Sono le tre di notte, ho la stampante a resina che ronza in un angolo producendo l’ennesimo mostriciattolo che non dipingerò mai prima di settembre, il gatto mi ha già tolto due pennelli dal tavolo per motivi noti solo a lui, e il mio backlog Steam continua a fissarmi come un tribunale silenzioso. In queste condizioni, ogni notizia che riguardi qualcuno che finisce davvero qualcosa a mano mi commuove in modo sproporzionato. Quindi quando è arrivata la notizia da Annecy su The Ghost in the Shell, il nuovo anime prodotto da Science SARU e in arrivo su Prime Video dal 7 luglio, mi sono quasi commossa di più per il metodo che per il trailer.
Al festival, il regista Toma Kimura, che tutti chiamano Mokochan, ha fatto una dichiarazione che di questi tempi suona quasi rivoluzionaria: zero GenAI. Zero. Nessuna intelligenza artificiale generativa usata in produzione. Il pubblico, riporta Complex, è esploso in un applauso genuino, il genere di applauso che di solito si sente solo quando qualcuno annuncia la fine di un DLC a pagamento.
Il worldbuilding a mano, letteralmente
La parte più divertente, e insieme la più rivelatrice sul piano del design, riguarda i cartelli stradali della città. Il team voleva inizialmente progettare un design unico per ogni singola inquadratura, roba da art director sadico. Di fronte alla mole di lavoro, invece di affidarsi a un tool generativo per riempire lo sfondo, hanno scelto la scorciatoia più artigianale possibile: disegnare a mano scritte incomprensibili, simili a kanji ma prive di significato reale. Procedural generation umana, verrebbe da dire, fatta con la matita invece che con un modello. Il produttore Kohei Sakita ha ribadito il concetto sul palco, dicendo che il fascino dell’animazione sta proprio nell’essere disegnata da persone, punto.
La dichiarazione arriva in un momento in cui il genere non è affatto immune a queste tentazioni: Wit Studio, quella di Spy x Family, aveva ammesso ad aprile l’uso di sfondi generati da IA in una produzione recente, salvo poi fare marcia indietro imbarazzata. Science SARU, invece, sceglie di puntare la bandiera nel terreno opposto, e lo fa proprio mentre porta avanti un franchise, quello di Ghost in the Shell, che parla ossessivamente del confine tra umano e macchina da trentasette anni. L’ironia tematica è quasi troppo bella per essere vera, ma è documentata, quindi va bene lo stesso.
Per chi si sta chiedendo se questo genere di dichiarazioni sia solo marketing travestito da etica, il dibattito è lo stesso che si sta consumando anche nel gaming: Steam ha recentemente scelto di celebrare gli artisti umani dietro le sue grafiche promozionali proprio per differenziarsi dall’ondata di banner generati, mentre Sony dall’altra parte scommette pesantemente sull’IA per velocizzare l’animazione dei propri giochi. Ghost in the Shell si mette di traverso rispetto a quella corrente, con la stessa ostinazione di chi stampa ancora miniature in resina invece di comprarle già dipinte.
Il verdetto: se il prezzo del “disegnato interamente a mano” è una città piena di finti kanji illeggibili, va benissimo così: almeno quando i personaggi si perderanno per le strade di New Port City, sapremo che si sono persi allo stesso modo artigianale in cui mi perdo io ogni volta che il gatto mi ruba il pennello n. 2 proprio mentre sto per finire gli occhi alla miniatura.


