Perle nascoste in Game Pass: Aliens Dark Descent

Tempo di lettura: 5 minuti

C’è una sorta di maledizione che aleggia da sempre sulle trasposizioni videoludiche del franchise di Alien. Diciamocelo chiaramente: per ogni capolavoro, abbiamo dovuto sorbirci una marea di titoli mediocri, se non addirittura pessimi. Ricordo ancora la cocente delusione di Colonial Marines. Poi, nel 2014, arrivò Alien: Isolation e fu una folgorazione. Non era un adattamento diretto del film di Ridley Scott, ma ne catturava l’anima, l’essenza stessa del survival horror: un singolo organismo perfetto, invulnerabile, e tu, una preda impotente. Isolation è al film Alien ciò che, e lo dico senza mezzi termini, Aliens: Dark Descent è ad Aliens – Scontro Finale di James Cameron. E la cosa più bella è che questa perla, forse passata un po’ in sordina al lancio, è ora lì, pronta per essere scoperta su Game Pass.

Pubblicità Fanatical.com - Big savings on official Steam games

In questo articolo

 


La Grammatica di Cameron, Tradotta in Tattica

Per capire la genialità di Aliens: Dark Descent, sviluppato da Tindalos Interactive, bisogna prima fare un passo indietro e analizzare il film di Cameron. Aliens non è l’horror claustrofobico di Scott; è un film di guerra, un action-horror teso e adrenalinico. Il pericolo non è più un singolo xenomorfo, ma uno sciame, un’orda inarrestabile. I protagonisti non sono civili, ma i Colonial Marines: professionisti equipaggiati e addestrati, eppure tragicamente sopraffatti dal numero e dalla ferocia del nemico.

Dark Descent abbandona la visuale in prima persona, che istintivamente assoceremmo al franchise, per abbracciare una prospettiva isometrica da strategico in tempo reale (ma con pausa attiva). Una scelta che, sulla carta, potrebbe sembrare strana, ma che si rivela perfetta per tradurre la grammatica del film. Qui non sei un singolo marine; sei il loro comandante. La tua visuale è quella del tenente Gorman nella sala operativa, che osserva i segnali vitali e i punti di movimento sui monitor, mentre l’inferno si scatena a decine di metri di distanza. Il gioco ti costringe a pensare tatticamente, a gestire una squadra di quattro marines come un’unica, fragile entità.

Devo ammetterlo, la prima volta che ho sentito il “ping” del sensore di movimento nel gioco, identico a quello del film, ho avuto un brivido lungo la schiena. È un dettaglio, ma è uno di quei dettagli che dimostra un rispetto e una comprensione profondi del materiale originale.

Più di un RTS: La Squadra Come Unico Protagonista

Scordatevi i classici RTS in cui si producono unità a getto continuo. In Dark Descent, la tua squadra è tutto ciò che hai. Quattro marines (poi 5), con i loro nomi, le loro classi, le loro abilità random prese da un grosso pool e, soprattutto, le loro paure. Il gioco ti costringe a esplorare vasti livelli infestati, a completare obiettivi e a tornare alla base, l’Otago, per curare le ferite, potenziare l’equipaggiamento, curare i sopravvissuti (eventualmente con arti prostetici in caso di mutilazioni), trattare le loro ferite psicologiche (le fobie che sviluppano possono renderli molto meno efficaci se non affrontate) e far salire di livello i soldati che hanno accumulato abbastanza esperienza. La base ricorda un management à la XCOM molto semplificato, si poteva fare di più ma fa il suo dovere.

La gestione delle risorse è brutale. Le munizioni sono limitate, i medikit preziosi come l’oro. Ogni scontro a fuoco, ogni decisione di sigillare una porta per creare una via di fuga o di piazzare una torretta automatica per creare un perimetro difensivo, ha un peso enorme. Personalmente, trovo che questa enfasi sulla preparazione e sulla gestione delle scarse risorse catturi l’essenza della lotta per la sopravvivenza dei marines su LV-426 molto meglio di qualsiasi sparatutto ad azione pura. L’alveare di xenomorfi funziona esattamente come dice il nome, se uno vi vede tutti sapranno che siete lì, vi daranno la caccia e dovrete scegliere se contrattaccare, nascondervi o ritirarvi. Ogni missione può essere terminata in più sessioni sfruttando i punti di estrazione, più rimanete nella mappa più gli xenomorfi diventano aggressivi e numerosi e l’unico modo per resettare il livello di aggressività e estrarre la squadra, ma per ogni deploy deve passare un giorno, e ogni giorno il livello di infestazione globale del pianeta cresce, andando ad aggiungere un valore piatto di difficoltà crescente a tutte le missioni successive, e per guarire dalle ferite i soldati possono metterci molti giorni. Qualcosa che vi obbliga sempre a valutare quanto valga la pena spingere un po’ di più la vostra squadra, ad avere sempre un pool di due o tre squadre pronte ad alternarsi, a capire quale sia la porta che vale la pena aprire sapendo che potreste spianare la strada a un nuovo assalto.

La Morte dietro l’Angolo: Permadeath e Stress

Qui arriviamo al cuore pulsante del gioco, a ciò che lo eleva al di sopra di ogni altro tie-in di Aliens. Innanzitutto, la morte permanente. Se un marine muore, è morto per sempre. Perdi un veterano su cui hai investito ore, equipaggiamento e a cui, inevitabilmente, ti sei affezionato? Peccato. È un pugno nello stomaco, proprio come vedere cadere Drake o Vasquez nel film. Non sono carne da cannone anonima; sono la tua gente.

E poi, c’è il sistema di stress. Ogni incontro, ogni agguato, ogni suono sinistro fa salire il livello di stress dei tuoi soldati. Un marine stressato avrà la mira meno precisa, ricaricherà più lentamente, e se raggiunge il punto di rottura, potrà subire traumi psicologici permanenti che ne altereranno le prestazioni future. Ricordate l’iconico crollo di Hudson con il suo “Game over, man! Game over!”? Ecco, Dark Descent lo ha trasformato in una meccanica di gioco fondamentale. La vera minaccia non è solo la morte fisica, ma il logoramento psicologico della tua squadra.

Un Gioiello da Riscoprire su Game Pass

Aliens: Dark Descent è un gioco esigente, che richiede pazienza e pensiero strategico. Non è uno sparatutto arcade e, forse per questo, al suo lancio nel 2023 non ha ricevuto l’attenzione che meritava, rimanendo un po’ una perla per intenditori. Ma la sua presenza nel catalogo di Xbox Game Pass ha cambiato le carte in tavola.

Ora, chiunque abbia un abbonamento ha la possibilità di scoprire questo titolo fuori dal comune senza costi aggiuntivi. È l’occasione perfetta per dargli una possibilità, per guardare oltre la sua visuale isometrica e scoprire la più fedele e intelligente trasposizione dello spirito di Aliens – Scontro Finale mai realizzata, piena zeppa di citazioni che i fan non potranno non amare.

È un gioco perfetto? No, assolutamente, la grafica ha uno stile un po’ troppo stilizzato e ha tante cose che si potevano rifinire di più, in particolare nell’interfaccia e in alcuni pathfinding (che ricordiamolo, non controllate singolarmente ma la squadra come corpus unico) ma è una esperienza così tesa che si farà perdonare quasi subito. State alla larga se cercate un’azione spensierata; per tutti gli altri,  preparatevi a lasciare mine lungo il vostro percorso perché il terrore di un drone che vi spunta alle spalle sarà reale, una delle esperienze più tese e gratificanti che il franchise abbia mai offerto.

In conclusione, se Alien: Isolation vi ha fatto nascondere negli armadietti temendo un singolo, inarrestabile cacciatore, Aliens: Dark Descent vi metterà al comando di una squadra di professionisti sull’orlo del baratro, costringendovi a lottare per ogni metro e a pregare che il sensore di movimento smetta di suonare. E, credetemi, non lo farà.

 

Potrebbero interessarti