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Cronologia del Blizzardgate: uno schifo di cui in Italia si è parlato troppo poco

Tempo di lettura: 7 minuti

La vicenda delle discriminazioni e delle molestie in Activision Blizzard è esplosa nel luglio 2021 con una valanga di aggiornamenti quotidiani. Questa cronologia, costruita su quella pubblicata all’epoca da Game World Observer, rimette in fila le prime due settimane dello scandalo, giorno per giorno.

20 luglio. Causa intentata dal DFEH per discriminazione sessuale

Il 20 luglio l’agenzia californiana per i diritti civili, il Department of Fair Employment and Housing (DFEH), ha depositato alla Corte Superiore di Los Angeles una causa contro Activision Blizzard per discriminazione sistemica nei confronti delle sue dipendenti donne, che rappresentano circa il 20% dell’intero organico dell’azienda, e l’ha annunciata il giorno seguente con un comunicato. Secondo la denuncia, le donne di Activision Blizzard sono soggette a una “cultura pervasiva da confraternita”, fatta di molestie sessuali, disparità di retribuzione e ritorsioni. L’azienda ha immediatamente risposto dicendo che “il quadro dipinto dal DFEH non è l’ambiente di lavoro di Blizzard di oggi”. Maggiori informazioni qui.

23 luglio. I dirigenti rilasciano dichiarazioni. Le testate videoludiche boicottano i titoli di Activision e Blizzard

In seguito alle accuse, diversi dirigenti, attuali e passati, hanno rilasciato dichiarazioni sulla situazione, molto diverse tra loro per tono, tra le scuse e la difesa d’ufficio.

Il 23 luglio il presidente di Blizzard Entertainment J. Allen Brack ha inviato un’e-mail ai dipendenti in cui definisce inaccettabili i comportamenti descritti e annuncia che incontrerà personalmente i membri dello staff per discutere della situazione e dei modi per migliorare. Ecco la lettera integrale.

Lo stesso giorno Fran Townsend, dirigente di Activision Blizzard, ha inviato ai dipendenti un’e-mail di tono opposto: ha negato le accuse mosse nella “causa veramente senza merito e irresponsabile”. Ha inoltre ripetuto la dichiarazione pubblica dell’azienda secondo cui la causa del DFEH “presenta un’immagine distorta e non veritiera della nostra azienda” e contiene “storie di fatto non corrette, vecchie e fuori contesto”.

Lo stesso giorno diverse testate videoludiche si sono schierate dalla parte delle donne colpite, rifiutandosi di coprire i titoli dell’azienda e annunciando che avrebbero continuato a seguire solo le notizie sulle accuse e sulle azioni per risolverle. Tra queste ci sono TheGamer, Switch Player Mag, Cinelinx, Lock-On, Ninty Fresh, GameXplain e Prima Games.

24 luglio. L’ex CEO Morhaime ammette di aver “fallito”

Il 24 luglio il co-fondatore ed ex CEO di Blizzard Entertainment Mike Morhaime ha rilasciato una dichiarazione in cui riconosce di aver, a suo dire, “fallito” con le donne di Blizzard.

25 luglio. Metzen si scusa. Sospensione dei lavori su World of Warcraft

Il 25 luglio Chris Metzen, vicepresidente senior dello sviluppo della storia e del franchise di Blizzard fino alla sua partenza nel 2016, si è scusato con gli sviluppatori danneggiati, ammettendo che “lo scollamento tra la mia percezione dall’alto e la realtà schiacciante che molti di voi hanno vissuto mi riempie di profonda vergogna”. Ulteriori informazioni sulle dichiarazioni di Morhaime e Metzen sono disponibili qui.

Lo stesso giorno il Senior System Designer di World of Warcraft Jeff Hamilton, insieme ad altri sviluppatori, ha espresso la sua frustrazione per la risposta aziendale, che ha definito “del tutto inaccettabile”. “È malvagio usurpare la storia di una vittima per farne un randello retorico ed è ripugnante rispondere a queste accuse con qualcosa di diverso da un piano ben congegnato per correggere questi abusi”, ha aggiunto, dichiarando che lo sviluppo di World of Warcraft si era di fatto fermato “proprio mentre questa oscenità si svolge”.

26 luglio. I dipendenti firmano una lettera contro il management. Altre reazioni della dirigenza

Il 26 luglio circa 1.000 dipendenti attuali ed ex di Activision Blizzard hanno firmato una lettera che definisce la risposta aziendale alle accuse di molestie sessuali “ripugnante e insultante”, arrivata nei giorni successivi a superare le tremila firme. Ecco la lettera integrale.

Lo stesso giorno Activision Blizzard ha tenuto una call su Zoom che avrebbe dovuto coinvolgere tutta l’azienda, ma a cui hanno partecipato solo 500 dipendenti per un errore di programmazione. Durante la chiamata il direttore operativo di Activision Joshua Taub ha dichiarato che né lui né Bobby Kotick hanno mai assistito alla presunta cattiva condotta, pur ammettendo che “non significa che questo comportamento non avvenga” e che “la nota di Fran [Frances Townsend] non era la comunicazione giusta”. Ha però insistito su un’indagine rigorosamente interna sulle affermazioni del DFEH: “Non rendiamo pubbliche tutte queste denunce, lavoriamo con il dipendente e la persona accusata e cerchiamo di trovare una soluzione”, avrebbe detto. Quando un dipendente ha parlato di sindacalizzazione come di un modo per affrontare la cultura dell’azienda, Taub ha ribadito che questi problemi andrebbero gestiti internamente: “Il modo migliore per tutelarsi è rivolgersi ai propri supervisori, alla hotline e alle vie di comunicazione”. Per saperne di più qui.

27 luglio. Annunciato lo sciopero. Kotick si scusa. Blizzard annuncia la rimozione dei contenuti “inappropriati”. Le azioni calano

Il 27 luglio i dipendenti di Activision Blizzard hanno annunciato una protesta contro il modo in cui l’azienda stava gestendo le accuse di discriminazione sessuale, in programma per il giorno seguente. L’obiettivo dichiarato: “migliorare le condizioni dei dipendenti dell’azienda, soprattutto delle donne e in particolare delle donne di colore, delle donne transgender, delle persone non binarie e di altri gruppi emarginati”. Secondo Jason Schreier di Bloomberg, Blizzard ha fatto sapere che avrebbe offerto permessi retribuiti ai partecipanti. L’elenco completo delle richieste dei manifestanti è qui.

Lo stesso giorno l’amministratore delegato di Activision Blizzard Bobby Kotick si è scusato per la risposta aziendale “stonata”: “Mi dispiace che non abbiamo fornito la giusta empatia e comprensione”. Kotick ha promesso il suo “incrollabile impegno a migliorare la nostra azienda insieme e a diventare la società di intrattenimento più stimolante e inclusiva del mondo”, annunciando l’intervento dello studio legale WilmerHale per una revisione delle politiche aziendali e un’indagine, sempre interna a quanto pare, su “ogni singolo reclamo”. Le richieste di rimozione delle clausole arbitrali obbligatorie e di pubblicazione dei dati sui compensi, invece, nella sua dichiarazione non compaiono.

Va ricordato che WilmerHale pubblicizza tra i propri servizi la consulenza alle aziende per evitare la sindacalizzazione, e che una sua partner, Jamie Gorelick, siede dal 2012 nel consiglio di amministrazione di Amazon: sono questi due elementi, come ricostruito da Kotaku, a valerle la reputazione di studio anti sindacale. Pochi mesi prima i lavoratori di Amazon in Alabama avevano votato contro la creazione di un sindacato, al termine di una campagna condotta dall’azienda. La scelta di affidare proprio a WilmerHale la revisione ha quindi sollevato più di una preoccupazione tra i dipendenti.

Sempre il 27 luglio gli sviluppatori di World of Warcraft hanno annunciato su Twitter di essere al lavoro per “rimuovere i riferimenti non appropriati al nostro mondo”: “Questo lavoro è in corso e nei prossimi giorni vedrai diverse modifiche sia a Shadowlands che a WoW Classic“. Il team non ha citato nulla di specifico, ma l’intenzione sembra quella di eliminare i riferimenti ai dipendenti citati nella causa del DFEH: il PNG “Feldmaresciallo Afrasiabi”, intitolato all’ex direttore creativo di World of Warcraft Alex Afrasiabi, spesso citato nella denuncia, è il primo candidato alla rimozione.

Il prezzo delle azioni della società è sceso del 6,76%, come riportato dall’analista Daniel Ahmad.

Lo studio legale per i diritti degli azionisti Robbins LLP ha annunciato di stare “indagando su Activision Blizzard per determinare se alcuni funzionari e direttori di Activision hanno violato il Securities Exchange Act del 1934 e i loro doveri fiduciari nei confronti della società”, invitando gli azionisti a farsi avanti per esplorare “le opzioni legali contro i dirigenti e gli amministratori della società”.

28 luglio. Lo sciopero dei lavoratori. I dipendenti di Ubisoft si esprimono. La risposta di Guillemot. Confermato il licenziamento di Afrasiabi

Il 28 luglio circa 500 dipendenti di Ubisoft (il numero è poi salito a circa 1.000), attuali ed ex, hanno firmato una lettera aperta prima della protesta di Activision Blizzard, esprimendo sostegno ai colleghi e criticando il modo in cui Ubisoft aveva gestito le proprie violazioni della cultura del lavoro. I firmatari riconoscono che il team esecutivo ha licenziato gli autori dei reati più pubblici dopo “le prime rivelazioni di discriminazione sistemica, molestie e bullismo”, ma sostengono che la dirigenza “ha lasciato che gli altri si dimettessero o peggio, li ha promossi, li ha spostati da uno studio all’altro, da un team all’altro, dando loro una seconda possibilità dopo l’altra senza alcuna ripercussione”. Chiedono l’allontanamento di tutti i colpevoli noti “insieme a coloro che sono stati complici o hanno deliberatamente ignorato le azioni degli altri” e “cambiamenti reali e fondamentali all’interno di Ubisoft, di Activision-Blizzard e di tutto il settore”. Per saperne di più qui.

Più tardi centinaia di dipendenti di Blizzard si sono riuniti fuori dal campus principale di Irvine, in California, per protestare contro la risposta dell’azienda. Prima della protesta i manifestanti hanno diffuso una dichiarazione in risposta al messaggio di Bobby Kotick, criticato perché non ha “affrontato gli elementi critici al centro delle preoccupazioni dei dipendenti”. In particolare, la direzione ha ignorato le seguenti richieste:

  • la fine dell’arbitrato forzato per tutti i dipendenti;
  • la partecipazione dei lavoratori alla supervisione delle politiche di assunzione e promozione;
  • una maggiore trasparenza delle retribuzioni per garantire l’uguaglianza;
  • la selezione da parte dei dipendenti di una terza parte per la verifica delle risorse umane e degli altri processi aziendali.

Finché queste richieste non saranno soddisfatte, dicono i manifestanti, “non torneremo al silenzio”. “Saremo il cambiamento”, conclude la dichiarazione. Maggiori informazioni qui.

Più tardi il CEO di Ubisoft Yves Guillemot ha risposto alla lettera aperta dei suoi dipendenti ribadendo l’impegno a “costruire una Ubisoft migliore”, senza però affrontare le richieste specifiche: nessuna partenza annunciata, ma 300 sessioni di ascolto, un sondaggio aziendale e un audit globale. La lettera integrale è qui.

Lo stesso giorno Activision Blizzard ha confermato di aver licenziato Alex Afrasiabi, citato direttamente nella causa, a seguito di un’indagine interna del 2020: l’azienda lo ha “licenziato per la sua cattiva condotta nel trattare gli altri dipendenti”. Maggiori informazioni qui.

30 luglio. I dipendenti di Ubisoft replicano all’azienda

Gli autori della lettera ai vertici di Ubisoft hanno risposto ai commenti ufficiali di Yves Guillemot: “la maggior parte delle nostre richieste sono state messe da parte e pochi dei nostri punti sembrano essere stati affrontati”. Ritengono che Ubisoft continui a proteggere e promuovere i trasgressori, evitando di affrontare i temi delle molestie e della cattiva condotta sul posto di lavoro.

3 agosto. Brack lascia la presidenza di Blizzard. Via anche il capo delle risorse umane. L’ABK Workers Alliance contro WilmerHale. Class action degli investitori

Il 3 agosto Blizzard Entertainment ha annunciato che J. Allen Brack ha lasciato la guida dello studio. Al suo posto arrivano Jen Oneal e Mike Ybarra come co-direttori, a condividere le responsabilità dello sviluppo dei giochi e delle operazioni aziendali.

Ha lasciato l’azienda anche Jesse Meschuk, vicepresidente senior delle risorse umane di Blizzard, cancellando il proprio account Twitter. Secondo le accuse della causa e le testimonianze raccolte dalla stampa, sotto la sua gestione il dipartimento avrebbe minimizzato le esperienze delle vittime, violato la loro riservatezza e messo i responsabili al riparo dalle conseguenze.

Un gruppo di oltre 500 dipendenti di Activision, Blizzard e King, riuniti sotto il nome di ABK Workers Alliance, ha scritto una lettera contro la scelta di affidare a WilmerHale la revisione interna: secondo il gruppo, “WilmerHale ha una storia di scoraggiamento dei diritti dei lavoratori e delle azioni collettive”.

Lo stesso giorno, prima della trimestrale, lo studio legale Rosen Law ha intentato una causa collettiva per conto degli investitori che hanno scambiato titoli di Activision Blizzard tra il 4 agosto 2016 e il 27 luglio 2021.

Durante la chiamata sugli utili, Kotick ha ribadito il suo “impegno per un ambiente di lavoro sicuro” e promesso “azioni rapide per garantire un ambiente di lavoro sicuro e accogliente per tutti i dipendenti”. All’epoca restava da vedere come sarebbe andata a finire, ma l’insediamento della nuova co-direzione di Blizzard faceva pensare soprattutto a un’estensione del controllo di Kotick sullo studio.

Aggiornamento del 13 agosto 2026. Questa cronologia si ferma ai primi di agosto 2021. La vicenda è andata avanti per anni, tra l’inchiesta del Wall Street Journal su Kotick, tre patteggiamenti e l’acquisizione da parte di Microsoft: l’abbiamo ricostruita per intero nella nostra anatomia dello scandalo. E quando, nell’estate 2026, la formula di uno di quei patteggiamenti è stata spacciata online per una smentita dell’intero caso, abbiamo spiegato cosa dicono davvero le carte nel pezzo dedicato.

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