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Blizzard promette di uscire in tempo con Diablo 5 e StarCraft, cioè fra tre e quattro anni

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Alla BlizzCon 2026 Blizzard ha annunciato Diablo 5 e StarCraft nello stesso pomeriggio, insieme a World of Warcraft: Forever, e per i primi due ha fatto una cosa che le aziende di quelle dimensioni evitano quasi sempre. Ha attaccato un anno alla fine del trailer: primavera 2029 per il gioco di ruolo d’azione, 2030 per lo sparatutto a mondo aperto. Sono tre e quattro anni da adesso.

La domanda l’hanno fatta in molti nel giro di poche ore, e la risposta è arrivata dalla presidente di Blizzard, Johanna Faries, in un’intervista a Bloomberg. La dirigente ha detto che l’anticipo serve a trasmettere fiducia in alcune delle scommesse più grosse dell’azienda. Poi ha aggiunto la frase che Video Games Chronicle ha rilanciato per prima in Europa: questa è una Blizzard che spedirà, in grande e nei tempi.

Perché una data così lontana è una notizia

Annunciare l’anno di uscita quando il gioco è a tre anni di distanza non si fa, e non per scaramanzia. Un progetto in quella fase è spesso ancora in pre produzione, cioè nel momento in cui il grosso delle scelte non è stato fatto. Basta un cambio di direttore, una tecnologia che non regge o un taglio al budget, e tutto si sposta di dodici mesi. Chi annuncia un anno si consegna da solo alla prima notizia negativa.

Blizzard poi ha un precedente che il suo stesso pubblico ricorda benissimo. Diablo 4 era stato annunciato alla BlizzCon del 2019, doveva arrivare tre anni dopo ed è invece slittato al 2023, in mezzo a un periodo di scossoni interni e di partenze eccellenti. Il conto finale è stato di quattro anni fra annuncio e uscita, uno in più del previsto.

Questo non vuol dire che le nuove date siano finte. Vuol dire che sono una promessa, non un dato, e che vanno trattate come tali fino a quando un rinvio le conferma o le smentisce.

La spiegazione noiosa viene prima di quella complottistica

Sul perché di quell’anticipo circolano già le letture ingegnose: il segnale a Microsoft, la difesa preventiva dalle chiusure, la mossa contro l’attesa per altri annunci. Prima di arrivarci conviene però considerare quella banale, che in genere basta.

Una BlizzCon che torna dopo anni ha bisogno di titoli di giornale, e un anno stampato in fondo a un trailer li produce meglio di un generico «in sviluppo». Serve anche a chi lavora dentro: dire a una squadra che il suo progetto ha una data è il modo più economico per convincerla a non mandare il curriculum altrove. E serve al pubblico degli investitori, che da Blizzard vuole sapere non se uscirà qualcosa, ma quando.

C’è però un pezzo di contesto che non si può togliere dal quadro, e riguarda le persone. Come ha ricordato Kotaku, dentro Xbox restano da completare circa 1.600 licenziamenti distribuiti nei prossimi mesi, la seconda parte del taglio complessivo annunciato a luglio 2026. Faries non ne ha parlato esplicitamente, e ha invece descritto la convention come una specie di oasi, un momento di gioia vera per chi lavora allo studio e per chi lo segue.

L’oasi e il resto dell’azienda

Quella parola, oasi, dice più di quanto probabilmente volesse dire. Un’oasi è per definizione una cosa piccola circondata da qualcos’altro, e il qualcos’altro qui sono i tagli in corso nella divisione che possiede Blizzard dal 2023. La presidente ha aggiunto che la sua priorità assoluta è preservare quello che chiama l’ingrediente speciale dello studio, culturale e creativo, e che un buon risultato per Microsoft dovrebbe essere letto come una vittoria reciproca.

Sul piano della comunicazione interna è una posizione comprensibile. Sul piano dei fatti, «performare bene per Microsoft» significa esattamente quel margine di profitto che la casa madre sta cercando di far salire, e che finora ha prodotto tremiladuecento posti di lavoro in meno e quattro studi ceduti. Chiedere alle persone di stare tranquille mentre il conto scorre è il mestiere di chi guida uno studio in questa fase, e va detto che Faries lo sta facendo con più garbo di altri.

Cosa resta da guardare

Le due cose verificabili sono semplici e arriveranno da sole. La prima: se entro il 2028 nessuno dei due giochi avrà spostato la finestra, la frase sulla puntualità avrà retto. La seconda: se i 1.600 tagli residui toccheranno anche le squadre appena messe sul palco, la promessa sui tempi diventerà molto più difficile da mantenere, perché una data si rispetta con le persone, non con gli annunci.

Nel frattempo Diablo 5 ha già tre classi confermate e un mondo in cui il male ha già vinto, mentre StarCraft ha alla guida Dan Hay, che in Ubisoft ha diretto per anni la serie Far Cry. Materiale giocabile, per ora, non ne esiste. Fra tre anni ne riparliamo, ed è esattamente il problema di cui sopra.

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