Ho un NAS, il piccolo server di rete che tengo in cantina da anni: gli ho cancellato il firmware originale e ci ho installato sopra OpenWrt, un sistema operativo alternativo per router. Stesso case ingiallito, stessa scheda madre, ma il compito per cui era nato, fare da archivio file, non c’entra più niente: adesso gestisce il timer degli irrigatori dell’orto sul balcone. GameStop ha appena fatto lo stesso identico downgrade su scala industriale: stessa insegna gialla e nera, stessi scaffali, ma il firmware dentro è cambiato del tutto, e il vecchio compito, vendere e ricomprare videogiochi, non sembra più interessare a nessuno lì dentro, a partire dal capo.
Parlando con Bloomberg in un’intervista video, alla domanda su cosa significhi per l’azienda il passaggio dei giochi console al solo digitale, il chairman e amministratore delegato Ryan Cohen, il canadese diventato noto nel 2021 come volto della rivolta dei trader di Reddit su GameStop, ha risposto seccamente che la cosa non lo tocca minimamente: il software, riporta Insider Gaming, vale ormai meno del 12% del giro d’affari, mentre i prodotti da collezione superano da soli metà del fatturato. “Totalmente, totalmente irrilevante”, ha chiuso lui.
Il conto ufficiale non torna (ancora)
Il numero va preso con la cautela tipica delle dichiarazioni a braccio in un’intervista tv. L’ultima trimestrale resa pubblica, quella chiusa il 2 maggio, racconta una cosa leggermente diversa: software fermo al 18,3% del fatturato, in calo dal 24% dell’anno prima, e collezionabili al 41,8%, sopra i due quinti ma ancora lontani dalla metà rivendicata da Cohen. Il trend, però, è esattamente quello che descrive: nello stesso trimestre i prodotti da collezione hanno superato per la prima volta l’elettronica come voce di ricavo più pesante, 348,9 milioni di dollari contro i 333,7 dell’hardware. Anche il bilancio depositato alla SEC, l’ente di vigilanza sui mercati statunitense, il modulo 10-K, mostra la stessa curva su base annua: dal 19% del 2024 al 29% del 2025.
Perché conviene disinstallare il retail dei dischi
Il downgrade, in effetti, ha una sua logica. GameStop nasce e cresce come il negozio dove si compra e rivende il disco fisico, e il disco fisico sta sparendo dal proprio ecosistema di riferimento più in fretta di quanto chiunque avesse preventivato. Sony ha annunciato lo stop alla stampa di dischi per i nuovi giochi PlayStation dal 2028, una mossa che qui teniamo sott’occhio da settimane, tra petizioni, la raccolta firme è oltre 110.000 nomi, e boicottaggi social. In Olanda, l’associazione di consumatori Stichting Massaschade & Consument ha aperto contro Sony una maxi causa olandese da 457 milioni di dollari per conto di 1,7 milioni di utenti PlayStation, sostenendo che l’addio al disco spingerà i prezzi dello store digitale ancora più in alto. Se l’intero settore di riferimento sta smontando così il proprio modello di vendita, disinstallare il vecchio firmware e installarne uno che vende carte Pokémon graduate e Funko Pop ha una sua fredda coerenza.
Nel frattempo la testa di Cohen sembra altrove: la sua vera priorità dichiarata è un’ offerta per eBay non richiesta, respinta una volta e mai ritirata, che vale circa 56 miliardi di dollari e con Metal Gear Solid c’entra quanto io con il Nasdaq. Ai cronisti che gli chiedono della crisi del fisico, Cohen risponde più o meno che il problema non è suo: peccato che quello stesso negozio, per una generazione intera, sia stato il posto dove i videogiochi si compravano davvero, prima che qualcuno decidesse di riflasharlo con tutt’altro.
Il case resta uguale: l’insegna, gli scaffali, l’odore di plastica nuova. Dentro, però, gira un sistema operativo completamente diverso, e chi ci entra ancora per comprare un gioco fisico si sta comportando come chi prova a far girare Windows XP su un router del 2026: tecnicamente possibile, sempre più inutile.


