivo dichiarato e le pratiche interne aumentava la pressione, e quel tipo di cultura prolifera quando i comportamenti inaccettabili vengono tollerati o minimizzati dai vertici, fino a diventare norma.

La causa del DFEH accende i riflettori (luglio 2021)

Il 20 luglio 2021 il Dipartimento per l’Occupazione e l’Alloggio Equo della California (DFEH, oggi CRD), dopo oltre due anni di indagine, depositò una causa presso la Corte Superiore di Los Angeles, accusando Activision Blizzard di violazioni sistematiche del California Fair Employment and Housing Act (FEHA) e dell’Equal Pay Act. Le accuse contenute nella denuncia erano pesanti:

  • Una “cultura da confraternita“: l’ambiente di lavoro veniva descritto come una confraternita universitaria degenerata. I “cube crawls”, gite alcoliche tra le scrivanie durante le quali dipendenti maschi molestavano le colleghe, sarebbero stati la norma. Uomini che passavano ore a giocare delegando il lavoro alle donne, battute sessuali continue, commenti sui corpi femminili e persino “scherzi” sullo stupro.
  • Molestie sessuali diffuse: le dipendenti sarebbero state bersaglio costante di avance indesiderate, palpeggiamenti e commenti pesanti. La figura più citata è quella di Alex Afrasiabi, all’epoca tra i responsabili di World of Warcraft. Secondo la causa le sue molestie erano talmente note che la sua suite d’albergo alla BlizzCon 2013 era stata soprannominata “Cosby Suite“: su questo punto specifico torniamo più avanti, perché è quello su cui si continua a litigare. Anche i reclutatori avrebbero posto domande inappropriate durante le fiere del lavoro.
  • Discriminazione di genere: donne pagate meno per lo stesso lavoro, carriere più lente rispetto ai colleghi maschi, licenziamenti più frequenti, opportunità negate a volte per il solo “rischio” di una gravidanza, critiche per l’assunzione di responsabilità genitoriali, sale allattamento occupate da colleghi maschi. Una situazione peggiore ancora per le donne di colore.
  • Risorse umane inadeguate: il dipartimento HR fu accusato di un fallimento sistematico. Le segnalazioni di molestie non venivano trattate adeguatamente, la riservatezza veniva violata ed esponeva le denuncianti a ritorsioni: trasferimenti punitivi, esclusione da progetti, promozioni negate, licenziamenti. La causa sosteneva anche che fossero stati distrutti documenti utili all’indagine, accusa che l’azienda ha sempre respinto.
  • Il caso più grave: la denuncia citava una dipendente che si tolse la vita durante un viaggio di lavoro nel 2017, sostenendo che fosse avvenuto dopo giorni di molestie e dopo la condivisione non consensuale di sue foto intime da parte di colleghi durante una festa aziendale. Su questo punto va detto che una ricostruzione verificata non esiste: la vicenda riguardava Activision e non Blizzard, i genitori della donna avviarono nel marzo 2022 una causa per morte ingiusta e la ritirarono due mesi dopo, e nessuna indagine indipendente ha stabilito un nesso tra le molestie e la sua morte.

La causa non elencava episodi isolati: mirava a dimostrare l’esistenza di una cultura tossica sistemica, tollerata dai vertici. Basandosi su FEHA, Equal Pay Act e sulla SB 973, approvata l’anno prima, chiedeva risarcimenti e misure correttive. La sua portata fu poi estesa alle lavoratrici temporanee e a contratto.

Cosa sappiamo davvero della “Cosby Suite”

Il dettaglio della suite è diventato il simbolo dell’intero scandalo, ed è anche il punto su cui si continua a litigare. Conviene separare quello che è accertato da quello che non lo è.

Sull’origine del soprannome le due grandi inchieste del 2021 non coincidono, ed è onesto dirlo invece di scegliere la versione comoda. Gli ex dipendenti sentiti da Bloomberg parlano di una battuta interna sul tappeto di una stanza d’albergo, che a qualcuno ricordava i maglioni del comico. Kotaku, che quelle immagini le pubblicò per prima, riportò entrambe le letture: una fonte dava la stessa versione del tappeto, altre dicevano che il punto fosse proprio la reputazione di Cosby, e il giornale annotava che nelle foto la stanza era bianca e spoglia e il tappeto non somigliava per niente a quei maglioni. Nessun tribunale ha mai deciso quale delle due versioni sia quella giusta.

Quello su cui invece non c’è disaccordo è la cronologia e il contenuto della chat. La festa nella suite, quella delle foto, è dell’autunno 2013. Le accuse di violenza sessuale contro Bill Cosby erano pubbliche da anni, ma tornarono al centro del dibattito di massa nell’ottobre 2014, dopo un monologo del comico Hannibal Buress: un anno dopo. Nel gruppo, che si chiamava “BlizzCon Cosby Crew”, il designer Dave Kosak scriveva di stare radunando ragazze “per il Coz” e Afrasiabi rispondeva di portargliele.

Niente di tutto questo ridimensiona le accuse su Afrasiabi, che restano documentate: nelle inchieste giornalistiche successive quasi una dozzina di persone hanno raccontato di aver subito, visto o saputo di molestie da parte sua. È rimasto in azienda fino alla primavera del 2020, e quando Kotaku chiese conto delle foto un portavoce rispose che le vicende del 2013 erano state segnalate all’azienda nel giugno 2020, che era stata aperta un’indagine interna e che a quel punto Afrasiabi era già stato licenziato per la propria condotta verso altri dipendenti. È la versione dell’azienda, non quella dei giornali. Il problema, semmai, è l’opposto: un simbolo costruito male ha finito per coprire il fatto che tutti sapessero e nessuno intervenisse per anni.

Fallout e rivolta dei dipendenti (fine luglio – agosto 2021)

La reazione iniziale di Activision Blizzard fu di negazione. Il 21 luglio la leadership liquidò pubblicamente le accuse definendole distorte e in molti casi false. Un’email interna firmata da Frances Townsend, allora responsabile degli affari societari, parlò di affermazioni fattualmente errate, vecchie e fuori contesto. Fu la scintilla che accese la rabbia accumulata negli anni.

  • Lettera aperta e mobilitazione: la risposta aziendale fu definita “ripugnante e offensiva” in una lettera aperta che raccolse rapidamente migliaia di firme tra dipendenti attuali ed ex, oltre un quarto dell’organico.
  • Walkout #ActiBlizzWalkout: il 28 luglio centinaia di dipendenti scesero in sciopero, a Irvine e da remoto. L’offerta di tempo libero retribuito da parte dell’azienda fu letta come un tentativo di ridurne l’impatto. Le richieste erano quattro:
    • fine dell’arbitrato obbligatorio;
    • politiche di assunzione e promozione realmente inclusive;
    • trasparenza salariale con pubblicazione dei dati;
    • audit indipendente scelto dai dipendenti.
  • L’ABK Workers Alliance: per dare struttura alla protesta nacque l’ABK Workers Alliance.

Il 27 luglio il CEO Bobby Kotick provò a correggere il tiro, definendo la risposta iniziale “stonata” e annunciando l’ingaggio dello studio legale WilmerHale. L’ABK Workers Alliance respinse la scelta, denunciandone la fama anti-sindacale e i legami con Activision, e la mossa peggiorò le cose invece di placarle.

Lo scandalo cominciò a produrre uscite eccellenti: J. Allen Brack (presidente di Blizzard) e Jesse Meschuk (SVP HR) furono i primi ad andarsene ad agosto. Seguirono altri sviluppatori come Luis Barriga, Jesse McCree e Jonathan LeCraft, alcuni dei quali comparivano nelle foto della suite: i loro nomi furono poi rimossi dai giochi. Lo sviluppo di World of Warcraft rallentò quasi fino a fermarsi e il lancio di Diablo Immortal slittò.

Bobby Kotick
Bobby Kotick

Cosa raccontarono le dipendenti a Bloomberg

Il quadro più dettagliato non arrivò dalla causa, ma dal giornalismo. Il 6 agosto 2021 Jason Schreier pubblicò per Bloomberg un’inchiesta costruita su oltre cinquanta interviste a dipendenti ed ex dipendenti: la maggior parte chiese l’anonimato per paura di ritorsioni, ma non tutte. Cher Scarlett raccontò di essere stata palpeggiata a due feste aziendali; la project manager Nicki Broderick, in azienda dal 2012 al 2019, descrisse un collega dell’area esports che faceva massaggi non richiesti e commenti sessuali durante le riunioni senza che nessuno lo toccasse; la community manager Christina Mikkonen parlò di una mentalità da rockstar che rendeva certi sviluppatori intoccabili. Sei donne dissero di aver segnalato episodi all’ufficio del personale senza alcun risultato, e sette di aver scoperto di guadagnare meno di colleghi maschi con la stessa esperienza.

Nel febbraio 2022 arrivò una seconda inchiesta indipendente, quella di Fortune, basata su ventinove interviste. Nessuna delle due è mai stata ritirata o rettificata. Fu in quell’occasione che l’azienda mise agli atti il proprio bilancio interno: dal luglio precedente, disse, trentasette persone avevano lasciato l’azienda e altre quarantaquattro erano state sanzionate.

L’intervento federale e le rivelazioni su Kotick (fine 2021)

Nei mesi successivi entrarono in gioco altre agenzie, e un’inchiesta giornalistica spostò il mirino sul vertice dell’azienda.

  • La causa EEOC e l’accordo contestato: il 27 settembre 2021 l’agenzia federale EEOC intentò una propria causa per violazioni del Titolo VII, depositando contestualmente un accordo preliminare da 18 milioni di dollari.
  • Lo scontro tra agenzie: il DFEH californiano si oppose a quell’accordo, giudicandolo insufficiente e temendo che azzoppasse la propria causa. Il tribunale federale respinse la richiesta di intervenire definendo speculative quelle preoccupazioni, e il dipartimento fece appello. Nel frattempo era stata l’EEOC a sollevare un problema di conflitto di interessi: due legali del DFEH avevano diretto l’indagine federale su Activision prima di passare all’agenzia statale, e si trovavano ora a contestare l’accordo nato da quella stessa indagine. L’EEOC ne chiese l’esclusione dal procedimento e il DFEH affidò l’intervento a legali esterni.
  • L’indagine della SEC: emerse che la SEC stava indagando sulle pratiche di divulgazione dell’azienda, per capire se Kotick avesse omesso di informare gli investitori sui rischi legati alla cultura interna.
  • L’inchiesta del Wall Street Journal (16 novembre 2021): il quotidiano accusò direttamente Bobby Kotick. Secondo il giornale, Kotick era a conoscenza da anni di accuse gravi senza informare il consiglio, sarebbe intervenuto per proteggere dirigenti accusati, avrebbe lui stesso minacciato una sua assistente in una segreteria telefonica del 2006, e sarebbe l’autore dell’email definita “stonata”. Kotick replicò con un videomessaggio in cui definiva quel ritratto inaccurato e fuorviante.
  • Le dimissioni di Jen Oneal: Oneal era arrivata al vertice di Blizzard ad agosto insieme a Mike Ybarra, dopo l’uscita di Brack, ed era la prima donna a guidare lo studio. Ci restò tre mesi. L’inchiesta portò alla luce le ragioni delle dimissioni annunciate il 2 novembre: disparità salariale rispetto al collega e la sensazione di essere stata “simbolica, marginalizzata e discriminata“.
  • La richiesta di dimissioni: il 16 novembre i dipendenti organizzarono un secondo walkout chiedendo le dimissioni di Kotick. Una petizione interna superò le 1.700 firme, e anche un gruppo di azionisti si unì.
  • Le contromosse: l’azienda difese Kotick ma fu costretta a gesti riparatori: un comitato interno, promesse di tolleranza zero, rinuncia all’arbitrato obbligatorio per molestie e discriminazione, taglio allo stipendio del CEO.

Accordi, acquisizione e responsabilità diluita (2022-2023)

Il biennio successivo fu dominato dalla partita legale e finanziaria che portò alla chiusura delle vertenze principali e all’acquisizione da parte di Microsoft.

  • L’annuncio di Microsoft (18 gennaio 2022): l’acquisizione per 68,7 miliardi di dollari, a 95 dollari per azione, fu letta come una conseguenza diretta della vulnerabilità dell’azienda. La dirigenza Microsoft insistette sul cambiamento culturale, anche se l’accordo prevedeva che Kotick restasse temporaneamente al comando.
  • Chiusura del fronte EEOC (marzo 2022): il 29 marzo l’accordo da 18 milioni fu approvato dalla giudice federale Dale Fischer, che lo definì equo, ragionevole e adeguato all’interesse pubblico. È l’unico dei tre accordi dedicato specificamente a molestie sessuali, discriminazione per gravidanza e ritorsioni: istituiva un fondo per risarcire chi le avesse subite tra il settembre 2016 e quella data, dentro un decreto di conciliazione triennale con un consulente esterno concordato con l’agenzia. A salutarlo pubblicamente fu lo stesso Kotick, che lo definì un passo importante perché i dipendenti avessero strumenti di tutela.
  • Il patteggiamento con la SEC (3 febbraio 2023): Activision Blizzard versò 35 milioni di dollari per chiudere le accuse su mancati controlli interni e violazione delle norme whistleblower, stabilendo un precedente sulla responsabilità aziendale ESG.
  • Chiusura dell’acquisizione (13 ottobre 2023): dopo un lungo iter antitrust, Microsoft completò l’operazione agli stessi 68,7 miliardi annunciati.
  • L’accordo con il CRD (dicembre 2023): la causa originaria si chiuse con un accordo da circa 54 milioni di dollari, di cui quasi 46 destinati a risarcire le lavoratrici, concentrato sulla discriminazione salariale e nelle promozioni in California e approvato dal tribunale il 17 gennaio 2024. Il testo conteneva una formula secondo cui nessun tribunale e nessuna indagine indipendente avevano comprovato l’esistenza di molestie sessuali sistemiche o diffuse in azienda.
  • L’uscita di Kotick (fine 2023): con la vendita completata, Bobby Kotick lasciò l’azienda il 29 dicembre.

Su quest’ultimo punto conviene essere precisi, perché è quello che viene travisato più spesso. “Nessun tribunale o indagine indipendente ha comprovato” non significa che i fatti siano stati smentiti: significa che a processo non ci si è mai arrivati, perché le parti hanno patteggiato. Nessun giudice, in nessuna delle cause, ha valutato le prove e stabilito che gli episodi non fossero avvenuti. È una formula standard degli accordi civili, e non equivale a un’assoluzione né per l’azienda né per i suoi vertici.

Il dopo: ricostruzione difficile e l’ombra del Gamergate

L’era post-Kotick, sotto la proprietà Microsoft, è cominciata all’insegna della ricostruzione, ma le sfide restano.

  • Attuazione degli accordi: i processi di compensazione EEOC e CRD sono andati avanti, insieme alle misure correttive imposte. La loro efficacia resta da valutare.
  • La sfida di Microsoft: l’integrazione culturale è complessa, e i licenziamenti del gennaio 2024 hanno sollevato dubbi sulla tenuta delle promesse.
  • L’avanzata sindacale: dopo le vittorie dei tester QA di Raven Software e Blizzard Albany, ottenute nonostante le presunte tattiche antisindacali pre-acquisizione, nel luglio 2024 anche il team di World of Warcraft ha votato per la sindacalizzazione con CWA.
  • L’eredità: il Blizzardgate ha messo in evidenza problemi presenti anche altrove, da Riot a Ubisoft, e si inserisce nel solco di cui il Gamergate del 2014 fu un precursore violento. Quella campagna aveva normalizzato tattiche di abuso online e cementato una cultura reazionaria di cui l’attacco a Sweet Baby Inc. è stata la replica. Lo scandalo ha anche acceso i riflettori sul crunch e rafforzato la spinta sindacale, mentre l’intervento della SEC ha esteso la responsabilità aziendale alla gestione del personale e alle informative ESG.

Cosa resta del Blizzardgate

Il caso resta uno dei capitoli più pesanti dell’industria dei videogiochi. Ha mostrato come una cultura aziendale possa degradarsi al punto che molestie, discriminazione di genere e abusi di potere diventano parte del funzionamento ordinario. Il fallimento ha attraversato tutti i livelli: una leadership accusata di aver saputo e minimizzato, un dipartimento risorse umane trasformato da garanzia in ostacolo, una governance incapace di controlli efficaci.

La reazione dei dipendenti, che hanno denunciato, scioperato, fondato l’ABK Workers Alliance e avviato percorsi di sindacalizzazione, insieme alla pressione degli enti regolatori, ha costretto l’azienda a pagare un prezzo alto e ad avviare, almeno sulla carta, un percorso di riforma.

L’eredità è ancora incerta. Sotto Microsoft la sfida è trasformare le riforme imposte in un cambiamento reale, e per l’industria lo scandalo ha accelerato una resa dei conti necessaria, rafforzando la spinta verso la sindacalizzazione e alzando le aspettative sulla responsabilità d’impresa.

Resta un punto fermo, ed è quello che si tenta più spesso di rimuovere: il Blizzardgate non è stato smentito da nessun tribunale. È stato patteggiato, tre volte, da un’azienda che aveva ottime ragioni per evitare un processo pubblico. La speranza era che segnasse un punto di svolta verso un settore in cui lavorare ai videogiochi non richieda di rinunciare alla propria dignità. Per ora quella speranza sembra ancora lontana.

Aggiornamento dell’11 agosto 2026. Dopo la pubblicazione di questo articolo la vicenda ha avuto due code. Nel marzo 2025 Bobby Kotick ha citato in giudizio G/O Media, editore di Kotaku e Gizmodo, per gli articoli sulle accuse di molestie e discriminazione. Nell’estate 2026, poi, la formula del patteggiamento californiano è tornata a circolare online come se fosse la smentita dell’intero scandalo: ne abbiamo scritto in un pezzo a parte.

offerte in questo articolo

Nessuna offerta correlata trovata. Vedi tutte le offerte

Potrebbero interessarti