La stagione 5 di Battlefield 6 ha rimesso in circolo la questione dei contenuti generati a pagamento, e lo ha fatto con tre oggetti estetici del pass stagionale. Uno è un operatore con cinque pistole identiche nelle fondine. Uno ha, attaccati al giubbotto, caricatori che non corrispondono a nessuna arma. Il terzo porta sul braccio una toppa che dice “Secuty”, e subito sotto, nella stessa toppa, “security operator”, stavolta compitato bene.
Nessuno ha confermato che siano stati fatti con l’intelligenza artificiale generativa. Kotaku lo scrive a chiare lettere nel pezzo che raccoglie la reazione dei giocatori, e va tenuto fermo: la toppa sbagliata è un fatto documentato, l’origine di quella toppa è un’ipotesi. La tesi di questo pezzo, però, non ha bisogno di quella conferma, perché sta tutta nel prezzo.
Cosa è successo, in ordine
Siege of Vegas, la stagione 5, è arrivata nei giorni scorsi, e la reazione è spaccata. La mappa Area 51 è fra le migliori del gioco, a sentire i giocatori. Gli oggetti estetici del pass, invece, sono finiti in una serie di discussioni da migliaia di voti sul forum dedicato al gioco, con una frase che ne riassume il tono: “far pagare i giocatori per contenuti generati dall’intelligenza artificiale è il massimo della mancanza di rispetto”.
Non è la prima volta che a Battlefield 6 capita. Il gioco aveva già pubblicato oggetti estetici che sembravano generati, pochi mesi dopo l’uscita, e li aveva tolti con una patch mesi più tardi. Quella è la cronologia: il problema compare, resta in vendita, viene corretto quando la pressione diventa scomoda. Il caso della stagione 5 aggiunge un dettaglio tecnico che smonta la soluzione più comoda: la toppa con l’errore di ortografia non si corregge come si corregge un personaggio con troppe pistole. Bisogna rifare l’oggetto.
La non conferma è una forma di comunicazione
Chi ha scritto comunicati sa riconoscere la posizione in cui si è messa Electronic Arts, e non richiede dietrologia per descriverla: non confermare e non smentire lascia l’onere della prova a chi ha comprato. Il cliente si ritrova a fare il perito, a contare le pistole e a ingrandire la toppa per stabilire se quello che ha pagato è stato disegnato da qualcuno.
Attenzione, però, a non attribuire un piano dove può bastare una spiegazione noiosa. Un pacchetto di oggetti estetici passa da appalti esterni, da scadenze trimestrali e da una coda di approvazioni: un errore di ortografia su una toppa è anche il tipo di cosa che succede quando una pipeline va troppo veloce e nessuno guarda l’ultima versione del file. Le due letture non si escludono, e la seconda è più probabile della prima. Resta che l’effetto, per chi paga, è identico.
Chi doveva accorgersene
Qui il discorso smette di essere sull’intelligenza artificiale e diventa un discorso sul controllo qualità, cioè su delle persone. Il 15 ottobre, mentre il forum di Battlefield si riempiva delle immagini di quegli operatori, i collaudatori di Activision hanno votato per autorizzare uno sciopero. Fra i quattro punti su cui il sindacato dice che l’azienda non ha negoziato in buona fede ci sono i limiti all’uso dell’intelligenza artificiale, e il gruppo che ha votato è passato in due anni da quasi seicento persone a poco più di quattrocento.
La frase che conta, in quel comunicato, l’ha detta la collaudatrice Emily Danko: “il collaudo è più che spuntare caselle, richiede giudizio umano, comprensione del contesto e la capacità di riconoscere problemi che i sistemi automatici possono non vedere”. Una toppa che dice “Secuty” sopra la parola “security” è esattamente il problema che un sistema automatico non vede e una persona vede in due secondi. Dall’altra parte del campo, in Battlefield, gli sviluppatori licenziati quest’anno sono documentati, e Kotaku ricorda che i dirigenti di Electronic Arts hanno incassato milioni nella vendita a leva dell’azienda al fondo saudita. Non serve una tesi complicata: si taglia il personale, si tiene il calendario dei contenuti, e quello che prima veniva intercettato arriva in vendita.
Il prezzo è la differenza
L’immagine generata che gira sui social è rumore. L’immagine generata dentro un pacchetto da pagare è una transazione, e in una transazione c’è una controparte che ha diritto di chiedere cosa ha comprato. È la ragione per cui la discussione sulla stagione 5 è più accesa di cento polemiche sull’arte generativa in astratto: non si sta difendendo un principio estetico, si sta contestando il rapporto fra quello che si dà e quello che si riceve.
Che una soglia esista, in questa industria, lo ha dimostrato Sega il 15 ottobre, togliendo dalla vendita il rifacimento di Total War: SHOGUN 2, accusato dai giocatori di avere ingrandito le illustrazioni con l’intelligenza artificiale e di girare peggio dell’originale del 2011. Quella decisione, di cui abbiamo scritto il 16 ottobre, è l’ammissione che sotto un certo livello un prodotto non si vende. Nessuno ha ancora detto dove stia quel livello.
Chi dice di non usarla, e perché lo dice
Due mosse della stessa settimana mostrano che “senza intelligenza artificiale” è diventato un argomento di vendita. Dean Hall, pubblicando il codice del suo framework Brutal, ha messo per iscritto a Eurogamer che dentro non c’è nessuna intelligenza artificiale generativa e che il repository è pubblico perché chiunque lo possa verificare. Sega, il 7 ottobre, ha dichiarato che l’intelligenza artificiale non tocca la parte creativa dei suoi giochi.
Le due cose non hanno lo stesso peso, e la differenza è il mestiere del fact-checker: la prima è una affermazione verificabile da chiunque sappia leggere un repository, la seconda è una dichiarazione aziendale, cioè una cosa che è certa in quanto dichiarazione e non in quanto fatto. Tenerle separate è il minimo sindacale quando un’etichetta comincia a valere soldi.
Cosa non si sa
Electronic Arts non ha confermato né escluso che quei tre operatori siano stati generati, e non ha detto se rifarà la toppa o la lascerà dov’è. Quante persone lavorino al controllo qualità di Battlefield 6 non si sa, perché quel numero le aziende non lo pubblicano: sui collaudatori di Activision lo abbiamo soltanto perché a dirlo è stato un sindacato. Si sa invece che quegli oggetti stanno dentro un pass che si paga, ed è l’unico dato di questa storia che era pubblico da subito.


