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NOSTALGIA CANAGLIA: Defiance e l’utopia fallita del legame tra TV e MMO

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L’utopia transmediale di Trion Worlds e Syfy era roba da matti

Provate a ricordare il 2013. Non c’erano i Battle Royale a saturare ogni server e il termine “Live Service” non era ancora il marchio d’infamia che è oggi. In quel clima di ottimismo tecnologico, qualcuno ha investito una fortuna in Defiance. L’idea era un’anomalia produttiva: creare un ponte in tempo reale tra una serie TV su Syfy e un MMO shooter sviluppato da Trion Worlds. Se nello show succedeva qualcosa di rilevante, i giocatori ne subivano le conseguenze nel gioco. Un esperimento di sincronizzazione narrativa che oggi, con i tempi di sviluppo biblici dell’industria, sarebbe semplicemente impossibile da coordinare.

Screenshot #7

Un cast da grande schermo per il piccolo schermo

La storia parlava di un futuro post apocalittico successivo a una invasione aliena in cui la Terra era stata modificata dalle tech di terraforming degli invasori Votan e quel che rimaneva della popolazione doveva abituarsi a una convivenza tra umani e le nuove razze arrivate con le ark (i Votan erano un collettivo di specie diverse, alcune più e altre meno umane). Non era la solita produzione Syfy fatta con quattro spiccioli e attori presi dalla strada. Il network puntò fortissimo sul casting per dare credibilità a un universo sci-fi sporco e multiculturale. Grant Bowler (Nolan) arrivava da una solidità televisiva non indifferente (era passato per Ture Blood), e di Julie Benz era reduce dal successo di Dexter e prima ancora di Buffy, ma soprattutto c’erano caratteristi di lusso: Tony Curran, Graham Greene, Fionnula Flanagan, Mia Kirshner (goglate i nomi per rendervi conto dei CV) e quella strafiga di Jaime Murray che in quegli anni spuntava ovunque. Vedere attori di quel calibro impegnati in una lore così densa e un valore di produzione stellare faceva sperare in una nuova Battlestar Galactica o quanto meno in una Firefly che c’è l’avrebbe fatta (con cui condivideva lo stile western da nuova frontiera). La chimica tra gli attori è stata per anni il vero collante che ha tenuto in piedi la serie anche quando la scrittura iniziava a mostrare i primi cedimenti strutturali e l’emittente ha iniziato a ridurre il budget.

Defiance" Doll Parts (Episodio TV 2014) - Jaime Murraycome Stahma Tarr - IMDb

Cronaca di un suicidio finanziario: il caos Trion Worlds

Il budget complessivo orbitava intorno ai 100 milioni di dollari, una scommessa enorme a quei tempi. Il vero problema è iniziato quando Trion Worlds ha perso la bussola dopo essersi resa conto di aver fatto il passo più lungo della gamba. Il lancio è stato piagato da instabilità del netcode e un supporto post-lancio deficitario. La transizione al Free-to-Play nel 2014 è stata gestita male, scontentando chi aveva investito nel gioco al day one. Le dinamiche aziendali interne erano sfilacciate: Trion ha iniziato a disperdere risorse su troppi fronti, lasciando Defiance a corto di ossigeno proprio quando la concorrenza iniziava a farsi aggressiva. Trion per un po’ sembrava la next big thing, prima Rift che fu per un bel pezzo un vero concorrente di WOW, poi Defiance e Archeage li avevano dipinti come il sogno americano realizzato nel gaming, gli AA che sfidano i colossi. Ma lo sappiamo che nel mondo reale Davide contro Golia non vince quasi mai e oggi rimangono in piedi chissà come con il solo Rift divenuto free to play e con il minecraft-like Trove.

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Perché il modello “TV + MMO” è imploso

Mantenere un ecosistema del genere è un incubo contabile e organizzativo. La serie TV è durata tre stagioni, ma il coordinamento tra set e ufficio di programmazione era una sfida logistica insostenibile, gli eventi in game avrebbero dovuto essere traslati nella serie TV e viceversa. E per un po’ ci riuscirono anche. Quando però Syfy ha staccato la spina nel 2015, dopo sole tre stagioni, il gioco ha perso la sua ragion d’essere originale. Il successivo Defiance 2050 nel 2018 non è stato altro che un tentativo di rinfrescare un codice ormai datato senza apportare miglioramenti reali alle meccaniche di base. La CCU (Concurrent Users) è colata a picco fino alla chiusura definitiva dei server ufficiali nel 2021.

Il revival di Fawkes Games tra luci e ombre

Proprio quando il cadavere sembrava freddo, è spuntata Fawkes Games. L’operazione di revival, nata dalla volontà di preservare un titolo che aveva ancora una nicchia di fedelissimi, è un caso studio interessante. Da un lato c’è l’impresa titanica di far girare server privati stabili e pulire il gioco da anni di sedimentazione tecnica inutile; dall’altro, le ombre non mancano. Gestire un MMO senza il supporto della casa madre originale significa scontrarsi con bug cronici che nessuno può più risolvere alla radice e una progressione che spesso poggia su basi fragili. È un atto d’amore, forse, o più probabilmente un modo per monetizzare la nostalgia (il business model dei revival di Fawkes subisce spesso critiche) ma anche la dimostrazione che riportare in vita un Live Service è un’operazione sì possibile (se ne parla anche per Anthem) però di chirurgia estrema: il cuore batte ancora, ma il paziente non tornerà mai a correre come una volta.

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Conclusioni: Ci manca il coraggio di sbagliare in grande

A guardare indietro, quello che mi manca davvero di Defiance non è il gioco in sé, spesso rotto e frustrante, ma il coraggio che c’era dietro. In quel periodo l’industria non aveva ancora paura della propria ombra. Si provava a fondere media diversi, si osava con concetti bizzarri, si accettava l’idea che un prodotto potesse essere imperfetto purché fosse nuovo. Oggi siamo schiavi dei sequel sicuri e dei remake fatti con il manuale del marketing. Preferisco mille volte un fallimento ambizioso e “sporco” come quello di Trion Worlds alla perfezione asettica e senz’anima dei titoli odierni. Ricordando ci ha provato davvero, prima che i fogli Excel dei contabili decidessero che sognare non era più redditizio.

P.s. la serie TV la trovate su Prime Video.

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