Ho appena finito Mixtape, un gioco che è stato protagonista di mille polemiche. “Non vale il prezzo, non è un bel gioco, è un walking simulator ma, soprattutto, è woke”.
La cosa che mi preoccupa non è stato il capire che si tratta di polemiche inutili… Sì, è un walking simulator come tanti altri, è un po’ caro per quello che è, un prodotto non privo di difetti, ma tanto è compreso col gamepass. E il woke lo vedono solo quelli che si sentono “rapper neri” (cit.).
Piuttosto, al di là delle sterili polemiche, una cosa che noto è che i videogiocatori hanno ormai smesso di sognare, di provare empatia verso i personaggi del loro passatempo preferito. Ormai si fa gara a chi è più alpha, sbloccando sempre più vestitini a Fortnite o completando i souls a livello massimo, magari senza mai perdere una vita. Frasi come “Ma come, non hai giocato a Resident Evil Requiem? Ma che giocatore sei?” o “Baldur’s Gate capolavoro, se non ci hai giocato non ne capisci niente.”
Ok, sono un matusa e penso che si debba dare spazio ai più giovani, tant’è che per quanto mi senta crudele nelle recensioni dei giochi, raramente me la prendo con gli indie italiani e spesso fanculizzo i tripla A famosi, GTA compreso. Ma volendo fare il boomer mi chiedo: perché i ragazzi di ora non si comportano come facevo io alla loro età, quando compravo una cassettina in edicola e il gioco buono o brutto che fosse me lo facevo piacere? Perché quando misi le mani per la prima volta su Tekken 3 mi divertii un mondo con Gordo mentre ora nell’ottavo capitolo tutti piangono come bimbette a cui hanno rubato la Barbie perché “Ma dai, Gordo è troppo imprevedibile”?
State distruggendo un mondo bellissimo con le vostre seghe mentali verso una Goddess of War troppo realistica o ricordando quel Dragon’s Dogma inguardabile, con le vostre paure che anche il sesto Grand Theft Auto possa essere woke o le lamentele sulla presenza di uno youtuber in uno 007 bello come non se ne vedevano da tempo.
E Mixtape è l’esempio perfetto di ciò che sostengo. Innanzitutto non ha nulla di woke, cosa che ho notato nella scena del party. A un certo punto c’è una festa all’aperto dove partecipano tutti i ragazzi della città e non c’è una, dico una, coppia gay presente. E questo perché per il periodo che era, difficilmente si trovavano coppie dichiarate.
Ok, c’è una scena dove una delle amiche le dice di aver fatto un sogno erotico alla protagonista con lei, ma sono cose che si dicono le ragazze fra di loro in confidenza, magari per scherzo, ma dire che per questo è woke è ridicolo. Giocandoci ho vissuto un’esperienza che mi ha fatto ascoltare quei Devo, Joy Division e Brian Eno che non sono mai riuscito a comprendere in pieno e che ora ho voglia di scoprire più approfonditamente. E mi sono messo nei panni di un’adolescente che abbandona tutto per diventare non musicista ma discografica perché pensa un po’: sa scegliere sempre il giusto brano! E mi sono commosso per il finale. Un finale senza chissà quale colpo di scena, ma ugualmente toccante. Non voglio spoilerare, ma a un certo punto è come se il gioco ti dicesse “fai questa cosa per far finire il gioco”. Sono rimasto cinque minuti senza farla, quella cosa. Se l’avessi fatta prima o dopo, non sarebbe cambiato nulla e così sarebbe stato se avessi vissuto davvero qella scena.
E’ vero, ora che abbiamo i mezzi e che il videogioco non è più una roba da nerd sfigati, tutti voi continuate a giocare tanto con decine di videogiochi e sbloccando ogni trofeo, più di quanto faccia un quasi cinquantenne come me. Siete i re del videogioco, non potrò mai raggiungere il vostro livello. Ma ho una brutta notizia: la vostra è solo un’illusione. Perché di giocare avete smesso ormai da tempo.


