L’arcade della Casa Bianca è online dal 3 settembre e contiene cinque giochi in stile anni Ottanta costruiti attorno alle politiche dell’amministrazione Trump. Uno di questi è un clone di Tetris in cui i blocchi servono a tenere fuori dei mostri dal confine meridionale degli Stati Uniti. Il giorno dopo la Tetris Company ha preso le distanze e ha ricordato, per iscritto, di prendere molto sul serio le violazioni di copyright.
Il gioco si chiama Build the Wall e chiede al giocatore di proteggere il confine da un’orda in arrivo. Funziona come il modello a cui si ispira, con una differenza sostanziale: completare una riga non la fa sparire, il muro cresce e basta. Se i blocchi arrivano in cima compare il messaggio che il confine è stato violato.
Cosa ha detto esattamente la Tetris Company
La dichiarazione è arrivata il 4 settembre sui canali social dell’azienda, in due poscritti secchi in coda a un messaggio ai giocatori. Il primo: la Tetris Company non è stata coinvolta nella creazione di Build the Wall. Il secondo: prende molto sul serio le violazioni di copyright. Nel corpo del messaggio c’era anche una frase sul credere nel potere di unire le persone invece che dividerle, che è il pezzo di comunicato che i notiziari politici hanno estratto.
Interpellato da Variety, un portavoce ha aggiunto la parte che conta di più sul piano legale: la Casa Bianca non ha né autorizzato né preso in licenza il marchio o la proprietà intellettuale di Tetris per quel gioco. Alla domanda se l’azienda stia valutando un’azione legale, la risposta è stata che la questione è in esame. A Engadget ha ripetuto la stessa formula.
Gli altri quattro giochi, e il logo Sega
L’arcade ne contiene altri quattro, con un quinto annunciato come in arrivo. Rio Run riprende la struttura di Snake e mette il giocatore nei panni di un agente in pattugliamento lungo il Rio Grande, che raccoglie una fila di persone in tuta arancione. Flappy Bill è un clone di Flappy Bird con un’aquila calva che porta un disegno di legge fra gli ostacoli sopra il National Mall. Gli ultimi due, Trump Savings Tycoon e Supply Line, riguardano i conti di risparmio per i minori e il programma sanitario dell’amministrazione.
Il video promozionale pubblicato sull’account ufficiale è il pezzo più sfacciato dell’operazione: ci si vede il logo di Sega che si trasforma nella scritta MAGA, e altre trasformazioni analoghe a partire dai marchi di GameCube e Xbox. Fino al 5 settembre nessuna delle aziende coinvolte, oltre a Tetris, si è pronunciata, e nessuna ha fatto causa.
Perché nessuno querela, e perché Tetris è il caso peggiore
Il silenzio degli altri ha una spiegazione noiosa prima ancora che politica: le meccaniche di gioco non si proteggono con il diritto d’autore. Nel maggio 2012 un tribunale federale del New Jersey stabilì proprio nel caso Tetris Holding contro Xio che l’idea di far cadere blocchi è libera. Protetto è invece l’aspetto visivo: la forma e i colori dei pezzi, le proporzioni del campo, l’anteprima del pezzo successivo. Chi copia il concetto è al sicuro, chi copia l’estetica no. È l’unico appiglio serio, ed è il motivo per cui Tetris è l’unico marchio che ha parlato.
Resta la domanda su cosa succede dopo. Fare causa alla Casa Bianca è un’operazione lunga, costosa e con un ritorno di immagine incerto per un’azienda che vende licenze in tutto il mondo, Nintendo e Sega comprese. La formula scelta, prendiamo molto sul serio le violazioni, è quella che si usa quando si vuole mettere agli atti il dissenso senza impegnarsi a nulla.
Non è la prima volta che succede
Nel marzo 2026 la Casa Bianca aveva usato spezzoni di Call of Duty in un video su un’operazione militare, e in quell’occasione era stato un ex sviluppatore di Infinity Ward a raccontare le pressioni ricevute anni prima da Activision. Il videogioco come linguaggio della comunicazione politica ha quindi almeno sei mesi di storia dentro questa amministrazione. Il salto avanti è che stavolta i giochi se li sono fatti da soli, invece di prendere in prestito quelli degli altri.
C’è poi un livello a cui la faccenda è già arrivata, e non riguarda i videogiochi americani. Ad agosto il quotidiano Mainichi Shimbun ha riferito che il ministero degli Esteri giapponese ha sollevato la questione con l’ambasciata statunitense a Tokyo tre volte in cinque mesi. Ad aprile, a giugno e ad agosto, per l’uso di Mario, Pokémon e Naruto nei contenuti social del governo americano. In una seduta parlamentare di aprile il ministro Toshimitsu Motegi aveva detto che riprodurre materiale protetto senza il consenso dei titolari è inappropriato anche per un’istituzione pubblica. Quando due ministeri si scrivono per una questione di mascotte, il confine fra proprietà intellettuale e politica estera si è già spostato parecchio.


