Un pinguino sui ghiacci antartici davanti a una struttura umana in Penguin Colony

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L’horror antartico Penguin Colony esce il 16 ottobre, e il pinguino non capisce niente

Tempo di lettura: 3 minuti

L’horror contemporaneo non crede che io resti seduto se non mi urla addosso ogni quattro minuti. Poi ho installato la demo di Penguin Colony, dove controllo un pinguino che non capisce niente di quello che gli succede intorno. L’unica cosa capace di tenermi sveglio la notte era esattamente quella: non capire, e non poter fare niente. Niente inseguitori e niente barra della salute.

Penguin Colony è l’avventura esplorativa di ORIGAME DIGITAL, lo studio di Tali Faulkner che sei anni fa aveva fatto Umurangi Generation, pubblicata da Fellow Traveller. Esce il 16 ottobre su Steam, e la demo che ho provato quest’estate è ancora lì, scaricabile e lunga sì e no un’ora: era arrivata a giugno, in mezzo alle demo dello Steam Next Fest. Il gioco è una rilettura dichiarata di Alle montagne della follia di H.P. Lovecraft. Antartide, 1939: due spedizioni umane si contendono qualcosa di sepolto nel ghiaccio, e io le guardo impazzire da sotto, alto sessanta centimetri e con le pinne.

Camminare male, scivolare benissimo

Per mezz’ora buona ho bestemmiato contro i comandi del pinguino. Dondola, è lento, e la barra di resistenza si svuota appena provo a salire un pendio ghiacciato, costringendomi a fermarmi ogni pochi secondi come un impiegato in pausa sigaretta. Sembra un difetto. Poi mi sono lasciato cadere sulla pancia, e il gioco ha cambiato faccia. La scivolata è fluida, prende velocità in discesa e si governa con lo slancio invece che con i tasti: è lì che il movimento smette di essere un ostacolo e diventa il motivo per cui si gioca. Faulkner lo ha descritto a Creative Bloq come un gioco per PlayStation 2 con il motore truccato, e si vede: i ghiacci sono texture semplici, e proprio per questo i livelli sono enormi.

Non c’è un solo pinguino. Se ne controllano diversi, con abilità e limiti differenti, e si passa dall’uno all’altro avvicinandosi. A un certo punto mi sono trovato davanti a una rete deformata con una fessura alla base: il mio esemplare adulto non ci passava, un pulcino lì accanto sì. Il pulcino però non sa nuotare, quindi due schermate dopo ho dovuto ricambiare. È la meccanica che tiene insieme il livello, e non è una trovata decorativa: costringe a guardare lo stesso pezzo di ghiaccio da due altezze diverse.

Il pinguino attraversa i ghiacci dell'Antartide in Penguin Colony

Nessuna freccia, nessun marcatore, nessuna spiegazione

Penguin Colony non dice mai dove andare. Niente indicatori, niente bussola, niente diario delle missioni da spuntare. C’è il vento, che tira in una direzione, e a un certo punto un bagliore rosso in lontananza, un razzo di segnalazione sparato da qualcuno che non sta affatto bene. I primi dieci minuti li ho passati a girare in tondo convinto di aver rotto qualcosa, e in un gioco del 2026 questa è una scelta che costerà recensioni negative da parte di chi si aspetta la mappa. A me ha fatto l’effetto opposto: l’orientamento diventa una cosa che fai tu, non una cosa che l’interfaccia fa per te.

La voce è quella di Lenval Brown, il narratore di Disco Elysium, e arriva a intermittenza, grave e clinica, mentre io scivolo sulla neve come un bambino al parco. La distanza fra quello che racconta la voce e quello che sto facendo con le pinne è esattamente il punto del gioco. Ho visto un uomo inginocchiarsi nella neve, scuotere la testa, e poi morire in modo spiacevole. Io sul divano ho fatto un salto. Il pinguino no: ha continuato a camminare. Quel vuoto di reazione è il presupposto dell’intera operazione, ed è il motivo per cui qui l’orrore cosmico funziona meglio che in parecchi giochi pieni di mostri.

Il raccordo migliore è il trailer, perché la scivolata sul ghiaccio non si spiega a parole.

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Quello che la demo non nasconde

I versi dei pinguini, dopo quaranta minuti, diventano un supplizio: sono forti e sempre uguali. Lo stile a poligoni grossi regge finché c’è una struttura umana che spicca sul bianco, ma nelle sezioni di sola neve capire dove finisce il terreno e dove comincia il cielo è un esercizio di fede. E la demo è un prologo che si chiude con una domanda invece che con una risposta, il che va benissimo per convincere a mettere il gioco in lista e molto meno per capire quanto durerà la versione completa.

Resta un dato pratico che su un gioco così, tutto narrato, pesa più del solito: la scheda Steam non segnala l’italiano, né nei testi né nell’audio. Ne avevamo già scritto a giugno, e all’epoca il gioco non aveva ancora una data; adesso ce l’ha, e quella casella è rimasta vuota.

Il verdetto: Se vi serve un horror che vi insegua, Penguin Colony vi lascerà a mani vuote e un filo irritati dai versi dei pinguini. Se invece vi basta un animale che attraversa la fine del mondo senza accorgersene, venerdì avete un appuntamento in Antartide.

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