Assassin’s Creed Shadows è rinato grazie a Black Flag Resynced? Il paradosso di Ubisoft
Il remake di Black Flag ha fatto di più che riportare Edward Kenway in auge: secondo un editoriale di PCGamesN, è servito da ponte per riscoprire e amare Assassin’s Creed Shadows, il capitolo ambientato nel Giappone feudale che molti — inclusa l’autrice — avevano abbandonato dopo poche ore.
La storia è semplice: giocando a Black Flag Resynced, con la sua acqua spettacolare, le shanty e le isole da saccheggiare, l’autrice ha sentito il bisogno di tornare a Shadows. Dopo un’ora di esplorazione iniziale nel 2025, l’aveva accantonato. Stavolta no. Quindici ore dopo, il Giappone di Naoe la tiene ancora incollata allo schermo.
La differenza, dice, è innanzitutto visiva. Shadows è “il gioco più bello che abbia mai giocato”. Le acque cristalline di Resynced non reggono il confronto con la luce che filtra tra i ciliegi di Kyoto, città che ora sembra “incredibilmente viva”. Il paragone è impietoso per il remake, ma anche per la sua stessa esperienza passata: “Non so cosa avessi in testa un anno fa per pensare che il mondo fosse privo di vita”, scrive.
Il vero colpo di scena è il gameplay. Naoe, con la sua mobilità inedita — strisciare, aggrapparsi, assassinare in doppio — ha trasformato le incursioni nei castelli in un’adrenalina pura. Lanciare kunai, colpire attraverso le porte di carta, sfruttare l’erba alta: roba che in Odyssey e Valhalla l’autrice evitava. Ora le cerca.
Non tutto brilla. La costruzione della base, nonostante una passione dichiarata per The Sims, non la coinvolge: “Sembra slegata dalla narrazione”. E proprio la narrazione è il punto debole: troppi bersagli, troppe fazioni, senza un filo centrale che spieghi perché siano rilevanti per la vendetta di Naoe.
Ci sembra una testimonianza interessante, ma va presa con le pinze. Che un remake di un classico del 2013 riesca a riaccendere l’interesse per un titolo moderno è un paradosso che parla più delle fragilità di Shadows che dei suoi meriti. Perché la scintilla è scattata solo dopo aver rivisto Edward Kenway? Forse perché Black Flag aveva una chiarezza narrativa e un focus che a Shadows mancano, come l’autrice stessa ammette. Non ci convince del tutto la tesi che “grazie a un vecchio gioco ho (ri)scoperto quello nuovo”: sembra più un elogio alla qualità artigianale di Naoe e del Giappone di Ubisoft, che però paga lo scotto di un’architettura delle missioni che confonde. Scommettiamo che se Ubisoft volesse davvero far amare Shadows, dovrebbe lavorare proprio su quel filo narrativo spezzato, non su un altro remake. Per ora, il miglior biglietto da visita per il Giappone di Naoe resta… la pirateria.


