Il 20 luglio 2026 gli avvocati di Nintendo hanno depositato in tribunale una memoria che chiede di archiviare la causa collettiva intentata dai clienti americani che rivogliono indietro i soldi dei dazi. La tesi difensiva sta in una riga: chi ha comprato hardware rincarato ha ricevuto esattamente quello per cui aveva pagato, e una sentenza arrivata dopo non trasforma un prezzo accettato in un credito. Lo ha raccontato Stephen Totilo sulla sua newsletter Game File.
La causa si chiama Hoffert et al v. Nintendo e la storia che c’è dietro merita di essere ripercorsa per ordine, perché il cortocircuito sta tutto nelle date.
Prima il rincaro, poi il rimborso, e in mezzo il cliente
Nel 2025 Nintendo ha alzato i prezzi negli Stati Uniti su Switch originale e sui controller di Switch 2, in scia ai dazi introdotti dall’amministrazione Trump. A febbraio 2026 la Corte Suprema statunitense ha dichiarato illegittimi quei dazi. Il mese dopo Nintendo ha fatto causa al governo americano per riavere indietro quanto versato.
Ad aprile due clienti, Gregory Hoffert e Prashant Sharan, hanno avviato l’azione collettiva sostenendo che l’azienda stesse incassando due volte lo stesso costo: una dai consumatori sotto forma di prezzo maggiorato, una dall’erario sotto forma di rimborso. La richiesta copre chiunque negli Stati Uniti abbia comprato prodotti Nintendo rincarati tra febbraio 2025 e febbraio 2026.
La memoria del 20 luglio risponde punto per punto. Secondo i passaggi ripresi da Game Developer, per i legali dell’azienda il prezzo lo fissano Nintendo o i suoi rivenditori e il cliente decide se pagarlo, con la possibilità concreta di non comprare o di rivolgersi alla concorrenza. La causa viene definita infondata. In subordine, l’azienda chiede che la controversia venga spostata in arbitrato privato, cioè fuori da un’aula pubblica.
Sony ha lo stesso problema, con cifre più grosse
Il caso Nintendo non è isolato. Il 6 maggio 2026, davanti al tribunale federale della California del Nord, due acquirenti hanno depositato Walker et al v. Sony Interactive Entertainment, con un impianto quasi identico. Secondo Kotaku, che ha aperto il caso, l’accusa parla di doppio recupero: prezzi alzati due volte, ad agosto 2025 e poi ancora nel 2026, e dal febbraio 2026 il diritto a farsi rimborsare dallo Stato le stesse somme. Nel dettaglio della citazione, la PS5 con lettore e quella digitale sono salite di 150 dollari ciascuna, la PS5 Pro di 200.
Sony non ha commentato pubblicamente il merito della causa. Ha però sempre attribuito i rincari a un quadro economico complicato, dai costi dei componenti alla catena di fornitura, e non ai soli dazi: quella linea difensiva assomiglia molto a quella depositata da Nintendo il 20 luglio, con parole diverse.
Quello che la difesa dice davvero
Sul piano strettamente giuridico l’argomento di Nintendo è difficile da smontare, ed è lo stesso che userebbe qualunque negoziante: nessuno ha obbligato nessuno a comprare, il prezzo era esposto, la transazione si è chiusa. Cambia una cosa sola rispetto al negoziante. Nintendo, alzando i prezzi nel 2025, aveva indicato pubblicamente una causa esterna e dichiaratamente temporanea, e quella causa a febbraio 2026 è stata cancellata da una sentenza.
La lettura più plausibile, e va detta al condizionale perché nessun giudice si è ancora pronunciato, è che il diritto commerciale americano non abbia uno strumento pensato per questo caso: il rimborso torna a chi ha materialmente pagato il dazio alla dogana, cioè l’importatore, non a chi lo ha pagato dentro il prezzo di scaffale. Se il ragionamento passa, l’esito non è che qualcuno ha imbrogliato. È che il sistema è costruito così, e che noi siamo l’anello a cui i soldi non tornano mai indietro.
È la stessa asimmetria che abbiamo raccontato quando la Commissione europea ha risposto a Stop Killing Games con 1,3 milioni di firme e zero obblighi, e quando abbiamo provato a capire cosa resta dell’acquisto quando il possesso non è più incluso nel prezzo. Cambia l’oggetto del contendere, non la direzione in cui si muovono i soldi.


