Super Mario sovrapposto a un'ambientazione di Elden Ring, uno dei mashup montati con l'intelligenza artificiale

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I mashup con l’IA dei giochi durano quindici secondi e non si possono davvero giocare

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I mashup dei videogiochi fatti con l’IA sono il video che questa settimana non sei riuscito a evitare: Minecraft dentro Elden Ring, Skate 3 dentro Call of Duty: Modern Warfare 2, Escape from Tarkov dentro Skyrim. Negli stessi giorni un progetto chiamato ArtCraft ha messo su GitHub copie gratuite di sette programmi Adobe e tre di Microsoft Office. Le due cose circolano insieme, con lo stesso commento sotto: finalmente qualcuno ha rubato il software a chi lo vende. In nessuno dei due casi è stato rubato qualcosa, e la parte che conta comincia dove finisce il titolo da rapina.

Avevo scritto, la settimana scorsa, che l’intelligenza artificiale ha abbassato il costo di smontare i prodotti invece di quello di farli. Da allora è arrivata la conferma, e con la conferma il pezzo che mancava, cioè chi incassa quell’abbassamento e chi lo paga.

Un gioco gira sopra l’altro, come un fondale verde

Partiamo dai video, perché sono quelli che hanno visto tutti. Minecraft in Elden Ring, Spider-Man dentro Batman: Arkham Knight, Super Mario 64 in Dark Souls, Portal dentro la modalità zombi di Call of Duty. Sembrano fusioni, e Video Games Chronicle ha spiegato come sono fatti davvero. I due giochi vengono decompilati, cioè riportati dal file eseguibile a qualcosa che una persona può leggere, e poi fatti girare nello stesso momento. A schermo è un sovrapposto: gli elementi del primo gioco sono disegnati sopra l’immagine del secondo, con le azioni agganciate fra loro, così quando scocchi una freccia in Minecraft la scocca anche il personaggio che vedi nell’altro gioco.

Steve resta in una finestra sua, ritagliato e incollato sopra Elden Ring, esattamente come un attore davanti a un telo verde. La clip dura il tempo di uno scroll e dietro non c’è niente da scaricare. Quello che è cambiato è il prezzo: decompilare due giochi diversi adesso costa una serata invece di un semestre.

Chi le mod le fa davvero l’ha presa male, e vale la pena ascoltarli, perché contrari alla tecnologia non sono. Kran modifica giochi e dichiara apertamente di usare i modelli per farlo. Ha scritto il 2 ottobre che in questa moda di creativo non c’è niente, e la parola che usa è slop, quella con cui in rete si indica la roba prodotta in serie e senza qualità. Discount Mods, che fa mod per Kingdom Hearts, ha detto che se il modding diventa una fabbrica di slop quello potrebbe essere il suo ultimo progetto. Le mod che useremo nei prossimi dieci anni le fa gente che oggi guarda la propria scena riempirsi di roba che prende più visualizzazioni del lavoro vero. È la stessa frattura delle ricompilazioni, e passa fra chi usa i modelli come strumento e chi li usa al posto del mestiere.

Vale anche per i giochi interi che partono dentro una scheda del browser, che abbiamo raccontato lunedì. Anche lì la novità sta nel tempo che costa ottenerli.

Photoshop non è stato piratato, è stato riscritto

Sugli strumenti con cui i giochi vengono fatti il racconto è anche peggio. In giro si legge che la suite Adobe sarebbe stata sottoposta a reverse engineering e rimessa in circolazione gratis, identica all’originale. Nessuna delle tre cose sta in piedi.

Brandon Thomas è uno sviluppatore di Atlanta. Ha riscritto da zero, in Rust e con Claude Opus 5.5, programmi che fanno le stesse cose di Photoshop, Illustrator, Premiere, Lightroom, Acrobat, After Effects e InDesign. La parola che usa lui, nella scheda del progetto, è clean-room, e indica codice nuovo scritto partendo dalle specifiche pubbliche e da quello che il programma fa a schermo. Il codice originale non lo si guarda mai. È il metodo nato apposta per costruire qualcosa di compatibile restando fuori dal copyright di qualcun altro, cioè l’opposto del reverse engineering.

Il prodotto, poi, è un altro. Gli autori scrivono che è un alpha iniziale e che non sostituisce Photoshop per il lavoro di ogni giorno. Sono anche onesti su un punto che quasi nessuno ha riportato, e cioè che ogni voce di menu è collegata a un comando, il che misura i collegamenti e non il comportamento. Gizmodo l’ha provato e racconta di comandi che si inceppano a metà. Dall’8 ottobre lo stesso gruppo ha aperto il fronte Office, con le copie di Word, Excel e PowerPoint, e secondo Thurrott quella di Excel dichiara di coprire l’89% dei comandi, quella di Word il 62% delle funzioni. Dal sito del progetto i collegamenti per scaricarli non ci sono più, e restano solo sulle pagine GitHub.

Il clone gratuito di Photoshop esiste dal 1996

Nel gennaio 1996 due studenti di Berkeley, Spencer Kimball e Peter Mattis, rilasciarono la prima versione pubblica di un programma di manipolazione delle immagini gratuito e con i sorgenti aperti. Si chiamava GIMP, la versione 1.0 arrivò il 5 giugno 1998, ed esiste ancora oggi. La storia del progetto registra anche il contorno, e il contorno suona familiare: intorno a quella prima release c’era già chi sosteneva che fosse più stabile di Photoshop.

Nei trent’anni seguenti Adobe ha alzato i prezzi, è passata all’abbonamento e ha fatto quello che voleva. Serve a capire cosa tiene fermi i clienti di Adobe, e il codice non c’entra niente. Il codice si riscrive, e si riscriveva anche prima dei modelli, solo che ci volevano due studenti e otto anni. A tenere ferma la gente sono i formati di file che il cliente ti manda, le scuole che insegnano su quei menu, il collega che deve aprire il tuo progetto, la riga di budget approvata da qualcuno che Photoshop non lo apre mai. Niente di tutto questo lo sposta un alpha su GitHub, e niente di tutto questo lo sposta un modello che scrive codice in fretta.

Cambia il numero dei tentativi, e cambia parecchio. Se riscrivere da zero costa una settimana invece di otto anni, i tentativi passano da due a duemila, e la probabilità che qualcuno imbrocchi il programma giusto per il mestiere giusto smette di essere trascurabile. Chiamarlo furto, intanto, fa comodo a tutti, compreso chi tifa perché lo sia. Contro un furto esisterebbe un avvocato capace di fermarlo, e la storia finirebbe in tribunale invece che in un ramo di GitHub.

Ai modelli di punta la decompilazione non la fai fare

In redazione abbiamo provato a chiederlo. Ai modelli più grossi in circolazione, Claude Opus e Claude Fable, abbiamo chiesto di decompilare un eseguibile, e si rifiutano. La richiesta la fermano i guardrail, cioè i filtri che le aziende che vendono i modelli montano sopra il modello per impedirgli di eseguire certe richieste. Succede anche con qualche modello cinese. Il GLM di Zhipu, che su altri terreni è molto meno timido, su questo si ferma allo stesso modo.

Video Games Chronicle scrive che i mashup si fanno decompilando i due giochi proprio con Claude Opus 5.5, e lo scrive come ricostruzione e non come fatto accertato. Le due cose insieme non stanno. Se quella richiesta il modello la rifiuta, o la ricostruzione è imprecisa, o il modello sta facendo altro. La seconda è la spiegazione più banale, quindi quella che in genere è vera: i disassemblatori esistono da venti anni e non chiedono permessi a nessuno, e il modello può aver scritto tutta la colla intorno senza mai toccare il binario. Chi monta quei video non lo ha spiegato, e finché non lo spiega la domanda resta aperta.

A costare poco, allora, è la riscrittura. Riscrivere da zero partendo da quello che un programma fa a schermo, il lavoro di ArtCraft, i modelli lo fanno volentieri. Smontare l’eseguibile di qualcun altro no. E la distinzione fra riscrivere e smontare, quella che i filtri tracciano a modo loro, assomiglia parecchio a quella che traccia la legge.

Quello che al giocatore serve davvero, e cosa dice la legge

Ai giocatori, di questa storia, serve sul serio la parte meno spettacolare. Sono i port su PC di giochi che su PC non sono mai arrivati, gli emulatori che accettano correzioni, le decompilazioni che tengono in vita un gioco quando l’editore spegne i server, come è successo a The Crew. Se smontare un gioco costa una settimana invece di due anni, la preservazione smette di dipendere da venti persone in tutto il mondo.

Su questo la legge dice molto di più di quanto si immagini, e quasi niente di quello che si legge nei commenti. In Europa la norma di riferimento è la direttiva sul software del 2009. Il suo articolo 1 stabilisce che le idee e i principi dietro un programma, interfacce comprese, restano fuori dal diritto d’autore, ed è il permesso su cui si regge qualunque riscrittura pulita, quella di Photoshop inclusa. L’articolo 6 consente la decompilazione senza chiedere niente al titolare, ma a quattro condizioni strette. La deve fare chi ha il diritto di usare una copia. Deve essere indispensabile per far funzionare insieme quel programma e un altro scritto in autonomia. Deve limitarsi alle parti necessarie. E quello che si scopre non si può usare per costruire un programma simile nell’espressione. I mashup non rientrano in nessuna di queste caselle, perché manca proprio il programma creato in autonomia da far funzionare con gli altri due.

L’articolo 8 della stessa direttiva aggiunge una cosa che in Italia non viene quasi mai raccontata, e cioè che qualsiasi clausola contrattuale contraria all’articolo 6 è nulla. Il divieto di reverse engineering scritto nella licenza d’uso di mezzo settore, in Europa, non vale niente. Negli Stati Uniti funziona al contrario, e si è visto nel 2005 con BnetD, il programma che ricostruiva i server di Battle.net per far girare i titoli Blizzard altrove. I suoi autori hanno perso perché accettando la licenza avevano rinunciato al fair use, come ricostruisce EFF, e perché imitare la stretta di mano di autenticazione del server valeva come aggiramento di una protezione.

Sulla preservazione la Corte di giustizia europea è andata oltre nel 2021, con la sentenza Top System. Chi ha comprato legittimamente un programma può decompilarlo per correggere gli errori che ne compromettono il funzionamento, anche disattivando una funzione che rompe tutto il resto, e non deve rispettare le condizioni dell’articolo 6. Tradotta nel nostro mondo, vuol dire che il gioco che hai pagato e che non parte più perché cerca un server spento hai il diritto di smontarlo per farlo ripartire. La sentenza mette anche il limite, nero su bianco al punto 69: il risultato della decompilazione non si può usare per altro. Aggiusti la tua copia, la versione resuscitata non la pubblichi.

Negli Stati Uniti la strada è diversa e arriva poco lontano dallo stesso punto. Nel 1992, in Sega contro Accolade, una corte d’appello federale ha stabilito che smontare una console per scriverci giochi compatibili è fair use, perché era l’unico modo di arrivare alle informazioni funzionali e il codice finale di Accolade era tutto suo. Nel 2000, in Sony contro Connectix, la stessa corte ha salvato un emulatore di PlayStation costruito sezionando il programma di avvio della console, quello che si accende prima del gioco. Gli emulatori e le decompilazioni di oggi stanno in piedi su quelle due sentenze, e il quadro giuridico esiste da più di trent’anni.

Gli americani si fermano sull’aggiramento delle protezioni, vietato da una legge del 1998 a prescindere dallo scopo, che si riapre solo con le eccezioni concesse ogni tre anni dall’ufficio del copyright. Per i videogiochi l’eccezione copre proprio la preservazione. Si può aggirare la protezione dei giochi il cui supporto server è stato spento, per giocarci da soli, e biblioteche, archivi e musei possono conservarli. Nell’ultimo giro, chiuso a ottobre 2024, chi la chiedeva ha provato a togliere il vincolo che obbliga a far consultare i giochi conservati solo dentro l’edificio dell’istituzione. L’associazione degli editori di videogiochi si è opposta scrivendo che togliere quel vincolo avrebbe danneggiato il mercato dei giochi vecchi, e l’ufficio le ha dato ragione. La preservazione che a chi gioca servirebbe davvero, quella che si consulta da casa, è l’unica cosa che è stata negata.

Chi vende i modelli li ha piazzati dicendo che il tuo mestiere valeva meno

Adobe è l’azienda che ha spostato i suoi programmi dall’acquisto all’abbonamento, e che nel giugno 2024 la Federal Trade Commission ha portato in tribunale insieme a due suoi dirigenti per commissioni nascoste e disdette rese difficili. Le stesse aziende che oggi vendono i modelli li hanno piazzati spiegando a chi disegna, scrive e programma che il suo mestiere valeva meno di prima. Che adesso quello strumento venga puntato contro il loro catalogo è una simmetria che si commenta da sola, e conviene guardarla da vicino prima di festeggiarla.

Il conto arriva a qualcun altro. In Adobe nessuno perde il posto perché su GitHub esiste un alpha, lo perde per le riorganizzazioni, decise con criteri loro e annunciate quando conviene a loro. Un illustratore, un copywriter, un montatore pagano due volte: il loro lavoro è finito nei modelli senza un centesimo, e quei modelli adesso producono imitazioni mediocri dello stesso mestiere. Nel nostro settore il meccanismo è identico. Ai conti di Microsoft i mashup non fanno niente, e intanto tolgono attenzione ai modder che tengono in vita i giochi che l’editore ha abbandonato.

La riga di confine, e perché l’industria proverà a spostarla

Messe in fila, quelle regole disegnano un confine piuttosto netto. Copiare il file di qualcun altro resta illegale e perseguibile come dieci anni fa. Rifare da zero quello che quel file fa è legale su entrambe le sponde dell’Atlantico, ed è appena diventato alla portata di una persona sola. Smontare il programma che hai pagato per rimetterlo in funzione sta nel mezzo, è permesso più di quanto si creda, e finisce quasi sempre dove comincia la distribuzione.

L’industria risponde, e sappiamo come, perché lo sta già facendo. Più controlli online obbligatori anche sui giochi per giocatore singolo, più abbonamento e meno file sul disco, più diffide. ZeniMax ha chiuso in tre giorni un gioco per browser generato con l’IA che usava il marchio Fallout. Denuvo il 14 settembre ha portato per la prima volta un cracker davanti a un tribunale federale americano. E sulla PlayStation 5 il jailbreak di fine settembre è arrivato dove queste cose arrivano sempre. Oggi si possono leggere i dischi della vecchia PlayStation 2 nel lettore, e si può anche installare un negozio parallelo da cui i giochi si scaricano senza pagarli. La seconda cosa è pirateria, e sarà quella che Sony userà per giustificare la stretta sulla prima.

Sulla riscrittura pulita nessun ufficio legale ha una leva, quindi la leva andranno a cercarla sul resto: licenze d’uso, protezioni tecniche, negozi dove i file passano di mano. E regole nuove, che queste aziende avevano già chiesto quando servivano ad alzare la barriera per i concorrenti piccoli.

In mano a chi gioca, per ora, sono arrivate quattro cose: qualche clip da quindici secondi, due emulatori su una console sbloccata, un editor di immagini che si inceppa sulla trasformazione libera, e una sentenza europea del 2021 che vale più delle altre tre messe insieme. Brandon Thomas chiede a chi programma di contribuire al progetto e paga chi gli segnala gli errori. Adobe, a oggi, non ha detto niente.

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