Ci risiamo. Ogni volta che provo a spiegare a qualcuno perché tengo ancora scaffali di dischi ingialliti invece di fidarmi di una libreria digitale, mi guardano come si guarda una che colleziona floppy per hobby. Poi arriva la notizia di turno e il file si corrompe da solo, metaforicamente parlando.
Dal 1° settembre 2026 Sony cancella 551 tra film e serie TV dalle librerie PlayStation di UK ed Europa. Non “li toglie dallo store”. Li cancella dalle librerie della gente che li ha comprati. Roba come Terminator 2, Rambo, Atto di forza, Mulholland Drive, Il labirinto del fauno. Li avevi pagati? Bene, ti attacchi. Niente rimborso, niente compensazione, nessuna possibilità di scaricarteli e fartene un backup locale. La comunicazione ufficiale non ha nemmeno uno straccio di scusa: “a causa dei nostri accordi di licenza sui contenuti non potrai più accedere ai contenuti StudioCanal precedentemente acquistati”. Fine. Ritorno un exit code diverso da zero e buona giornata.
E prima che qualcuno scriva nei commenti “eh ma è colpa tua che compri roba digitale”: no. Il punto non è che il digitale è il male, ci mancherebbe, io ci lavoro dentro tutto il giorno. Il punto è che ci hanno venduto un pulsante con scritto “ACQUISTA”, una stringa che nella lingua degli esseri umani significa “questa cosa è mia”, mentre nel contratto risolve a “licenza revocabile che ti dealloco quando mi conviene”. Non è comodità contro nostalgia. È marketing contro documentazione tecnica.
“Ma tanto è la prima volta che succede”
No. Ed è la parte che mi fa alzare le spalle e accendere una sigaretta.
Nel 2022 Sony aveva già fatto sparire roba StudioCanal dagli account di Germania e Austria, stessa identica routine. Nel dicembre 2023 la cosa era andata in scala molto più grossa: cancellazione annunciata di circa 1.200 stagioni di show Discovery (MythBusters, Deadliest Catch, tutta quella meravigliosa spazzatura da guardare alle tre di notte mentre compili). Lì la gente si era incazzata parecchio, con tanto di New York Times a batterci sopra, e Sony aveva fatto marcia indietro. Vittoria! Peccato che la “vittoria” fosse un accordo con Warner per garantire l’accesso “per almeno i successivi 30 mesi”. Trenta mesi. Non “per sempre”, non “ve l’eravate comprato”. Un rinvio con la scadenza già hardcoded nel sorgente.
Il pattern è sempre lo stesso: scade la licenza, parte il comunicato glaciale, zero rimborsi, e la retromarcia arriva solo se lo stacktrace pubblico è abbastanza rumoroso. Al momento, sul caso StudioCanal 2026, di rollback non se ne vedono. E indovina chi decide quando la roba che hai pagato smette di girare? Non tu. Mai tu.
E qui casca l’asino (cioè: i videogiochi)
Perché la faccenda mi tocca da vicino? Perché finché tutto funziona il possesso fisico non conta niente, esattamente come nessuno pensa ai backup finché il disco non fa quel rumorino. Conta nell’istante preciso in cui qualcosa si rompe. E per i videogiochi quel “si rompe” è ordini di grandezza peggio che per i film, perché un film cancellato lo recuperi altrove, un videogioco delistato e incatenato ad hardware morto va in segfault e sparisce.
Prendo quattro titoli dalla mia libreria mentale, che non sono esempi a caso: sono un piccolo cimitero di processi terminati.
Def Jam: Fight for NY (PS2), quel capolavoro assoluto di brawler che non ho mai smesso di rimpiangere. È il caso da manuale del gioco che non tornerà MAI, e la causa è puramente di dipendenze irrisolvibili. Il gioco era linkato a una montagna di librerie esterne umane: rapper veri (Snoop, Method Man, Ludacris, Busta, Ice-T, Flavor Flav), musica licenziata, brand di vestiti reali, cameo di attori. Nel 2004 metà di quei rapper ci sono comparsi per due lire pur di esserci, perché “yesterday’s price is not today’s price”, come ha detto Ice-T stesso quando gli hanno chiesto perché non lo ripubblicano. Oggi ognuno di loro vorrebbe (giustamente) essere pagato per la propria immagine, e ricompilare quel groviglio di diritti su likeness, musica e marchi, per ogni singola region, costerebbe una cifra che nessuno vuole mettere a budget. Risultato: il gioco è freezato per sempre su un disco PS2 che ingiallisce. È un ostaggio delle sue stesse dipendenze. Ed è la stessa identica dinamica dei 551 film di Sony, con l’aggravante che qui non esiste nessun mirror da cui ripescarlo.
Condemned: Criminal Origins (Xbox 360), tipo il miglior gioco sull’arte di spaccare crani con un tubo mai committato. A Halloween 2025 è stato tolto da Steam e dallo store Xbox, e su GOG non c’è mai finito. Monolith, lo studio che l’ha scritto, ha chiuso i battenti proprio nel 2025. Chi ce l’ha già se lo scarica ancora, chi non ce l’ha si arrangia col mercato dell’usato o fissa il soffitto. Sì, magari è il segnale di un remaster (i fan ci sperano), ma “magari forse chissà” non è una strategia di preservazione, è una preghiera lanciata verso un server che non risponde.
Mercenaries 2: World in Flames (Xbox 360) e Shadow the Hedgehog (GameCube): stessa cartella, giochi sesta e settima gen mai remasterizzati, appesi a console che non produce più nessuno. Nessuna repo, nessun catalogo, nessun failover. Esistono finché esiste il tuo hardware e finché quel disco non decide di smontarsi da solo.
E poi c’è il futuro, che ha già la faccia di GTA VI: Rockstar ha confermato che l’edizione fisica non conterrà un disco di gioco, ma un codice da riscattare. La scatola c’è, il payload no. È il “codice in scatola” promosso a standard. Compri un file .txt con dentro una chiave, magari pure a 100 dollari.
Il dato che dovrei stamparmi sul monitor
Non è paranoia da tizia che colleziona hardware ingiallito. La Video Game History Foundation ha fatto lo studio, e il numero è questo: l’87% dei videogiochi “classici” usciti negli USA prima del 2010 è fuori catalogo. Solo il 13% è ancora recuperabile legalmente in qualche forma. Per il Game Boy siamo al 5,87%, per i giochi pre-1985 al 2,59%. E sai cosa ha fatto crollare ulteriormente il conteggio dei Game Boy? La chiusura degli eShop di 3DS e Wii U, che da sola ha eliminato metà dei titoli ancora in vendita. Traduzione: basta che una piattaforma centralizzata faccia shutdown e mezza libreria va in cascading failure. La storia di un medium che oggi fattura più di cinema e musica messi insieme si sta cancellando più in fretta di quella del cinema muto. Non per un incendio, non per una guerra. Per accumulo di decisioni aziendali “razionali”, committate una alla volta, ciascuna difendibile a bilancio.
E l’Europa? L’Europa ha ritornato void
Piccola parentesi politica, perché questa mi brucia. Di Stop Killing Games ne abbiamo appena parlato, quindi taglio corto: l’iniziativa dei cittadini europei nata dopo che Ubisoft ha spento The Crew lasciando la gente con un gioco comprato e reso ingiocabile ha raccolto 1.294.188 firme verificate, ha superato la soglia del milione, è arrivata fino alla Commissione europea. E il 16 giugno 2026 la Commissione ha risposto: no, non possiamo imporre agli editori di tenere i giochi giocabili dopo la fine del supporto, principalmente per via dei diritti di proprietà intellettuale. Contentino: un “codice di condotta volontario” entro fine 2026. Volontario. Cioè un’interfaccia senza nessuna implementazione obbligatoria, un metodo astratto che nessuno è tenuto a overridare.
La stessa UE che scodella GDPR, DSA, DMA e AI Act come se piovesse, capace di mettere all’angolo Meta e Google, davanti a 1,3 milioni di persone che chiedevano solo di poter tenere i giochi che hanno pagato si è fatta piccola piccola. Perché la proprietà intellettuale ha una lobby compatta e i giocatori no, nemmeno quando sono un milione e trecentomila. Gli organizzatori adesso puntano a farsi valere sul Digital Fairness Act, e in California c’è la AB 1921 che prova a mettere paletti veri. Vedremo.
Morale (breve, che fa caldo e i condensatori soffrono)
Il digitale non è il nemico. Comodità, prezzi, accessibilità, tutto vero, sono la prima a usarlo. Il nemico è l’ambiguità su cui hanno buildato questo mercato, quel pulsante “ACQUISTA” che ritorna un valore nella tua testa e l’opposto nel contratto. Finché non ci sarà trasparenza reale al momento dell’acquisto, un ruolo protetto per chi conserva la roba che il mercato deprecia (biblioteche, archivi, fondazioni), e per i giochi almeno l’obbligo di lasciarli in uno stato eseguibile a fine vita, ogni caso come questo si ripeterà identico, come un loop senza condizione di uscita.
Quindi sì, quando mi senti dire di comprare fisico dove puoi, di supportare GOG e chi vende DRM-free, di non fidarti della parola “possiedi” scritta accanto a un file: non è nostalgia da decrescita felice. È che ho già letto questo log e so come termina. Termina con Sony che ti dealloca Terminator 2 dalla libreria senza nemmeno un messaggio di errore decente.


