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Asha Sharma ha dato la colpa a Phil Spencer per i guai di Xbox: “Abbiamo comprato troppi studi”

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C’è un rituale aziendale ormai più prevedibile di una patch del day one rotta: il nuovo CEO che, dopo qualche mese di educato silenzio, scopre che ogni singolo problema dell’azienda è colpa di chi sedeva sulla sua sedia prima di lui. Asha Sharma, CEO di Xbox dal 20 febbraio 2026 dopo il pensionamento (ufficiale, si dice) di Phil Spencer, lo ha appena messo in scena con manuale alla mano, in una lunga intervista a Fortune pubblicata lo stesso giorno in cui annunciava 3.200 licenziamenti e la cessione di quattro studi.

Va detto per correttezza filologica: Sharma non ha mai pronunciato il nome di Spencer. Ha semplicemente descritto una strategia fatta di “scommesse” che avrebbero distratto l’azienda dal suo core business, il tutto riassunto in una frase che meriterebbe una scultura commemorativa: “abbiamo semplicemente disperso le nostre energie su troppi fronti.” Il fatto che Spencer abbia guidato Xbox per dodici dei suoi trentotto anni in Microsoft, e che la frase arrivi cinque mesi dopo il suo addio, è pura coincidenza narrativa, come lo sono i titoli di credito che scorrono sempre dopo il game over.

Il game design del biasimo aziendale

Il bello è che i numeri, quelli, sono reali e piuttosto brutali: secondo quanto riportato da GeekWire, Xbox avrebbe perso in media 64 centesimi per ogni dollaro investito nei suoi studi di prima parte, con margini operativi tre o dieci volte più bassi di piattaforme e publisher comparabili. Sono le stesse cifre che giustificano il taglio di 3.200 posizioni (il 20% dello staff, 1.600 subito e altre 1.600 spalmate sull’anno fiscale) e la cessione di Ninja Theory, Undead Labs, Compulsion Games e Double Fine, circa 350 persone in totale, mentre Arkane Lyon resta in un limbo in attesa del consiglio del lavoro francese. Un reset di Xbox talmente ampio da avere il suo H2 dedicato praticamente ovunque tranne che qui, dove lo riduciamo a quello che è: un patch note aziendale con il changelog scritto da chi è arrivato dopo.

Quello che manca, nel racconto di Sharma, è il dettaglio che rende tutto involontariamente comico: chi ha materialmente gestito l’acquisizione e la supervisione di quegli studi sotto Spencer, cioè Matt Booty, non solo non è stato toccato dal reset, ma a febbraio è stato promosso a Chief Content Officer con la supervisione di quasi quaranta studi. In qualunque altro contesto lo chiameremmo un boss di fine livello che sopravvive al reset del gioco pur avendo scritto lui stesso il bilancio delle munizioni. Qui lo chiamano continuità gestionale.

Il verdetto: quando il game over lo paga sempre chi sta in basso nell’organigramma e la colpa risale sempre a chi non è più in ufficio per rispondere, non è ristrutturazione: è un dialogo di gioco scritto in modo che il giocatore si senta comunque il protagonista, qualunque cosa succeda alla trama.

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