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Walmart licenzia la redazione di Restart, il sito di videogiochi che finanziava

Tempo di lettura: 2 minuti

Restart aveva un modello di finanziamento che nel dicembre 2024 sembrava a molti una soluzione e a qualcuno un problema: un sito di videogiochi con una redazione vera, pagata da Walmart. Venerdì 7 agosto quella redazione è stata licenziata al completo, e a dirlo sono stati i diretti interessati sui propri profili social.

La direttrice Brandy Berthelson ha scritto che con il licenziamento finisce anche la sua carriera nel giornalismo videoludico, dopo vent’anni e diverse testate costruite e chiuse. Il news editor Imran Khan ha confermato di essere tra le persone coinvolte, e con loro se n’è andata l’intera squadra editoriale, cinque persone in tutto. Un dipendente ha raccontato di aver firmato un accordo di uscita con Moonrock, l’agenzia di content marketing che gestiva materialmente il sito. Alla data di questo articolo Restart è ancora online, e né Walmart né Moonrock hanno detto cosa intendono farne.

Come funzionava il rapporto con Walmart

Il meccanismo era dichiarato nella pagina che spiegava la linea editoriale, ed è la parte che rende il caso interessante. Quando Restart parlava di un gioco, inseriva un link d’acquisto verso Walmart con un codice di tracciamento che non generava commissioni: serviva solo a far sapere all’azienda da dove arrivavano i clienti. Su quella assenza di commissioni si reggeva la tesi dell’indipendenza, riassunta così: senza soldi legati alle vendite non c’è motivo di gonfiare le recensioni.

L’obiezione gliela aveva già mossa Aftermath: il conflitto di interessi non stava nel voto sul singolo gioco, stava nel fatto che il sito era utile a Walmart solo finché generava clic e dati, e che nessuno aveva idea di cosa sarebbe successo il giorno in cui avesse smesso di generarne abbastanza. Berthelson allora aveva risposto che ci avrebbero pensato quando fosse successo. È successo dopo venti mesi.

Il modello non è stato smentito, è stato spento

Nessuno ha accusato Restart di aver fatto marchette, e le persone che ci lavoravano venivano da GameDaily, dal Gamer Network e da altre redazioni con una storia alle spalle. A saltare è stata l’idea che una catena della grande distribuzione tenga in piedi una redazione perché le fa comodo, e che questo basti a renderla un posto di lavoro stabile. Il finanziatore non ha nemmeno dovuto litigare con qualcuno per chiudere, gli è bastato smettere di pagare.

Il contesto è quello che le redazioni di settore conoscono bene. La notizia arriva poche settimane dopo l’ennesimo giro di tagli a GameSpot, in un anno in cui le redazioni che si occupano di videogiochi si sono ridotte quasi ovunque, per acquisizione o per abbandono degli editori. Ogni volta che una chiude, la quota di informazione sui videogiochi prodotta da chi quei videogiochi li vende cresce di un pezzo.

È lo stesso discorso che passava dal ragionamento di Tim Cain sui giocatori che si fanno consegnare l’opinione da qualcun altro: con ventimila uscite l’anno qualcuno deve pur fare la selezione, e la domanda è chi lo paga. Restart aveva provato a rispondere che poteva pagarlo un supermercato. Il conto finale è venti mesi.

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