Il tweet di Elon Musk su GTA 6, in cui dice che non giocherà al nuovo capitolo

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Elon Musk non gioca a GTA perché non gli piace il crimine. Violenza di stato e autoritarismo però sembrano non creargli problemi

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Elon Musk non giocherà a GTA 6, il nuovo capitolo di Grand Theft Auto, e la ragione che ha dato è che nel capitolo precedente bisognava sparare ai poliziotti. Lo aveva scritto su X nel dicembre 2023, poche ore dopo il primo trailer: ha provato, ma non gli piaceva fare il criminale, e la scena iniziale di GTA 5 gli chiedeva di aprire il fuoco sulla polizia. Non ce l’ha fatta. La frase è finita su Fox Business e su mezzo mondo.

La cosa nuova non è la dichiarazione, che ha quasi tre anni. È che è tornata a girare a fine agosto 2026, subito dopo l’Extended Look su Netflix, insieme a una quantità industriale di sfottò. Ed è che nel frattempo l’uomo l’ha ripetuta a voce, con più calma. In un podcast del novembre 2025 ha spiegato che in GTA 5 non si può proseguire senza uccidere la polizia, che a lui la cosa non andava bene, e che in generale non gli piace ammazzare i personaggi non giocanti. Ha smesso lì. La ricostruzione delle due occasioni è di Comic Sands.

Una frase buttata lì una volta è un tweet. Ripetuta due anni dopo in forma discorsiva diventa una posizione, e a quel punto vale la pena chiedersi di che posizione si tratta.

Il merito, che è la parte più breve

Sul fatto tecnico Musk ha ragione: il prologo di GTA 5 è la rapina di North Yankton, e sì, ci si spara con la polizia. Su tutto il resto la questione è chiusa da trent’anni. Come scriveva Erik Kain su Forbes ai tempi, in GTA non si commettono crimini più di quanto si uccidano draghi veri in Elden Ring: sono pixel, ed è finzione esattamente come lo era L.A. Confidential. I 190 milioni di copie vendute da GTA 5 dal 2013 non hanno prodotto nessuna ondata di violenza reale.

Se il pezzo finisse qui sarebbe l’ennesima nota sull’argomento anni Novanta dei videogiochi che rendono violenti, riproposto nel 2023 dall’uomo più ricco del mondo. Ma il punto interessante non è che Musk sia incoerente sulla violenza. È che è perfettamente coerente, e che la coerenza sta in un posto preciso.

Il 20 gennaio 2025

Alla Capital One Arena di Washington, dopo l’insediamento di Trump, Musk si è battuto la mano sul petto e ha teso il braccio destro in avanti, palmo verso il basso. Poi si è girato e lo ha rifatto.

Quel gesto lo hanno chiamato saluto nazista la storica del fascismo Ruth Ben-Ghiat, che insegna alla New York University, il Times of Israel, e il Jewish Council for Public Affairs, che nella sua comunicazione lo ha definito inequivocabile. Lo hanno festeggiato, immediatamente e apertamente, i gruppi suprematisti e neonazisti americani, come ha ricostruito Euronews. Sull’intenzione di Musk non si può entrare. Su come il gesto è stato letto da chi quel saluto lo pratica, i documenti ci sono e sono pubblici.

La difesa che è circolata più di tutte, e che ancora oggi viene tirata fuori nei commenti, è quella dell’Anti-Defamation League (ADL), che lo derubricò a gesto imbarazzante in un momento di entusiasmo. Vale la pena guardare chi l’ha firmata, perché una fonte non si valuta da come si presenta ma da dove sta.

L’ADL pubblicò quella difesa su X, cioè sulla piattaforma di Musk. Il suo direttore Jonathan Greenblatt aveva alle spalle una storia complicata con lui: nel 2023 Musk aveva minacciato e poi avviato una causa contro l’organizzazione, che si era impegnata a tracciare i discorsi d’odio sulla piattaforma, e i due si erano riappacificati poco dopo. Pochi mesi prima del gesto, Greenblatt aveva paragonato la kefiah palestinese alla svastica. L’agenzia ebraica JTA chiese all’ADL come fosse arrivata a quella conclusione e non ottenne risposta.

Soprattutto: quella posizione era isolata. Molte organizzazioni ebraiche americane dissero il contrario, e alcune lo dissero contro l’ADL. Zioness, pur criticando chi attaccava l’organizzazione, mise a verbale che un saluto nazista accidentale non esiste. Beth Miller di Jewish Voice for Peace disse che sull’antisemitismo l’ADL non è una fonte attendibile, accusandola di essere più impegnata a delegittimare chi critica Israele che a proteggere gli ebrei: la ricostruzione è di Al Jazeera. Mesi dopo, decine di ebrei americani hanno manifestato davanti a una conferenza dell’ADL contestandone l’allineamento con l’amministrazione Trump.

C’è poi il dettaglio che chiude la faccenda. Quarantotto ore dopo aver concesso a Musk il beneficio del dubbio, la stessa ADL ha dovuto rimproverarlo perché su X aveva pubblicato una serie di giochi di parole sui gerarchi nazisti. Greenblatt gli scrisse che l’Olocausto non è uno scherzo. Due giorni, e l’assoluzione era già da riscrivere.

Nota a margine sulla seconda difesa, quella dell’antica Roma tirata fuori dal referente italiano di Musk, Andrea Stroppa. Il saluto romano a braccio teso nella Roma antica non esiste: è un’invenzione del primo Novecento, nata al cinema e adottata da D’Annunzio a Fiume, e nella letteratura o nell’iconografia romana non se ne trova traccia. Lo ha spiegato Facta. Chi cita i legionari sta citando un film muto del 1914.

Gennaio 2026, Minneapolis

Il 7 gennaio, su una strada innevata, un agente dell’ICE ha sparato tre colpi contro l’auto di Renee Nicole Good, 37 anni, poeta e madre di tre figli. Good è morta. Le autorità federali sostengono che l’agente si sia difeso perché la donna gli stava andando addosso con il veicolo. Il sindaco e il governatore hanno respinto quella ricostruzione, e l’analisi fotogramma per fotogramma dei video verificati mostra l’auto che sterza nella direzione opposta un secondo prima del primo sparo. L’FBI ha aperto un’indagine. La ricostruzione è di CBS News.

Nelle ore successive, su X, si è riversata un’ondata di immagini generate con l’intelligenza artificiale, e a produrle era in larga parte Grok, lo strumento di xAI, la società di Musk. Alcuni utenti l’hanno usato per spogliare digitalmente una vecchia foto di Good e una foto del suo corpo riverso dopo gli spari, ottenendo immagini di lei in bikini. La stessa cosa è stata fatta a un’altra donna scambiata per la vittima. Lo ha documentato l’agenzia AFP, che ha contato decine di post del genere.

Cosa ha detto Musk, e quando

Su nessuna delle due donne, né sulla vittima né su chi ne aveva riprodotto il cadavere in bikini, risulta una dichiarazione pubblica di Musk. Ha parlato, però, dello strumento. Ed è lì che la posizione si vede meglio che in qualunque commento sulla cronaca.

Quelle immagini non erano un incidente isolato: erano la coda di uno scandalo mondiale sulla funzione di modifica delle foto introdotta in Grok, usata in massa per sessualizzare donne e minori. La sequenza, ricostruita da Tech Policy Press, è questa: l’11 gennaio la Malesia limita l’accesso a Grok, il 13 annuncia un’azione legale contro X e xAI sostenendo che le segnalazioni erano state ignorate, la Commissione europea fa sapere che roba del genere in Europa non ha posto, il 14 il governatore della California Gavin Newsom chiede un’indagine e il procuratore generale Rob Bonta la apre.

Il 14 gennaio arriva anche la risposta di Musk. Dice di non essere a conoscenza di immagini di minori nudi prodotte da Grok, che lo strumento è programmato per rifiutare richieste illegali, e aggiunge la frase che vale il pezzo: Grok non genera immagini per conto proprio, lo fa soltanto quando un utente glielo chiede. La riporta il Deccan Herald.

Tradotto: è stato l’utente a premere il grilletto. Lo strumento non ha colpe, chi lo ha costruito neanche, la responsabilità è di chi lo ha impugnato. È esattamente il ragionamento che Musk rifiuta quando il grilletto è quello di un controller e il bersaglio è un poliziotto di poligoni.

Il giorno dopo X ha annunciato le contromisure vere: blocco geografico della modifica delle immagini nei paesi dove è illegale e restrizione della funzione ai soli abbonati paganti, come ha riportato l’Associated Press. Il cadavere di Renee Good in bikini non era bastato. È bastato un procuratore generale.

Il 24 gennaio 2026

Diciassette giorni dopo Renee Good, a Minneapolis, due agenti della polizia di frontiera hanno ucciso Alex Pretti, 37 anni, cittadino statunitense senza precedenti, infermiere di terapia intensiva all’ospedale dei veterani. Era la terza sparatoria di agenti federali in città in meno di un mese. Pretti aveva cominciato ad andare alle manifestazioni proprio dopo la morte di Good.

Il Dipartimento per la sicurezza interna ha sostenuto che si fosse avvicinato agli agenti con una semiautomatica calibro 9 e che avesse resistito con violenza al tentativo di disarmarlo. Il comandante della polizia di frontiera Gregory Bovino ha detto che voleva massacrare le forze dell’ordine; il consigliere della Casa Bianca Stephen Miller lo ha definito un terrorista domestico, la stessa formula usata per Good.

Almeno quattro video girati da testimoni, verificati e analizzati da NBC News, raccontano un’altra cosa. Pretti aveva un porto d’armi e l’arma addosso, ma non la estrae mai: nelle immagini ha in mano un telefono, sta filmando, e finisce a terra mentre prova ad aiutare una donna spinta giù da un agente. PolitiFact ha passato al setaccio le dichiarazioni dell’amministrazione e le ha trovate contraddette dai filmati, senza che il governo abbia mai prodotto prove a sostegno. La famiglia ha definito reprensibili le bugie raccontate sul figlio. Il quadro completo, con i tempi della vicenda, è su NPR.

Anche su Pretti, di Musk non risulta niente. Nessun commento, nessuna richiesta di indagine, nessuna delle escandescenze che riserva ad argomenti molto più piccoli, nessuno scandalo sulla fine della civiltà occidentale come per i pronomi in Avowed. Da un silenzio non si ricava una prova, ma il silenzio di qualcuno che si dichiara paladino della libertà di parola e non batte ciglio quando manifestanti vengono uccidi dal governo vale molto.

Non è ipocrisia, è una posizione

La tentazione è chiamarla incoerenza: uno che non regge i poliziotti di poligoni e poi lascia correre tutto il resto. Ma incoerente non lo è. Se si mettono in fila le cose che gli danno fastidio e quelle che non gliene danno, il criterio viene fuori da solo, ed è sempre lo stesso.

La violenza contro l’autorità dello stato gli è insopportabile al punto da fargli chiudere un videogioco. La violenza esercitata dall’autorità dello stato non risulta gli abbia mai fatto chiudere niente: non un account, non uno strumento, non una funzione. Quando la funzione l’ha chiusa, l’ha chiusa il giorno dopo l’apertura di un’indagine da parte di un procuratore generale, e solo nei paesi dove restare aperti era illegale. Fra le due cose non c’è una contraddizione morale, c’è un ordine di priorità, ed è lo stesso ordine che tiene insieme il sostegno pubblico ai partiti di estrema destra europei, l’incarico nell’amministrazione Trump e un braccio teso a cui i neonazisti hanno risposto per primi.

Il crimine che non tollera è quello dal basso. Quello dall’alto ha un altro nome e un’altra sezione del giornale.

GTA 6 esce il 19 novembre, e Rockstar ha già dimostrato con l’esclusiva Netflix e con il pasticcio sul co-streaming di saper occupare il discorso pubblico senza aiuti. Non ha bisogno di un uomo con duecento milioni di follower che spiega che il gioco è troppo poco corretto per lui (ma non gli piaceva il politicamente scorretto?). Rockstar, del resto, un vantaggio ce l’ha: quando i suoi poliziotti sparano a qualcuno, alla fine si può sempre ricaricare la partita.

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