Nel luglio 2025 un giudice federale della California ha bocciato l’accordo sul risarcimento PlayStation che Sony aveva firmato con un gruppo di consumatori americani. Nella versione poi approvata in via preliminare compare la cifra che allora mancava, ed è 1,14 dollari a testa di media.
Da inizio settembre quella vicenda è tornata a girare come se fosse una causa nuova, con i 7,85 milioni di dollari della transazione nei titoli al posto della sola cifra che riguarda chi legge. Il caso si chiama Caccuri et al. v. Sony Interactive Entertainment, sta davanti al tribunale federale del distretto nord della California, ed è stato depositato nel maggio 2021.
Cosa contesta la causa, e a chi
Il primo aprile 2019 Sony ha smesso di far vendere ai negozi i game specific voucher, i codici che permettevano di comprare un singolo gioco digitale PlayStation da Amazon, GameStop o Best Buy. Da quel giorno l’unico posto dove comprare quei giochi in digitale è il PlayStation Store, che è anche l’unico posto dove si decide il prezzo. I ricorrenti sostengono che sia una violazione dell’antitrust federale e che abbia fatto pagare a milioni di persone più del dovuto. Sony nega di aver commesso illeciti e nessun tribunale ha stabilito il contrario: una transazione chiude la causa, non la decide.
La platea è più stretta di quanto i titoli lascino intendere. Le risposte ufficiali pubblicate dall’amministratore della transazione elencano tre condizioni da soddisfare insieme. Il gioco va comprato sul PlayStation Store tra il primo aprile 2019 e il 31 dicembre 2023. Deve essere uno di quelli che prima di quella data si trovavano anche come codice al dettaglio, con almeno duecento codici riscattati. E il suo prezzo scontato deve essere salito di almeno cinquanta centesimi rispetto al periodo 2017-2019. Fanno circa quattro milioni e mezzo di account, tutti negli Stati Uniti: chi legge da qui non incassa niente, qualunque cosa abbia comprato. Nell’elenco dei titoli ammessi ci sono The Last of Us, Resident Evil 4 e parecchie annate del calcio di FIFA e del football americano di Madden.
Come si arriva a 1,14 dollari
Dai 7,85 milioni si tolgono prima le spese. Gli avvocati dei ricorrenti chiedono fino al 25% del fondo, cioè quasi due milioni di dollari, a cui si aggiungono i costi di amministrazione e i compensi ai tre ricorrenti nominati: Agustin Caccuri, Adrian Cendejas e Allen Neumark. Quello che resta si divide tra gli account ammessi. I legali dei consumatori hanno depositato le loro stime, riportate da Courthouse News: il recupero individuale sta tra 0,91 e 33,66 dollari, con una media di 1,14.
Negli stessi atti gli avvocati spiegano perché quella cifra basterebbe a comprare qualcosa: sul PlayStation Store ci sono quasi duemila giochi sotto i due dollari, e centodiciotto costano diciannove centesimi. L’argomento regge finché si guarda il fondo del listino. Sopra c’è il punto che i soldi non escono dal circuito: il pagamento avviene in credito sul portafoglio PSN, quindi torna dentro il negozio che la causa accusa di essere un monopolio. Il giudice Araceli Martínez-Olguín aveva respinto una versione precedente dell’accordo proprio sul meccanismo dei crediti, nel gennaio 2026.
Le scadenze sono già passate tutte
Il termine per uscire dalla class action e mantenere il diritto di fare causa da soli, o per presentare obiezioni, era il 2 luglio 2026: un utente americano che avesse voluto scegliere doveva farlo allora. Chi aveva l’account PSN disattivato e voleva un assegno cartaceo doveva farsi vivo con l’amministratore entro il 27 agosto. Chi vuole parlare all’udienza deve depositare l’intenzione entro il primo ottobre, e l’udienza sull’approvazione definitiva è fissata per il 15 ottobre 2026, come si legge nell’avviso ufficiale. I pagamenti arriveranno dopo, e solo se il giudice approva.
La spiegazione dell’ondata di articoli è banale. L’approvazione preliminare è di aprile e l’amministratore ha mandato gli avvisi via email agli account interessati. La testata americana IGN ci ha fatto un pezzo, e da lì la notizia è rimbalzata di sito in sito fino a Push Square il 2 settembre. A settembre nessuno ha citato Sony in giudizio.
Il conto vero non è questo
La cifra che può fare male a Sony è a Londra. Il 10 marzo 2026 si è aperto davanti al Competition Appeal Tribunal, il tribunale britannico della concorrenza, il processo della causa collettiva di Alex Neill. Chiede circa 1,97 miliardi di sterline per conto di dodici milioni di utenti britannici, sempre sul prezzo dei giochi digitali e sulla commissione del 30% che Sony trattiene sul suo negozio. Sony ha risposto di aver investito anni e miliardi in una piattaforma integrata e ha fatto notare che Nintendo e Xbox usano un modello simile. Il processo si è chiuso a maggio e la decisione non è ancora arrivata. Un fronte simile è aperto nei Paesi Bassi, dove la fondazione Massaschade & Consument ha calcolato un sovrapprezzo medio del 47% sul digitale rispetto al fisico e si è vista appoggiare da Stop Killing Games.
Su tutti questi fronti pesa la stessa decisione: dal 2028 Sony smette di produrre dischi, e con i dischi sparisce l’argomento difensivo che aveva usato per anni, cioè che il prezzo del suo negozio non era l’unico prezzo possibile. Ne avevamo scritto mettendo in fila le cinque azioni aperte contro PlayStation in altrettanti paesi. Nel frattempo la stessa azienda che in Giappone pubblica una policy per proteggere chi risponde ai clienti sostiene in tribunale che un consumatore ragionevole sa di non possedere i giochi che compra.
Il fronte americano si chiude con un dollaro e quattordici centesimi di credito spendibile solo sul PlayStation Store. Se il 15 ottobre arriva l’approvazione definitiva, i pagamenti partiranno da lì. La causa britannica, che chiede centinaia di volte tanto, è ancora senza decisione.


