Ma quanto è bello A Plague Tale: Innocence?

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A Plague Tale: Innocence è un gioco che di difetti ne ha tanti, forse troppi. Innanzitutto è breve, si può finire in pochi giorni. Secondariamente ci sono alcune scelte di trama un pelino discutibili. L’ambientazione della peste nera è stupenda, per carità, ma a un certo punto uno dei protagonisti e il cattivo iniziano a far scontrare tornadi di ratti fra di loro come se niente fosse! Per non parlare di uno dei “boss” che usa una spada di fuoco per liberarsi dai topi che lo lo stanno attaccando, non esattamente realistico come il gioco pretende spesso di apparire… Al di là di questo ci ritroviamo davanti a un prodotto a tratti profondo con un gameplay semplice ma soddisfacente e una grafica tutto sommato non così male. Oltre a un tutorial che quasi non si nota, visto che è contestualizzato nella storia e contiene un obiettivo da sbloccare se si completa una certa sfida.

Parliamo di un capolavoro? Tutt’altro, anche se giocandoci ho pensato che lo fosse. Poi ho visto il video di Quei Due sul Server che lo massacravano e… Beh sì, ci sono più difetti di quanto credessi ma non ho cambiato opinione, nonostante mi sia fatto qualche sincera risata per le loro battute. Penso si tratti di un titolo dove gli sviluppatori si sono impegnati e si vede bene, anche per certe scelte di trama che ti fanno commuovere. Mi rivolgo verso chi l’ha giocato: so che voi magari immaginavate che un certo tizio si sacrificava per salvare i protagonisti, visto che non era proprio uno dei personaggi principali, lo sappiamo che siete l’anima della festa quando andate a vedere un film tratto da un fumetto che avete letto. Beh, io no, anche perché questa scena non accade durante una cutscene ma poco per volta in una sezione di gameplay!

Si può sorvolare quindi sui difetti del gioco? Sì, secondo me sì, l’avrei fatto anche se fosse stato The Last of Us. Perché l’articolo precedente non era stato scritto per dire che The Last of Us è brutto, ma per vedere quanto i giocatori si schierano a favore di una software house che, sicuramente, non li ama ma li considera stupidi (esatto, il “siete stupidi” dell’immagine della copertina non era da parte mia, ma leggendo l’articolo per intero l’avreste capito). Avrei voluto essere contraddetto, avrei voluto che qualcuno mi dicesse “ok, l’inizio è come dici ma guarda che ci sono dei picchi nella trama incredibili” oppure “magari la mira fa schifo, ma la parte in cui Joel vittima di una trappola e sospeso per aria a testa in giù deve sparare ai mostri che lo assaltono, è stupenda”. E invece solo insulti e i classici “tu non ne capisci niente”. Sia chiaro, degli insulti non m’importa, mi diletto nella stand up comedy quindi sono abituato a subirli, ma la delusione per la prevedibilità dei commenti è grande. E la cosa che più mi ha stupito di più è che l’astio è arrivato dai più giovani, non dai soliti matusa che si sentono “hardcore gamer” (da quanto tempo non sentivate questo modo di dire?). 

Insomma, non bisogna fare a ogni costo gli alternativi che combattono contro le grandi software house che sfornano tripla A di ogni genere. Ho adorato l’ultimo Warhammer Space Marine così come la maggior parte dei Gears of War, ma non voglio parlare di questi, voglio prendere un altro gioco brutto. Desidero che questo articolo strabordi di giochi brutti o ritenuti tali e mi piacerebbe sentire nei commenti quale gioco “pessimo” adorate e perché.

Parliamo di un picchiaduro tripla A che hanno giocato quattro gatti: Urban Reign della Namco. Un picchiaduro in isometrica dove il personaggio poteva muoversi in tutte le direzioni e usare ogni sorta d’arma per colpire gli avversari. A ogni match si sbloccavano nuovi personaggi, anche se i più forti erano gli ultimi due boss e il protagonista, gli altri erano semplici e inutili scagnozzi con due mosse in croce. E, dulcis in fundo, erano stati inseriti anche Paul e Law di Tekken, che erano sempre abbastanza scarsi. La difficoltà era bilanciata malissimo e il gioco si poteva finire in due giorni. In due non era divertente, anche giocando contro i bot, ma se all’epoca avevate un paio di multitap (ho dimenticato di dire che si tratta di un gioco per la PS2) allora il divertimento era assicurato. Altro che Smash Bros, Urban Reign era il miglior modo per passare una serata pizza con gli amici. E, come già scritto, era della Namco! La stessa Namco che fa un Tekken 8 decente ma poi comincia a nerfare o a buffare personaggi ad cazzum rovinando la sua stessa opera, confusa forse dai tanti idioti che si lamentano di un Gordo imprevedibile (come se non fosse la sua caratteristica fin dai tempi del terzo capitolo) o di qualsiasi nuovo personaggio a ogni nuovo DLC. La differenza è che Urban Reign l’hanno comprato in quattro e per molti ciò significa che fa davvero schifo.

E andando avanti c’è un altro Tripla A di Sega e sviluppato dai tizi di Project Gotham, stavolta recuperabile su Steam. Vi avverto subito che le recensioni non sono molto positive quindi, come sempre, siete autorizzati a darmi addosso. Ci ho passato ore e anche oggi mi capita di riaccendere la mia Xbox 360 solo per Guitar Hero e questo gioco: The Club. Praticamente è uno sparatutto in terza persona a orde. Ogni volta che eliminate un nemico il moltiplicatore aumenta ma il tempo che avete per eliminare il prossimo è sempre meno. Se ci giocate con occhio critico lo abbandonerete subito: grafica scialba, giocabilità banale e nessun cenno di trama. Ma provate a usarlo come “filler” fra una sezione e l’altra di gameplay: ecco, è allora che The Club diventa il classico “un’altra sola per fare il livello a tre stelle e poi smetto”. La sospensione dell’incredulità è necessaria per approcciarsi a The Club, giocherete in ville faraoniche distrutte da eserciti di criminali armati con Vulcan e fucili di ogni genere. Un gioco che è sì una cretinata ma che almeno non vi prende in giro con zombi indotti da allucinazioni, giganti e tomahawk volanti!

Perché alla fin fine, se voglio la trama, sappiamo a cosa posso giocare: a roba come Detroit Become Human. Un altro gioco che non ho ben compreso per quale motivo sia tanto odiato. Nell’articolo precedente non mi aspettavo tanta gente attaccarlo senza alcuna motivazione, solitamente le frasi erano robe tipo “Se ti piace DBH, abbiamo capito che razza di giocatore sei”. Cioè, se il gioco ha dei problemi, io lo accetto, ma ditemeli! C’è la trama che cambia man mano che ci giocate con tantissimi finali, un doppiaggio spettacolare… Potete persino decidere il destino dell’androide nel menù iniziale di gioco!

E se se parliamo dell’ultima generazione di console? Beh, almeno per il gioco finale concedetelo un indie, un “tripla I”. Un indie a tratti ripetitivo e particolarmente facile, un certo Lost in Random. La trama è affascinante: siete in un mondo distopico diviso in sei regioni, una per ogni faccia del dado. La protagonista, che vive in quello più povero vale a dire il mondo dell’uno, parte e visita ogni mondo per sconfiggere la regina che le ha rapito la sorella. Come già detto il gioco pecca per alcuni tratti di giocabilità, si utilizzano carte per avere dei poteri speciali ma va a finire che si usano sempre le stesse e già dal terzo mondo praticamente finisce anche la voglia di collezionarle tutte (cosa che comunque ho fatto). Però la grafica signori… Sembra quasi che i Muppets siano finiti dentro il film NIghtmare before Christmas. Non che sia disegnata divinamente, ma sul piano stilistico ci troviamo di fronte a un titolo molto ispirato. E poi la trama: praticamente ogni mondo ha a che fare con le facce del dado. Nel mondo del due gli abitanti hanno una doppia personalità che si alterna di giorno in giorno, in quello successivo tre sovrani portano avanti una guerra infinita… Ci sarebbe effettivamente un altro difetto ed è quello che il gioco non è lunghissimo. In compenso è uscito il seguito che ho comprato per pochi euro. Non ne ho sentito parlare benissimo, visto che hanno cambiato tutto (stavolta si tratta di un titolo in isometrica stile Hades). 

Beh, più brutto di The Last of Us non può essere…

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