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Sorpresa: forse non è (solo) colpa dell’IA se la vostra RAM costa come un rene

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Ve l’hanno raccontata come se fosse solo colpa dell’intelligenza artificiale: i data center che divorano la RAM del pianeta, mentre voi restate a guardare il prezzo di un banco da 32GB salire più veloce delle vostre speranze per la prossima GPU. La parte vera c’è, ed è enorme: i server IA hanno davvero bisogno di quantità industriali di memoria, e quella domanda nessuno se la sta inventando. Quello che manca alla storia ufficiale è un altro pezzo: tre aziende che controllano quasi tutta la DRAM del mondo, le stesse che vent’anni fa si sono già dichiarate colpevoli di essersi messe d’accordo sui prezzi, sono ora accusate di aver usato quella domanda reale come alibi per tagliare la produzione di RAM normale anche oltre il necessario. Non è una teoria del complotto da forum, è una class action depositata in tribunale federale il 25 giugno 2026.

Il trucco vecchio come il capitalismo

Samsung, SK Hynix e Micron insieme valgono quasi tutto il mercato mondiale della DRAM: Samsung il 38%, SK Hynix il 29%, Micron il 22%, secondo Counterpoint Research. In quattro anni i prezzi sono saliti del 700% secondo la denuncia. Per chi non mastica economia: se il pane costasse il 700% in più, normalmente qualcuno aprirebbe un altro forno. Qui no, perché aprire un “forno” da DRAM costa 15-20 miliardi di dollari, richiede anni, e passa per un solo fornitore al mondo di macchine litografiche, come ricorda la stessa causa via GameSpot. In pratica: tre aziende, zero concorrenza possibile, e voi con la carta di credito in mano. Gli analisti di Jefferies, tanto per non farvi dormire sonni tranquilli, prevedono un altro 40-50% di rincaro nel terzo trimestre e nessun sollievo vero prima del 2028.

La linea difensiva: “giuriamo che è solo economia”

Diciassette tra consumatori e piccole imprese, tra cui Troy’s Computers e altri negozi di PC, hanno fatto causa alle tre aziende, Garciaguirre v. Samsung Electronics, davanti al tribunale federale del Distretto Nord della California, invocando lo Sherman Act. La tesi: il passaggio di massa verso l’HBM (la memoria che alimenta i server IA, molto più redditizia) sarebbe stato usato come copertura per tagliare in blocco la produzione di DDR3 e DDR4, quella normale, quella che finisce nei vostri case. Le aziende, dal canto loro, dicono che è pura razionalità industriale: l’HBM rende di più, punto, ed è del tutto plausibile che in un mercato con soli tre attori tutti e tre abbiano fiutato lo stesso margine e si siano mossi in parallelo, senza bisogno di alzare il telefono. È un’ipotesi legittima, e la legge la protegge: l’antitrust non punisce chi arriva da solo alla stessa conclusione dei concorrenti, punisce solo chi ci arriva mettendosi d’accordo. Il problema è che questa distinzione, così netta sulla carta, è quasi impossibile da provare dall’esterno, ed è esattamente ciò che la causa dovrà dimostrare nei prossimi mesi, visto che le aziende non hanno risposto in aula e le accuse restano non provate.

Ah già, l’avevamo già vista questa serie

Qui il thriller giudiziario diventa un sequel, anzi un terzo capitolo. Samsung e SK Hynix (allora Hynix) si sono già dichiarate colpevoli, primi anni 2000, di una cospirazione globale sui prezzi della DRAM durata dal 1999 al 2002. Samsung ha pagato 300 milioni di dollari, SK Hynix 185 milioni, e diversi dirigenti sono finiti dietro le sbarre. Solo Micron se l’è cavata, perché collaborò con le indagini USA invece di fare la voce grossa in tribunale. E non è nemmeno la seconda volta: già nel 2018 uno studio legale aveva fatto causa alle stesse tre aziende per un’accusa quasi identica legata al rincaro RAM del 2016-2017, poi archiviata. Un precedente non è una prova, un’azienda può cambiare, ma quando ti scrivono la stessa identica sceneggiatura per la terza volta, con lo stesso cast, viene naturale chiedersi se non stiano semplicemente rifacendo il remake.

E intanto voi pagate la Series S come una Series X del 2020

Qui la storia smette di essere astratta e diventa il motivo per cui state rimandando l’upgrade. Microsoft ha annunciato che dal 1° agosto le console Xbox costeranno di più: 100 dollari in più per i modelli da 512GB, 150 per quelli da 1TB, mentre il modello da 2TB viene semplicemente cancellato dal listino. Tradotto in cifre reali, Series S a 499,99$ e Series X a 749,99 (o 799,99 con lettore disco): la console “budget” per definizione costa oggi quanto l’ammiraglia al lancio del 2020, un rincaro del 67% sul suo prezzo originale, come nota ColombiaOne. Lo stesso pezzo segnala che un modulo DDR5 da 32GB è passato da 94 a 282 dollari tra il terzo trimestre 2025 e il primo del 2026, +122% in sei mesi, tanto che gli analisti hanno iniziato a chiamarlo “Ramageddon”, lo stesso rincaro che, secondo Tom’s Guide, ha reso lo Steam Machine di Valve fuori mercato ancora prima che uscisse davvero. Non stupisce che Xbox e PlayStation abbiano appena registrato i rispettivi peggiori mesi di maggio di sempre, o che il costo dei componenti stimato per la prossima PlayStation 6 sia già passato da circa 760 a quasi 1.000 dollari in pochi mesi. State pagando di più per meno console, e il “meno” non è nemmeno un modo di dire: il 2TB sparisce, semplicemente non esiste più.

Il conto sistemico, con una risata amara

Se le accuse della class action dovessero rivelarsi fondate, quello che pagate in più per una Series S non sarebbe il prezzo inevitabile del progresso tecnologico, ma la fattura di una scelta commerciale coordinata da parte di chi sa perfettamente di non avere concorrenza da temere. Se invece le accuse non reggeranno in tribunale (gli stessi analisti di Jefferies, va detto, scommettono di no almeno fino a fine anno), resterà comunque vero che basta essere in tre per decidere, legalmente, di abbandonare in blocco un intero segmento di mercato e lasciare miliardi di persone senza alternative: per il vostro portafoglio, onestamente, cambia poco. E se anche dovessero perdere di nuovo in tribunale, vale la pena ricordare la matematica del 2005: una multa da 300 milioni di dollari, spalmata su un mercato che vale centinaia di miliardi, non è un deterrente. È una voce di bilancio prevista in anticipo, il costo del biglietto per continuare a giocare la stessa partita. E questa volta il biglietto lo state pagando voi, sotto forma di una Series S che costa quanto un’ammiraglia di sei anni fa.

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