Offerte in questo articolo

Nessuna offerta correlata trovata. Vedi tutte le offerte

Nova Games Foundation dà 100.000 dollari l’anno a venti giovani autori, senza prendersi niente in cambio

Tempo di lettura: 3 minuti

La Nova Games Foundation darà 100.000 dollari a venti giovani autori di videogiochi ogni anno, e non chiederà indietro niente: né una quota dello studio, né una percentuale sulle vendite, né la proprietà del gioco. A metterci i soldi sono Mark Cerny, l’architetto delle PlayStation 4 e 5, e Geoff Keighley, il conduttore dei Game Awards e del Summer Game Fest. L’hanno annunciata l’8 settembre 2026 con un’intervista esclusiva a Game File, la testata di Stephen Totilo.

Il conto base è di due milioni di dollari l’anno. Sopra ci può andare altro: circa un quarto dei borsisti potrà accedere a un massimo di 500.000 dollari aggiuntivi se il progetto sta andando bene. I pagamenti arrivano per stati di avanzamento, cioè a pezzi, man mano che il gioco procede, e chi li riceve resta proprietario di quello che fa. La fondazione può presentare gli autori agli editori, ma non trattiene nulla dagli accordi che ne nascono.

Chi può candidarsi, e da quando

Nova è una borsa di studio legata alle università, non un bando aperto. Le candidature si aprono a dicembre e sono riservate agli studenti e ai laureati delle classi 2026 e 2027 di tredici corsi di game design in otto paesi. Fra quelli resi noti ci sono la New York University e la University of Southern California negli Stati Uniti, la Abertay University in Scozia, il Cnam-Enjmin in Francia, la TH Köln, il politecnico di Colonia, in Germania e il Royal Melbourne Institute of Technology in Australia. L’elenco completo arriverà più avanti. In quello parziale non compare nessun ateneo italiano.

I primi borsisti verranno annunciati a marzo 2027. La struttura esiste già: direttore esecutivo è John Maconga, mentre le borse le gestisce Ashley Corrigan, fino a poco fa direttrice della Game Developers Conference, la conferenza annuale degli sviluppatori a San Francisco. Josef Fares, il capo di Hazelight e autore di It Takes Two e Split Fiction, è entrato come donatore e mentore.

Perché lo fanno, secondo loro

Cerny lavora nei videogiochi dal 1982, ha cominciato con Marble Madness ed è passato per Sonic the Hedgehog 2 prima di diventare l’uomo che presenta l’hardware PlayStation sul palco. A Game File ha detto di essere vicino alla fine della carriera e di pensare parecchio a restituire qualcosa. Il tipo di giochi che vorrebbe far nascere lo indica citando i suoi: Neva, Abzû, Gorogoa, Stray, Outer Wilds. L’obiettivo dichiarato delle borse è il gioco come mezzo artistico, con valore letterario e sociale.

Keighley racconta di aver preso l’idea dalle borse Rhodes, per cui aveva fatto domanda da ragazzo senza ottenerla. L’altro modello sono i finanziamenti della MacArthur Foundation, quelli che negli Stati Uniti chiamano genius grants: soldi a chi mostra talento, senza un progetto commerciale in cambio. Dice di non aver mai posseduto azioni di un’azienda di videogiochi né quote di un gioco, e che questo è il motivo per cui non aveva mai investito prima. Aggiunge una ragione personale: non ha figli, e ha passato tempo a pensare a cosa lasciare a chi viene dopo.

L’annuncio è stato ripreso nel giro di poche ore da Kotaku, da Insider Gaming e da GamesRadar, tutte partendo dal pezzo di Game File.

Due milioni sono tanti o pochi

Dipende da cosa ci si aspetta che risolvano. Contro il numero grosso non sono niente: la previsione sui licenziamenti del 2026 è arrivata a 14.666 posti, e venti borse l’anno non intaccano una cifra del genere nemmeno di striscio. Ma Nova non dice di volerlo fare. Dice di voler finanziare il passaggio dall’università al primo gioco, che è esattamente il punto in cui la scala oggi si è alzata: entrare in uno studio già avviato, come nota Keighley, non è sempre possibile.

Il metro per giudicarla, fra un anno, sono le condizioni. Su quel fronte Nova si presenta bene: niente equity, niente recupero delle somme, proprietà del gioco a chi lo fa, libertà di scegliersi editore e piattaforma. Sono le stesse voci che rendono notevole l’etichetta aperta da quelli di PEAK, e sono notevoli perché nel publishing normale succede il contrario.

Resta una cosa che non si può ancora verificare, e va detta invece di aspettare: non è pubblico chi sceglierà i venti nomi ogni anno, con quali criteri e con quale meccanismo per gestire i conflitti di interesse di due fondatori che stanno in mezzo agli eventi più commerciali del settore. Keighley dice di sperare che Nova diventi qualcosa di cui l’industria intera si senta proprietaria. È un obiettivo che, se raggiunto, rende quella domanda più urgente e non meno.

offerte in questo articolo

Nessuna offerta correlata trovata. Vedi tutte le offerte

Potrebbero interessarti