Venerdì 7 agosto Take-Two Interactive, la società che possiede Rockstar Games e quindi GTA 6, ha presentato i conti del primo trimestre fiscale davanti agli analisti. Nel corso della stessa call il CEO Strauss Zelnick ha detto che i dischi non servono più, che il rincaro dell’hardware non lo preoccupa perché entro tre anni si giocherà in streaming, e che ottanta dollari per GTA 6 sono un affare. Tre risposte a tre domande diverse che descrivono lo stesso mercato: uno in cui quello che il giocatore paga non diventa suo.
Sui dischi Take-Two si allinea a Sony
La discussione sul fisico è aperta da quando Sony ha annunciato che dal gennaio 2028 smetterà di produrre dischi per i nuovi giochi PlayStation. Zelnick ha preso posizione senza giri di parole: i dischi non hanno senso per il consumatore, il digitale è più comodo, ed è la direzione verso cui il mondo sta andando. Take-Two applica già il principio a sé stessa, perché GTA 6 uscirà il 19 novembre senza edizione su disco: nella scatola c’è un codice, e la ragione data agli analisti è che oltre il 90% del giro d’affari della società è comunque digitale.
È la stessa percentuale con cui il giorno prima Capcom aveva chiuso la domanda di un investitore sulla contrazione del mercato fisico: circa il 90% delle vendite unitarie è digitale, nessun impatto significativo previsto. L’argomento gira su sé stesso, perché il digitale è maggioritario anche grazie a quanto gli editori hanno reso scomodo il fisico negli ultimi dieci anni, e quella maggioranza diventa poi la ragione per cancellarlo del tutto. A dire che le aziende dovrebbero continuare a vendere dischi se i giocatori li vogliono, a luglio, è stato Dan Houser, autore delle sceneggiature di GTA 5 e Red Dead Redemption 2, in una dichiarazione pubblica che riguardava esattamente i giochi della casa che Zelnick presiede.
Ottanta dollari per una copia che non si può rivendere
Nella stessa call Zelnick ha difeso il prezzo di ottanta dollari dell’edizione standard di GTA 6, mentre NBA 2K27, in uscita a settembre, resta a settanta. Ha spiegato che il costo reale di un gioco AAA è più basso di vent’anni fa perché i listini non hanno tenuto il passo dell’inflazione, che l’obiettivo dell’azienda non è massimizzare il prezzo e che definire GTA 6 un affare incredibile sarebbe un eufemismo. Ha aggiunto che, vista l’attesa attorno al gioco, avrebbero potuto scegliere qualunque altro prezzo.
Quegli ottanta dollari comprano una licenza. Non una copia da prestare a un amico, non un oggetto da rivendere usato, non qualcosa che sopravviva alla chiusura di un negozio digitale. In Giappone la scadenza è già scritta: Rockstar ha confermato che il codice contenuto nella scatola per PS5 scade 170 giorni dopo la data di lancio, quindi l’8 maggio 2027, per ragioni che l’azienda attribuisce alla normativa locale sui codici prepagati. Esistono tutele per il consumatore ma chi comprerà una scatola sigillata dopo quella data potrebbe trovarsi in mano un pezzo di plastica buono più o meno a fare da fermo a un tavolo traballante in base alla sua posizione geografica.
Lo streaming non è un miglioramento, è l’ultima tappa
La risposta più lunga Zelnick l’ha data sulla domanda dei prezzi dell’hardware. Ha ammesso che salgono e che non è una buona cosa, perché meno macchine in circolazione significano meno persone che possono giocare, ma ha aggiunto che questo non rallenterà Take-Two. Poi si è dato una scadenza: entro tre anni si arriverà a uno streaming commerciale a bassa latenza, apparecchi che oggi non sono da gioco lo diventeranno e la base installata utile potrà moltiplicarsi per dieci.
Lo streaming risolve davvero il problema che Zelnick ha appena descritto. Lo risolve togliendo l’ultima cosa rimasta a chi paga.
Con la fine del disco sparisce la copia fisica, ma resta un file installato sul disco fisso di casa, che funziona anche senza connessione e si può riscaricare finché il negozio digitale esiste. Con lo streaming non c’è più nemmeno quello: il gioco gira sulla macchina di qualcun altro e smette di esistere per il cliente nel momento in cui quella macchina viene spenta, il contratto di licenza scade o il servizio cambia catalogo. Non c’è niente da archiviare, quindi non c’è niente da preservare, e chi vorrà studiare o rigiocare quel titolo tra vent’anni dipenderà dalla buona volontà del proprietario dei server.
Il modello è già in prova, e non paga il giocatore: a luglio Xbox ha aperto i test di un cloud gaming gratuito finanziato dalla pubblicità, con due minuti di spot ogni ora di gioco. Intanto la protesta sul fisico non si è fermata, la petizione contro la decisione di Sony ha superato le 350.000 firme e l’azienda ha risposto stampando l’avviso sulle scatole delle PS5 in arrivo nei negozi. Anche l’ex presidente di Blizzard Mike Ybarra, che sul digitale non ha niente da recriminare, aveva chiesto garanzie scritte sulla durata delle librerie acquistate.
Zelnick una scadenza se l’è data, ed è l’unica parte della call che conviene segnare sul calendario, accanto al prezzo della prossima generazione di console. Tre anni per arrivare a un mercato in cui l’hardware costa troppo, il disco non esiste, il file non esiste e la libreria è un elenco di voci su un server che non è tuo. Gli ottanta dollari, invece, quelli sono i tuoi e glieli devi dare.


