Perché lo sbrocco di Shroud sulle poche nomination di Arc Raiders ai Game Awards ci insegna che non basta essere famosi per capire il gaming

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Quando Michael “Shroud” Grzesiek, l’oracolo vivente degli sparatutto, parla, la community si ferma. E quando pochi giorni fa ha urlato al complotto in diretta, definendo i The Game Awards “truccati” (rigged), ha sollevato un polverone che merita di essere analizzato. Il motivo della sua ira? L’esclusione del suo nuovo amore, l’extraction shooter ARC Raiders, dalla corsa al Game of the Year (GOTY).

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La reazione di Shroud, però, non è solo lo sfogo di un fan deluso. È la prova lampante di un cortocircuito culturale: l’incapacità di distinguere tra un prodotto meccanicamente divertente e un’opera artisticamente rilevante. E la sua giustificazione per l’esclusione del gioco — la colpa sarebbe del “mondo non pronto per l’IA” — è un autogol clamoroso che merita di essere smontato pezzo per pezzo.

La teoria del complotto e la scusa dell’IA

Durante la diretta, Shroud non si è limitato a criticare. Ha provato a fare l’analista, individuando nel controverso uso delle voci generate dall’Intelligenza Artificiale il vero motivo dello “snub”. La sua sentenza? “Il mondo non è pronto per l’IA nei videogiochi, non ancora”. Ha addirittura ammesso di essere sollevato che il gioco abbia ricevuto almeno la nomination come Miglior Multiplayer, temendo che la giuria lo avrebbe ignorato del tutto per paura del “contraccolpo” (backlash).

Ed è qui che Shroud scivola. Inquadra il rifiuto dell’IA come una questione di arretratezza culturale, come se fossimo trogloditi che hanno paura del fuoco. La realtà è ben diversa: la critica non è “spaventata” dall’IA, è stanca della mediocrità. Utilizzare voci sintetiche in un titolo prodotto da Embark Studios e finanziato dai miliardi di Nexon non è avanguardia. È, come abbiamo già scritto, una scelta di bilancio al ribasso. È il trionfo del “braccino corto” sulla qualità artistica.

Il confronto impietoso: Algoritmi vs. Ben Starr

L’ironia della sorte vuole che il “nemico” giurato di Shroud in questa corsa ai premi sia proprio quel Clair Obscur: Expedition 33 contro cui lo streamer ha incitato i suoi fan a votare contro. Ma il confronto tra i due titoli è impietoso e spiega perfettamente perché uno compete per il GOTY e l’altro no.

Come abbiamo già scritto da una parte abbiamo Arc Raiders, che delega l’espressività dei suoi personaggi a un software per risparmiare sui turni di doppiaggio. Dall’altra abbiamo Expedition 33, un progetto che ha investito nel talento umano, portando a bordo pesi massimi come Ben Starr (la voce di Clive Rosfield) e Charlie Cox. La giuria dei Game Awards, composta da critici e giornalisti, premia l’eccellenza produttiva e l’integrità artistica. Un gioco che sceglie consapevolmente di suonare “finto” per tagliare i costi si autoesclude automaticamente dall’Olimpo.

Giocare bene non significa capire l’arte

Lo sbrocco di Shroud evidenzia una frattura nel mondo del gaming. Per un pro-player, la qualità si misura in hitbox, netcode e loop di gameplay. Se sparare è divertente, il gioco è un capolavoro. E su questo nessuno discute: Arc Raiders è un ottimo shooter (e la nomination come Miglior Multiplayer è sacrosanta).

Ma il Game of the Year dovrebbe essere un premio culturale. Dovrebbe o almeno ci prova a far vedere che è così-

Arc Raiders non è stato snobbato perché il mondo “non è pronto”. È stato valutato per quello che è: un eccellente prodotto di consumo che ha scelto di risparmiare sull’anima. Shroud può continuare a gridare al complotto, ma forse dovrebbe accettare che avere una mira divina non ti dà automaticamente la sensibilità per distinguere un’opera da un ottimo passatempo.

Tutto questo al netto del fatto che i The Game Awards non vanno presi comunque seriamente, ma quella è un’altra storia.

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