Un underscore di troppo: il nickname di Skyrim che è costato 18 mesi di carcere all’uomo sbagliato

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Nel 2018, nel Wisconsin, una madre controlla il telefono della figlia dodicenne e ci trova la foto di un uomo adulto. Chiama la polizia. Sei anni dopo, a Halifax, in Canada, un uomo che con quella storia non c’entrava niente aveva finito di scontare diciotto mesi di carcere per quei fatti. Tra lui e il vero responsabile c’era la differenza di un carattere.

La Corte d’Appello della Nuova Scozia ha assolto Brandon Klayme da tutte le accuse il 23 luglio 2026, scrivendo che è innocente nel merito e che non avrebbe mai dovuto essere né incriminato né condannato. Il caso, ricostruito da CBC e da Ars Technica, comincia da un nickname preso da Skyrim.

Fus Ro Dah, con un underscore di troppo

Tra agosto e dicembre del 2018 una ragazzina di dodici anni, indicata negli atti con le iniziali CH, scambia messaggi su Kik, un’app di messaggistica, con un adulto che si fa chiamare “Jay”. L’analisi forense disposta dall’ufficio dello sceriffo della contea di Dane ne conta 125 e risale al nome utente dell’uomo: fus__ro_dah, con due underscore, il trattino basso che nei nickname prende il posto dello spazio. È la citazione di Unrelenting Force, il grido draconico di The Elder Scrolls V: Skyrim che spedisce i nemici contro le pareti.

L’ordine di esibizione dei dati inviato a Kik, però, chiedeva le informazioni di fus_ro_dah, con un underscore solo. Quell’account esisteva davvero ed era di Klayme, ventottenne che viveva con i genitori a Halifax. Kik consegnò la sua email, i log di Google mostrarono accessi da un indirizzo IP canadese, il fascicolo passò alla polizia regionale di Halifax, che portò quell’IP al provider locale Bell Aliant e ne ottenne l’indirizzo di casa.

Ogni anello della catena ha funzionato. Era sbagliato il primo.

Perquisizione, niente prove, condanna

Nel febbraio del 2020 gli agenti perquisiscono l’abitazione e sequestrano telefoni e portatili dalla stanza di Klayme. Non trovano nulla: nessuna immagine, nessuna conversazione con la ragazzina, nessun collegamento con il Wisconsin. Un account Kik ce l’aveva, ma gli inquirenti non riuscirono a dimostrare che lo avesse usato nel periodo dei fatti. Lo incriminano lo stesso, con tre capi d’accusa: adescamento di una minore di quattordici anni tramite telecomunicazioni, invio di materiale sessualmente esplicito a una minore e detenzione di materiale pedopornografico. Il processo si celebra nel 2023 davanti alla Provincial Court della Nuova Scozia, dove giudica un magistrato togato senza giuria, e la condanna arriva a inizio 2024: diciotto mesi, scontati per intero.

Come si arrivi a una condanna senza una sola prova informatica a carico resta la parte meno spiegata della vicenda. Nella sentenza di primo grado, che Gizmodo ha riletto, il giudice si limita a dire di essersi convinto sulla base del complesso delle prove dirette e indiziarie, e il nome utente non compare mai. Klayme, si legge negli atti, si dichiarò innocente e sostenne che il suo account fosse stato violato.

La scoperta arriva a pena già scontata

Uscito dal carcere, Klayme continua a lavorare all’appello. Nella primavera del 2026 il suo difensore, Zeb Brown, sta cercando di capire come le prove informatiche potessero puntare su un cliente che si dichiarava estraneo. Rilegge l’ordine di esibizione originale e conta gli underscore. In una dichiarazione giurata depositata in appello Klayme lo definisce un errore sottile che gli ha cambiato la vita, mai portato all’attenzione del giudice del processo.

La procura, informata, ha concordato con l’accoglimento dell’appello. Il 23 luglio la Corte ha annullato le condanne, la pena e la libertà vigilata ancora in corso, e ha messo nero su bianco che il dato sui nomi utente era già disponibile all’epoca del processo, senza che ci sia nulla agli atti a spiegare come sia passato inosservato. La sentenza è pubblica.

E “Jay” dov’è finito

Se l’ordine di esibizione avesse riportato il nome esatto, scrivono i giudici d’appello, i dati avrebbero portato a una persona il cui nome di battesimo è Jay e il cui indirizzo IP risulta in California. La stringa corretta puntava a un uomo negli Stati Uniti, quella sbagliata a un canadese senza alcun rapporto con il caso. Nella decisione non c’è nulla che indichi che quel filone sia mai stato ripreso.

A Klayme le condanne verranno cancellate dal casellario. I diciotto mesi no. E l’unica verifica che nessuno ha fatto in otto anni, dalla contea di Dane fino all’aula di Halifax, era contare i caratteri di una stringa che tutti avevano sotto gli occhi.

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