Bobby Kotick, ex amministratore delegato di Activision Blizzard

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Gli avvocati di Bobby Kotick hanno chiesto alla stampa di videogiochi di correggere i pezzi sul Blizzardgate, e qualcuno l’ha fatto

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Da quando nel 2023 Activision Blizzard ha chiuso con la California la causa sulle molestie sul lavoro, gli avvocati di Bobby Kotick hanno scritto a una serie di testate di videogiochi che tornavano su quella vicenda. Chiedevano di infilare negli articoli un paragrafo di quell’accordo, secondo cui le accuse non sono mai state comprovate. In diversi casi hanno ottenuto qualcosa: note redazionali appiccicate in fondo ai pezzi, passaggi tolti, articoli spariti dai siti. In un caso le richieste sono diventate una causa per diffamazione.

A ricostruire la campagna è un’inchiesta video di Mikhail Klimentov per People Make Games, uscita il 24 settembre 2026 dopo quasi due anni di lavoro. Quattro giorni dopo Stephen Totilo ha raccontato sulla sua newsletter indipendente Game File la lettera che a gennaio era arrivata a lui.

Da dove nasce la storia

Kotick ha guidato Activision Blizzard fino al 2023. Nel luglio 2021 il dipartimento per i diritti civili della California ha fatto causa all’azienda per discriminazioni e molestie sul lavoro, e da lì è partito lo scandalo poi conosciuto come Blizzardgate. L’articolo che Kotick contesta da allora è però un altro. È un’inchiesta del Wall Street Journal del novembre 2021, secondo cui lui sapeva da anni di episodi di molestie in azienda. Il quotidiano non l’ha mai ritirata.

Nel 2023 Activision Blizzard ha chiuso la causa californiana pagando 54 milioni di dollari. Nel testo dell’accordo il dipartimento scrive che tre accuse non sono state comprovate da nessun tribunale e da nessuna indagine indipendente. Che in azienda ci fossero molestie sessuali sistemiche o diffuse. Che i dirigenti le avessero ignorate o tollerate. E che il consiglio di amministrazione, amministratore delegato compreso, avesse gestito male i casi di cattiva condotta sul lavoro. Con lo stesso accordo il dipartimento ha ritirato una parte rilevante delle accuse con cui era partito.

Il ritiro era una delle condizioni dell’accordo. Il dipartimento ha depositato una versione modificata della causa senza più le accuse di molestie, e dei 54 milioni circa 47 sono finiti nel fondo per le lavoratrici su disparità salariali e promozioni, che è quello che restava in piedi. Un portavoce di Activision salutò il ritiro delle accuse definendole infiammatorie. Nel testo firmato dalle due parti c’è anche la conclusione di Gilbert Casellas, ex presidente dell’agenzia federale per le pari opportunità, secondo cui molestie diffuse o ricorrenti non ce n’erano state. A incaricare Casellas, come Activision Blizzard ha scritto nel giugno 2022 in un deposito alla SEC, l’autorità che vigila sulla borsa americana, era stato il proprio consiglio di amministrazione.

Le cause del 2021 erano più d’una e si sono chiuse in tre tempi. Nel marzo 2022 una giudice federale ha approvato i 18 milioni con cui Activision Blizzard ha chiuso con l’agenzia federale per le pari opportunità: un fondo per risarcire chi aveva subito molestie sessuali, discriminazione per gravidanza o ritorsioni. Quel testo non contiene niente di simile alla formula californiana, e nessuno l’ha mai ritirato. Nel febbraio 2023 sono arrivati 35 milioni di penale alla stessa SEC, non sulle molestie ma sul fatto che l’azienda non avesse procedure per raccogliere le segnalazioni interne e valutare se andassero comunicate agli investitori. La frase che i legali di Kotick chiedono alle testate di citare sta soltanto nel terzo accordo, quello californiano.

Da quel momento Kotick e il suo studio legale, Clare Locke, hanno cominciato a pretendere che quel paragrafo comparisse ogni volta che una testata citava la causa del 2021 o l’inchiesta del Wall Street Journal. Quel paragrafo però non dice quello che la richiesta lascia intendere. Che un’accusa non sia stata comprovata in tribunale significa che a processo non ci si è mai arrivati, perché si è patteggiato. Il Blizzardgate non è stato smentito da nessuno. Il 6 agosto 2026 lo streamer Asmongold gli ha dedicato un video intitolato The truth about Blizzard, dentro un’ondata di post e di video che davano quelle accuse per tutte false. Ad agosto abbiamo letto le carte riga per riga, e quella tesi non regge.

Che effetto hanno avuto le lettere

Il risultato della campagna, scrive Klimentov sulla sua newsletter ReaderGrev, è una scia di note redazionali, passaggi rimossi e articoli cancellati. In alcune di quelle note l’inchiesta del Wall Street Journal viene presentata come smontata, cosa che non è mai successa. Il video dura quasi 48 minuti e passa in rassegna le lettere una per una. Non lo abbiamo visto, ma alcuni di quei pezzi sono ancora online e si leggono.

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Nel marzo 2025 le richieste sono diventate una causa per diffamazione. Kotick ha citato G/O Media, la società che possiede Kotaku e Gizmodo, per due articoli sul suo interesse per TikTok che ricostruivano anche l’indagine californiana. I resoconti dell’atto dicono che i due siti avevano già modificato i pezzi su richiesta dei suoi legali.

Di una di queste lettere si può seguire tutta la storia, perché la testata che l’ha ricevuta l’ha scritto. Il 3 ottobre 2025 Reuters pubblica un articolo sulla causa degli azionisti che AP7, il fondo pensione pubblico svedese, ha aperto contro i dirigenti di Activision. Quattro giorni dopo le arriva una lettera di Tom Clare e Nick Brechbill, gli avvocati di Kotick. Reuters non cancella niente e non riscrive niente. Aggiunge in fondo al pezzo una nota in cui dice che la lettera è arrivata dopo la pubblicazione, e riporta quello che i due avvocati sostengono: nessuna indagine e nessuna sentenza hanno mai dato ragione alle accuse di molestie diffuse in Activision. Il motivo è quello già detto, cioè che si è patteggiato prima di arrivare a una sentenza. Per Totilo è il modo più trasparente in cui abbia visto gestire una lettera del genere.

Il caso più vistoso è di PlayStation Universe. Il 20 gennaio 2026, lo stesso giorno in cui la lettera arrivava a Totilo, il sito ha messo in cima a un proprio articolo su Kotick un riquadro di aggiornamento in maiuscolo. Ci si legge che la versione precedente del pezzo sosteneva in modo erroneo e scorretto che Kotick avesse accelerato la vendita a Microsoft per sfuggire alle conseguenze degli scandali, e che questo è falso. Il resto dell’articolo è stato riscritto di conseguenza e nella versione attuale parla di false accuse, di una causa californiana ritirata e di un rapporto aziendale che avrebbe confermato l’assenza di molestie diffuse.

Un mese dopo è toccato ad App Trigger, sito del gruppo FanSided. Il 5 febbraio 2026 aveva pubblicato un pezzo su Kotick e i file di Epstein. Il 25 febbraio lo ha ritirato con una ritrattazione firmata dalla redazione, che riporta per intero il paragrafo dell’accordo californiano e una lunga citazione della lettera dell’avvocato di Kotick sui suoi rapporti con Epstein. Questi casi una traccia l’hanno lasciata. Molte altre testate, scrive Totilo, hanno cambiato i propri articoli senza lasciarne nessuna.

La lettera arrivata a Game File

Il 20 gennaio 2026 Totilo riceve una mail di Clare Locke. L’avvocato che la firma si presenta come consulente per le cause di diffamazione di Kotick e chiede di correggere un articolo di Game File uscito una settimana prima. Avverte che rifiutarsi può sostenere un’accusa di “actual malice”, il criterio che negli Stati Uniti obbliga chi fa causa per diffamazione a dimostrare che la testata sapeva di pubblicare il falso o se ne era disinteressata. Clare Locke non è uno studio qualsiasi: nell’aprile 2023 ha assistito Dominion Voting Systems, insieme a Susman Godfrey, nell’accordo da 787,5 milioni con Fox News sulle false affermazioni a proposito delle macchine per il voto.

L’articolo contestato riguardava la causa del 2022 con cui AP7 contestava l’acquisto di Activision Blizzard da parte di Microsoft. Per il fondo, Kotick aveva accelerato la vendita per sfuggire alle conseguenze degli scandali del 2021. Il pezzo di gennaio era il primo a leggere e raccontare la memoria difensiva che Kotick aveva depositato in risposta, nel dicembre 2025. Totilo precisa che nelle cause del 2021 sulle molestie Kotick non era fra gli accusati. Nella memoria Kotick nega di aver accelerato la vendita. Sostiene poi che le accuse di molestie diffuse siano state costruite da sindacati, agenzie pubbliche, società di pubbliche relazioni e giornali. E tira in ballo il gruppo svedese Embracer, che ha smentito.

La richiesta era la solita, cioè aggiungere il paragrafo dell’accordo californiano. Solo che nell’articolo di Totilo quel paragrafo c’era già, messo da lui per dare conto della posizione di Kotick. Due ore dopo la sua risposta, un avvocato di Clare Locke gli ha scritto che lo studio aveva letto una versione incompleta del pezzo e si scusava per la confusione. Totilo aggiunge che la lettera era segnata come riservata e che lui non aveva accettato quella condizione. L’articolo non l’ha modificato.

Perché ci sono voluti due anni per pubblicarla

Nel podcast di Aftermath Klimentov spiega che la ricerca era finita presto: la difficoltà era trovare chi la pubblicasse e si assumesse il rischio legale. Il New York Times ci ha lavorato a lungo, prima che il progetto saltasse per ragioni contrattuali. Una seconda testata ha tenuto il pezzo fermo per mesi e poi ha chiesto di trasformarlo in altro. Un grande settimanale nazionale lo ha rifiutato dicendo di temere le cause nella seconda amministrazione Trump. Klimentov ha provato anche con chi vende assicurazioni per la responsabilità editoriale, e si è sentito rispondere che per essere assicurati bisogna avere una testata che fattura almeno 50.000 dollari l’anno. La sua newsletter è gratuita.

Il tempo che ci è voluto è una parte della storia, non un dettaglio di contorno. Una campagna di lettere legali funziona anche così, cioè rendendo caro e rischioso raccontarla.

Il contesto

AP7 ha quasi chiuso la propria causa. A maggio il fondo e Microsoft hanno accettato un accordo da 250 milioni di dollari per gli ex azionisti, e i legali di AP7 hanno poi proposto per il proprio lavoro un compenso di 60 milioni. Totilo nota che quegli stessi avvocati, che prima avevano contestato il significato del passaggio dell’accordo californiano, nel testo dell’intesa ne hanno adottata una versione per sé. Activision Blizzard è di proprietà di Microsoft, e la divisione Activision ha ricevuto il 22 settembre Halo nella riorganizzazione di Xbox.

Cosa non si sa

Nel materiale che abbiamo letto non c’è una dichiarazione di Kotick o di Clare Locke sull’inchiesta di People Make Games né sul racconto di Totilo. Non sappiamo quante testate in tutto abbiano ricevuto lettere, né quante abbiano cambiato o cancellato articoli. I casi qui sopra sono quelli che hanno lasciato una traccia leggibile, ma un conto pubblico non esiste. Delle lettere è pubblico solo l’estratto che Game File ha messo in cima al proprio pezzo.

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