Onestamente, c’è qualcosa di perversamente affascinante nel modo in cui internet riesce a trasformare ogni sfumatura di grigio in un conflitto termonucleare totale. Questa settimana il bersaglio mobile è Larian Studios, i santi patroni degli RPG moderni, quelli che ci hanno regalato quel capolavoro tentacolare di Baldur’s Gate 3 (nonché il mio gioco preferito di sempre Divinity Original Sin 2). Il loro crimine? Aver ammesso di usare l’Intelligenza Artificiale.
Apriti cielo. Ho visto thread su Twitter che sembravano processi per stregoneria del XVII secolo. Ma sapete una cosa? Per quanto io sia il primo a storcere il naso quando sento puzza di corporativismo pigro, questa volta devo dirlo chiaramente: ve la state prendendo con le persone sbagliate. E vi spiego perché questa polemica è un buco nell’acqua.
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Il grande fraintendimento: cosa fa davvero Larian con l’AI
Partiamo dai fatti, che spesso in queste shitstorm sono i primi a morire. La notizia è esplosa dopo alcune dichiarazioni riguardo il prossimo progetto dello studio (nome in codice Excalibur, presumibilmente il prossimo Divinity). È emerso che Larian utilizza strumenti di AI generativa. La reazione istintiva della massa è stata: “Ecco, licenziano gli artisti per far fare i disegni a ChatGPT”.
Calma. Respiriamo. La realtà è molto meno distopica. Larian non sta usando l’AI per creare asset finali che finiscono nel gioco. Non troverete NPC con sei dita o dialoghi scritti da un chatbot allucinato. Stanno usando questi strumenti per l’ideazione e per compiti che definirei “di manovalanza concettuale”. Parliamo di generare riferimenti visivi rapidi per i concept artist (invece di passare ore su Pinterest), creare testi placeholder che verranno riscritti da umani e — udite udite — riempire slide di PowerPoint interne.
Personalmente, se l’AI può risparmiarmi di cercare “castello gotico con gargoyle tristi” per tre ore permettendomi di iniziare a disegnare subito, dove sta il problema? È uno strumento di flusso, non di sostituzione.
“Holy F***”: La risposta diretta di Swen Vincke e Michael Douse
La dirigenza di Larian non è rimasta in silenzio a guardare il rogo. Swen Vincke, CEO e cavaliere in armatura part-time, è sceso in campo con la sua solita, brutale onestà. Su X ha scritto testualmente: “Holy f*** guys, non stiamo spingendo forte per rimpiazzare i concept artist con l’AI”.
Vincke ha sottolineato un dato che dovrebbe chiudere la questione: Larian ha 72 artisti, di cui 23 concept artist dedicati, e stanno assumendo. Non proprio il comportamento di chi vuole automatizzare l’arte. “L’arte che creano è originale e sono molto orgoglioso di ciò che fanno”, ha ribadito.
Anche Michael Douse, il direttore del publishing che non le manda mai a dire, è intervenuto. In risposta alle critiche, ha dichiarato: “Non sono del tutto sicuro che siamo il bersaglio ideale per questo livello di disprezzo”. Douse ha spiegato che l’obiettivo di Larian è creare giochi migliori senza contenuti AI finali, garantendo ruoli creativi appaganti in un’industria devastata dai licenziamenti. Come riportato anche da TheGamer, la loro posizione è netta: usiamo la tecnologia per aiutarci, non per rimpiazzarci.
Daniel Vávra e la metafora delle macchine a vapore
In questo marasma si è inserita anche una voce esterna piuttosto autorevole, quella di Daniel Vávra, il director di Kingdom Come: Deliverance. Vávra, che conosco per non avere esattamente peli sulla lingua, ha difeso a spada tratta l’approccio di Larian.
Con un paragone storico azzeccatissimo, Vávra ha comparato l’attuale isteria sull’AI alla paura delle macchine a vapore nel XIX secolo. “Questa isteria da AI è la stessa di quando la gente distruggeva i motori a vapore”, ha commentato. Il suo punto è pragmatico: se l’AI può aiutare a realizzare un gioco epico in un anno con un team più piccolo, eliminando i compiti “noiosi e faticosi” (tiresome and boring tasks), allora è un progresso.
“Il gioco avrà ancora un art director, scrittori, programmatori… ma non dovranno fare i compiti noiosi, potranno concentrarsi sull’essenziale.” – Daniel Vávra
Ha ragione da vendere. Se vogliamo giochi sempre più grandi e complessi, ma non vogliamo aspettare 10 anni tra un capitolo e l’altro, qualcosa nel processo produttivo deve cambiare.
Perché “Indie Spirit” e AI possono convivere (senza licenziamenti)
E qui arriviamo al nocciolo della questione, quello che mi preme di più. Dobbiamo fare una distinzione etica fondamentale. Non tutti gli usi dell’AI sono uguali, così come non tutti gli studi sono uguali.
Larian, pur avendo budget enormi, opera con una mentalità che definirei “spiritualmente indie”. Non devono rispondere a un consiglio di amministrazione che vuole tagliare il 15% della forza lavoro per alzare il valore delle azioni a fine trimestre. Sono accountable solo verso i loro giocatori e la loro visione.
L’AI è problematica? Sì, intrinsecamente. Ci sono questioni di copyright irrisolte, bolle speculative, rottura del social contract a uso e consumo dei nuovi oligarchi, un impatto ambientale non trascurabile e uno sociale che potrebbe scoppiarci in faccia tra poco. Ne parlo spesso su dariodeleonardis.me, praticamente ultimamente parlo solo di IA ed etica. Ma è anche parte integrante dei flussi di lavoro moderni e dove diavolo vogliamo scappare. Qui su Absolutegamer si usa un sacco e anche sticazzi: per trascrivere interviste, tradurre news, correggere bozze, per organizzare appunti disordinati o per controllare al volo se quel gioco è uscito nel ’98 o nel ’99. Anche perché siamo poveri come la merda, al punto che Anna Maria Bernini probabilmente ci chiamerebbe comunisti (spoiler: avrebbe ragione, forse per la prima volta in vita sua).
Nel caso di Larian, l’uso consapevole dell’AI sembra a parer mio andare in una direzione precisa: ridurre lo stress e il crunch. Se un tool può automatizzare la creazione di variazioni di texture o gestire la mole di dati del motion capture, significa che uno sviluppatore può finire il turno a un orario decente. Nessuno è stato licenziato in Larian a causa dell’AI; al contrario, stanno espandendo i team e lo stanno forse mettendo in grado di non finire in burnout.
Quindi, raga, posiamo i forconi. Se volete combattere l’uso predatorio dell’AI, guardate altrove. Guardate alle aziende che chiudono studi storici dopo aver fatto profitti record. Ma lasciate stare Swen e compagni: stanno solo cercando di fare il loro lavoro – lo stesso che ci ha regalato capolavori – senza impazzire, esattamente come tutti noi.



